La storia di uno degli ultimi schiavi trasportati in America

Alabama. Sepolta da qualche parte nel fango di Mobile Bay, c’è il relitto bruciato del Clotilda, l’ultima nave nota per aver portato schiavi dall’Africa in America.

The Economist
12 maggio 2018

Mobile, situata alla logora periferia del continente americano, immersa in un paesaggio acquitrinoso dove cinque fiumi finiscono in mare.L’aria sa di verde e i torrenti, i canali e insenature avvolte dagli alberi nascondono segreti. Sepolta da qualche parte nel fango di Mobile Bay, c’è il relitto bruciato del Clotilda, l’ultima nave nota per aver portato schiavi dall’Africa in America.

Tra quegli schiavi c’era Kossula, nome africano che in Alabama diventò Cudjo Lewis. Per tre mesi, tra la fine del 1927 e l’inizio del 1928, fu intervistato a casa sua da Zora Neale Hurston (1), che più tardi diventerà un’acclamata romanziera. Cudjo fu tra gli ultimi sopravvissuti della nave e quindi tra gli ultimi americani vivi trasportati come schiavi.
La Hurston descrive i loro incontri e la sua vita nel libro “Barracoon”, il cui nome si riferisce alle baracche in cui i prigionieri venivano tenuti prima che qualche compratore ne acquisisse il possesso.
Il libro è rimasto per decenni in un archivio, ma per le straordinarie circostanze la storia di Cudjo è molto inusuale nei racconti sullo schiavismo americano, e anche molto commovente.

Quasi tutte le storie americane sugli schiavi furono scritte da persone nate nel Paese, quindi non riportano dettagli di prima mano sulla cattura e il trasporto. Cudjo era adolescente quando venne fatto schiavo nel 1859 e ricorda vividamente questa tragedia.
Lui e Hurston raccontano di soldati provenienti dal Regno di Dahomey (l’attuale Benin) che circondarono la sua città, decapitarono alcuni prigionieri e ne presero altri per venderli. Nella marcia verso Dahomey assiste all’assassinio del suo re, vede i soldati sparare in testa ai suoi conterranei. Chiama i genitori ma, in un dialetto descritto dall’autrice, ricorda che “i soldati non avevano orecchie per piangere”. Raccontando la lunga marcia forzata, ammutolisce e si perde nei suoi pensieri e ricordi.

Dopo l’attacco, i carcerieri portarono Cudjo a Quidah, una città costiera dalla quale partivano centinaia di migliaia di prigionieri in catene. Lì vide gli uomini bianchi e l’oceano per la prima volta. Venne imbarcato sul Clotilda con altre vittime proveniente da numerosi altri stati. Dopo quasi due settimane in mare, viene condotto sui ponti: “Non vediamo altro che acqua. Dove vivevamo prima non la conoscevamo. Non sappiamo dove stiamo andando”.
Il viaggio durò 70 giorni. Bill Foster, capitano del Clotilda, nascose velocemente la nave a Mobile Bay perché nel 1960, quando fece ritorno con il suo carico umano, l’importazione di schiavi era illegale da 52 anni ed era teoricamente punibile con l’impiccagione.
Timothy Meaher, facoltoso uomo d’affari, sfidò il divieto e finanziò il viaggio e l’acquisto, ma le autorità federali vennero a conoscenza del progetto quindi, al ritorno, Foster rimorchiò il Clotilda su per la baia a notte fonda, scaricò i 110 prigionieri e li imbarcò in una nave a vapore, dando poi fuoco alla nave.

Una volta giunti in America, gli africani vennero separati di nuovo. “Non riuscivamo a smettere di piangere… il nostro dolore era forte, quasi insopportabile. Pensavo che forse sarei morto nel sonno se sognavo mia madre. Oh, Signore!”. Gli schiavi raggiunsero l’altro 45% della popolazione tenuta in catene in Alabama.

Con l’emancipazione avvenuta nel 1865, alla fine della guerra civile, alcuni schiavi che erano a servizio direttamente della famiglia di Meaher, chiesero di avere della terra come ricompensa, ma l’uomo rifiutò e quindi misero in comune i loro soldi e comprarlo un lotto di terra.
“Chiamammo il villaggio Affican Town”, spiega Cudjo, “perché volevamo tornare sul suolo africano e vedemmo che non lo potevamo fare. Allora, abbiamo costruito l’Africa dove ci avevano portato”.

Africatown era una delle centinaia di insediamenti al sud, fondati da schiavi liberati dopo la guerra civile (la stessa Hurston è cresciuta in uno di essi: Eatonville, Florida), ma fu l’unica fondata da africani, che manteneva viva la memoria della madrepatria, una memoria che perseguita Cudjo e fa di “Barracoon” una testimonianza devastante di sofferenza e crudeltà.
Ma i guai per lui non sono finiti: dopo la liberazione, perde la figlia e cinque dei suoi figli. Uno viene ucciso da un vice-sceriffo, un altro da un treno. E muore anche la moglie.

Parla spesso della sua solitudine e in uno dei loro ultimi incontri l’autrice gli chiede di fotografarlo. Cudjo esce da casa col suo vestito migliore, senza scarpe: “Voglio sembrare come ero in Africa”, dice, “perché è dove voglio essere”.
Il libro fu inviato agli editori nel 1931, ma due lo rifiutarono e nel terzo caso fu l’autrice a ritirarlo perché le era stato chiesto di riscrivere il dialetto (2) di Cudjo, quindi il manoscritto fu accantonato. Ma il dialetto era un elemento essenziale di tutto il libro. Prima di intraprendere la carriera letteraria, studio etnografia e diventò tra le più brave nel rendere le cadenze naturali dei suoi personaggi. In Cudjo, lui stesso un narratore dotato e abile nelle parabole, trovò l’interlocutore ideale.

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(1) (Eatonville, Florida, 1901-60) scrittrice statunitense. Alla ricerca della propria identità di afroamericana, studiò antropologia alla Columbia University, a New York, dove entrò in contatto con i poeti e i romanzieri della Harlem renaissance, e pubblicò i primi racconti, rigorosamente fedeli, come poi il primo romanzo, ai canoni del movimento, nelle atmosfere esotiche e nel linguaggio fastosamente metaforico modellato sulla parlata dei neri.

(2) Purtroppo, è toccato anche a me tradurre il dialetto di Cudjo.

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