Figlia e valigia. Seconda puntata

Come d’estate, in India, un viaggiatore.

India, 1988 (nel pieno della stagione dei monsoni): viaggio di circa un mese e, a un certo punto, malsana idea di passare qualche giorno a Benares/Varanasi.

di FA minore

In posti del genere, è meglio – ahinoi, capito troppo tardi – “consegnarsi” al primo imbroglione di turno (sedicente guida turistica con calesse) perché almeno, conquistata la sua preda, pensa lui a tener lontani tutti gli altri. Invece, e mal ce ne incolse, decidiamo per il fai-da-te.

Giorni a sfuggire in ogni modo e momento membri di un vasto esercito di indefessi importunatori che non si lasciano né scoraggiare né tanto meno seminare: un incubo.
Stessa scelta l’ha fatta un ragazzo giapponese solitario, tutto vestito di nero, con zaino nero e una serie di padelle da esso penzolanti.

Proprio all’inizio, già stufi e desolati, ci abbandoniamo sui gradini di un ghat, seduti vicini a lui, e osserviamo: è più disperato di noi e non fa che rispondere “no, no, no” a chiunque lo avvicini, che so, per un concerto di Ravi Shankar e altre rarità simili e inverosimili. Rassegnato, alla fine scuote solo il capo. Non ha più parole.

Io, per la mia ostinata resistenza a quella che era una continua e insistente persecuzione, fui punita con un portentoso raffreddore.

Ma l’aneddoto serve solo da cornice per ritornare alla faccenda del giapponese, rimasta impressa nei nostri ricordi e spesso raccontata ad amici e parenti, tra i quali nostra figlia.
Ora che finalmente è potuta rientrare da noi dopo mesi di separazione, avevo messo da parte per lei alcune cose, tra le quali un tris di padelle di diverse dimensioni, perché quelle viste a casa sua erano quasi tutte da buttare.
Siccome (vedasi post sulla valigia) è venuta stracarica come sempre, per le padelle dice che farà come il giapponese in India.
Ovviamente, oltre a trolley, zaino e borsa a tracolla, si trascinerà dietro anche un bustone supplementare, perché mi sono stufata di vedere quelle padelle sul suo letto.

Jasper Johns

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