‘Non smetterò mai di cercare’. Conversazione con Julio Cortázar

Estratto dall’intervista di Joaquín Soler Serrano a Julio Cortázar pubblicata in L’altro lato delle cose (Mimesis) a cura di Tommaso Menegazzi.

doppiozero, 16 maggio 2014

J. S. S.: Tu ci hai svelato un universo – l’universo di Cortázar – nel quale senza dubbio sei riuscito a cogliere e mostrarci cose che noi non saremmo stati capaci di vedere.

J. C.: Se, tra le cose che ho scritto, qualcuna è servita per mostrare l’altro lato delle cose ai miei lettori e ai miei amici, è facile intuire che ciò costituirebbe la più grande ricompensa cui possa ambire. Personalmente continuo ad avvertire la presenza di qualcosa che si trova dall’altra parte delle cose, per questo non smetterò mai di cercare.

J. S. S.: Allo stesso tempo le tue idee, che hai esposto già molte volte (per esempio circa il realismo, il surrealismo e il fantastico) sono enormemente lucide. Perché non ci spieghi brevemente questa tua teoria su ciò che è reale, sul realismo? Credo che sarebbe magnifico poter ascoltare la tua spiegazione.

J. C.: Mi mette un po’ in difficoltà che tu dica che le mie idee sono lucide, perché, se mancano di qualcosa, ebbene è proprio di lucidità. In realtà sai bene che io non ho molte idee, non sono un grande pensatore. Credo di avere piuttosto delle intuizioni: vedo alcune cose, per così dire, dopodiché accade una sorta di processo intellettuale che prova a tenerle unite, contenerle, concettualiz­zarle, provocando grandi perdite.
Mi ha sempre meravigliato, per esempio, il funzionamento di un’intelligenza pura. A volte discu­to con dei veri e propri intellettuali, nel senso esatto della parola «intellettuale», e noto come l’intelligenza associa idee e crea conti­nuamente sillogismi interni, deduce conseguenze e da queste crea poi un nuovo sillogismo, al quale segue un’altra conseguenza… Ebbene, io sono assolutamente incapace di tutto ciò: non so di­scutere, chiunque ha la meglio su di me in una discussione, non so difendere un punto di vista.
Il mio è, per così dire, un cammino composto da visioni poco lucide, da finestre che si aprono appe­na, mostrandomi qualcosa che intravedo e che cerco di esprimere. Pertanto, ho l’impressione che il mio contatto con i lettori avven­ga per mezzo di questo cammino, e non per quello delle idee. Per questo motivo, nelle circostanze attuali, le lotte in cui siamo impe­gnati da un punto di vista geopolitico, assieme alla speranza che si ha circa il destino dell’umanità, sono ormai indissociabili dalla letteratura. Lo sappiamo tutti: io lo so e me ne faccio carico.
A volte, tuttavia, proprio all’interno di questa prospettiva, mi trovo a dover scrivere dei saggi, dei testi che contengono delle riflessioni, e in quel momento mi sento veramente disorientato. Non mi sento a mio agio, perché non sono un uomo di idee. Sono sicuro che tutte quelle cose che si pretende che io scriva sotto forma di saggi, le saprei rendere molto meglio in poesie o in racconti.
[…] la verità è che mi sento molto più a mio agio quando mi muovo in un terreno che entra in contatto con l’irrazionale. Quello è il mio vero campo. Detto ciò, non so se ho risposto alla tua domanda, che ormai mi sembra così lontana.

J. S. S.: Dopo Los reyes, appare il primo libro nel quale è già presente, forse, il modo di fare di Cortázar, che poi, con il tem­po, percepiremo così familiare; quel libro s’intitola Bestiario, una raccolta di sei racconti, in cui si abbandona la preoccupa­zione – diciamo formalista – delle opere precedenti. Fa la sua comparsa il linguaggio colloquiale e diretto, mentre sorgono gli elementi fantastici dell’assurdo, dello humour, tutti fortemente vincolati fra loro.

[…] J. C.: I racconti contenuti in Bestiario sono i primi in cui mi sono sentito relativamente sicuro di aver detto ciò che volevo dire. Si tratta di racconti fantastici, ma, del resto, la nozione di fantastico è una nozione che persino il dizionario

J. S. S.: Quello che tu definisci come il “cimitero”.

J. C.: Esatto, il “cimitero”. La nozione di fantastico, in esso, si trova separata, disgiunta da tutto ciò che è reale. […] Uno dei miei momenti più tristi da bambino fu quando lessi un romanzo di Jules Verne (uno dei miei maestri), che stranamente non era un romanzo di anticipazione scientifica, bensì un romanzo fantasti­co, in cui, per la prima volta, si trattava il problema dell’uomo invisibile, che più avanti Wells rese celebre. Quel romanzo, non molto conosciuto, s’intitolava Il segreto di Wilhelm Storitz e mi aveva affascinato moltissimo; in quel momento, la presenza di un uomo invisibile mi sembrava assolutamente possibile nelle circostanze del libro, così decisi di passare il romanzo a un mio compagno di scuola. (Avrò avuto dodici anni, ero un bambi­no che leggeva molto). Gli diedi il libro sperando che anche lui si meravigliasse così come mi ero meravigliato io, però me lo restituì dopo due giorni con disdegno, dicendomi che era tutto troppo fantastico. Fu in quel momento che apparve per la prima volta quella parolina. Allora, senza essere in grado di razionalizzarlo, nella mia ignoranza di bambino, mi resi conto in modo oscuro del fatto che la mia concezione del fantastico non aveva nulla a che vedere con quella che potevano avere mia madre, mia sorella, la mia famiglia e i miei compagni. In altre parole, scoprii (e fu un po’ triste, a dire il vero) che mi muove­vo con naturalezza nel territorio del fantastico, senza riuscire a distinguerlo troppo dal…

J. S. S.: Dal reale.

J. C.: Certo, dal reale. Detto in altro modo, il fatto che ac­cadessero cose fantastiche nei libri, o che potessero succedere a me, era un fatto che accettavo senza alcuna protesta e senza alcun tipo di scandalo. Tuttavia, mi trovavo già avvolto in un sistema sociale in cui tutto ciò era scandaloso e la cui portata subiva una sorta di riduzione razionale, mediante affermazioni come «È una casualità, una coincidenza», oppure «No, è un’ec­cezione».
Tutti modi di respingere ciò che ti sta minacciando da un punto di vista diverso da quello della logica tradizionale. Come vedi, Joaquín, la mia concezione del fantastico non è poi così differente da quella del reale, perché nella mia realtà il fan­tastico e il reale si confondono quotidianamente.

[…]

Articolo originale:
https://www.doppiozero.com/materiali/interviste/luniverso-di-julio-cortazar

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