Thoreau, King e disobbedienza civile

Dietro alle proteste non-violente organizzate in tutto il mondo, ci sono serie motivazioni filosofiche che hanno guidato il pensiero e l’azione di Thoreau, Gandhi e King.

da un articolo di Scotty Hendricks
Big Think, 19 gennaio 2020

Mentre la maggioranza delle persone pensa che la disobbedienza civile abbia una lunga e nobile storia, sono in pochi a conoscerne i fondamenti filosofici a sostegno dell’idea della resistenza non-violenta.
Nel 1846, lo scrittore americano Henry David Thoreau fu arrestato e passò una notte in prigione per aver partecipato a una protesta.
Thoreau approfittò dell’incidente per scrivere un saggio sulle azioni illegali a fin di bene, conosciuto come Civil Disobedience: un classico del pensiero politico americano che ha influenzato altri pensatori in tutto il mondo.
Il ragionamento di Thoreau mette in evidenza il fatto che esiste la giustizia ma che non tutte le leggi la applicano. C’è quindi un problema: obbedire volentieri a leggi ingiuste, o impegnarsi per modificarle e obbedire fino a quando non ci si riesce, o ancora trasgredire da subito?

Ovviamente, forse, pensa che la soluzione sia l’ultima. Egli afferma che solo perché lo stato persegue determinate politiche, ciò non significa che l’individuo sia obbligato ad accettarle se sono ingiuste. Ciascuno ha una coscienza, e deve ascoltarla.
Inoltre, una persona che per anni obbedisce a una legge ingiusta finisce per acconsentirvi. Invece, è giusto agire subito per evitare di diventare complici di un’ingiustizia.

Per fare un esempio, paragona lo stato a una macchina. Mentre ammette che a volte la macchina possa accidentalmente creare ingiustizie, altre volte l’ingiustizia è sistemica e causata da cattive politiche. In questo caso, l’unica cosa che un uomo giusto può fare è contrastare e fermare la macchina. Ed esorta a usare il voto non come un semplice pezzo di carta, ma per usare la propria influenza, piuttosto che lasciare che la maggioranza governi in modo ingiusto.

Se l’ingiustizia è parte del necessario attrito della macchina del governo, lasciamo stare, lasciamo stare: forse esso si attenuerà, – certamente la macchina si logorerà. Se l’ingiustizia ha una molla, o una puleggia, o una corda, o una manovella esclusivamente per sé, allora si può forse considerare se il rimedio non sia peggiore del male; ma se è di una natura tale da richiedervi d’essere l’agente dell’ingiustizia nei confronti di un altro, allora, io dico, che s’infranga la legge. Lasciate che la vostra vita faccia da contro-attrito per fermare la macchina. Ciò che devo fare è accertarmi, in ogni caso, che non mi sto prestando al male che condanno.
Quanto all’adottare i sistemi che lo Stato ha predisposto per rimediare al male, io di tali sistemi non ne conosco. Richiedono troppo tempo, e la vita intera di un uomo se ne sarà nel frattempo andata. Ho altre faccende delle quali occuparmi. Non sono venuto a questo mondo innanzitutto per farne un buon posto nel quale vivere, ma per viverci, buono o cattivo che esso sia. Un uomo non deve fare tutto, ma qualcosa; e poiché non può fare tutto, non è comunque necessario che debba fare qualcosa di sbagliato.

Il suo saggio ha avuto una influenza diretta sul Mahatma Gandhi, la cui resistenza non-violenta al governo britannico in India ha a sua volta ispirato Martin Luther King Jr., autore anch’egli di un saggio su questi temi dal titolo The Letter from Birmingham Jail.
Gli argomenti di King sono meno anarchici, ma i principi fondamentali sono gli stessi: esiste la giustizia, una persona non è obbligata a conformarsi a una legge ingiusta ed è moralmente obbligata a infrangere una legge che promuove un’ingiustizia.
La lettera di King, scritta dal carcere, aggiunge anche qualche elemento strategico all’analisi della protesta non violenta:

Potete ben chiedere: “Perché l’azione diretta? Perché i sit-in, marce e così via? Non è la negoziazione una strada migliore?” Avete quasi ragione a chiedere una negoziazione. Infatti questo è il vero scopo dell’azione diretta. L’azione diretta non-violenta cerca di creare una crisi ed incoraggia una tensione che costringa una comunità che è stata costantemente rifiutata al negoziato a confrontarsi col problema. Essa cerca di drammatizzare così tanto il problema che non possa essere ignorato. La mia citazione della creazione della tensione come parte del lavoro di una resistenza non-violenta può suonare scioccante. Ma devo confessare che non ho paura della “tensione” del mondo. Ho seriamente opposto una tensione non-violenta ma c’è un tipo di tensione costruttiva non-violenta che è necessaria per la crescita. Così come Socrate sentì che era necessario creare una tensione nella mente perché gli individui potessero innalzarsi dalla schiavitù dei miti e delle mezze verità per il regno dei liberi di condurre analisi creative e valutazioni oggettive, così dobbiamo vedere la necessità della non-violenza di creare un tipo di tensione nella società che aiuterà gli uomini a sollevarsi dalla oscura profondità del pregiudizio e del razzismo alle maestose altezze della comprensione e della fratellanza. Lo scopo del nostro programma di azione diretta non-violenta è di creare una situazione di crisi che aprirà inevitabilmente la porta della negoziazione.

Insomma, King crede che le manifestazioni non-violente possano portare alla luce questioni ignorate dall’opinione pubblica e, quindi, ottenere dei progressi. Questa idea non è solo di King: una filosofia simile aveva guidato Emmeline Pankhurst nella sua battaglia per il diritto di voto alle donne.

Allora, la prossima volta che una marcia di protesta vi causa degli inconvenienti, ricordate che i partecipanti stanno andando avanti nel solco di una tradizione del tutto rispettabile, e che forse è il caso di ascoltarli prima di liquidarli.

Traduzione libera e in estratto

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