Il contagio degli anglicismi ai tempi del Coronavirus

Nel giro di un paio di mesi dallo scoppio della pandemia del 2020, hanno conquistato la stampa parole come lockdownsmart working e droplet.

di Antonio Zoppetti
30 aprile 2020

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Dalla quarantena al lockdown e dal mercato al wet market

Quando la Cina ha deciso di imporre la chiusura di Wuhan, il 23 gennaio 2020, non si parlava ancora di lockdown. E quando il coronavirus è scoppiato in Italia, alcuni comuni della Lombardia sono stati dichiarati “zona rossa” (23 febbraio). Poi è arrivata la chiusura delle scuole (4 marzo), dell’intera regione (8 marzo) e di tutta l’Italia (9 marzo).
La lingua dei giornali parlava di chiusura (tutto chiusochiusa l’Italia), di un Paese blindato da provvedimenti restrittivi, di bloccoisolamentoconfinamentoserrataquarantena e in senso lato persino di coprifuoco.
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Tutto è mutato con rapidità quando il virus a corona ha raggiunto i Paesi anglofoni. Mentre da noi si parlava ancora di “misure cinesi”, i decreti italiani sono diventati per vari governi europei il “modello” di come una democrazia potesse varare analoghi provvedimenti restrittivi, e la stampa anglofona ha etichettato tutto ciò “Italy lockdown“.

A metà marzo, mentre il presidente Conte annunciava il decreto “Cura Italia”, l’anglicismo è entrato ufficialmente nei titoli di molti giornali e in televisione, e le virgolette sono definitivamente cadute insieme alle spiegazioni da affiancare.
Nell’archivio del Corriere.it la sua occorrenza era di poche unità all’anno. Si trovava solo negli articoli che riferivano dei blocchi di scuole o quartieri statunitensi messi in “lockdown” durante eventi terroristici o sparatorie in corso.
Al 30 aprile 2020 gli articoli erano più di 1.000 (114 in marzo, quasi 900 in aprile). Il provvedimento non era più una misura statunitense, è diventata la nostra, e persino Conte ha usato questa parola più di una volta in televisione. Compiendo analoghe ricerche su quotidiani come Le Monde o El País l’anglicismo risulta invece assente o quasi, esattamente come non compare sulla Wikipedia francese e spagnola, al contrario di quella italiana.
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Sono molti gli anglicismi trapiantati nella lingua dei giornali con le stesse modalità di lockdown, anche se meno popolari. Fino a marzo, sulla stampa si leggeva del famigerato mercato di Huanan della città di Wuhan, dove pare che il virus abbia compiuto il salto di specie. Tra le altre definizioni più in voga c’erano mercato del pesce (talvolta ittico), mercato a cielo apertomercato di animali selvatici o di specie selvatiche. Ma in inglese si chiama wet market, e perciò in breve sono apparse anche le prime traduzioni letterali di mercato umido o bagnato.
Dopo le petizioni lanciate da organismi internazionali e dall’Oms (“Chiudiamo i wet market”), l’inglese ha preso il sopravvento.
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Gli anglicismi evocano un registro più alto con cui elevarsi socio-linguisticamente, suonano più precisi e tecnici, e dunque si diffondono e radicano senza traduzione sia nelle discussioni parlamentari, sia soprattutto nel linguaggio mediatico che ne opera il “trapianto” lessicale, una metafora che mi sembra più appropriata di quella del “prestito”.


La parola gli esperti: droplet, spike e spillover

Il lessico inglese non è solo il modello linguistico preferito dai giornalisti, è anche la lingua prevalente della scienza e di moltissimi altri ambiti. Quando la parola passa agli esperti, nei programmi televisivi accade dunque che ricercatori, economisti, politici e tecnici calino l’inglese dall’alto battezzando sempre più spesso ciò che è nuovo in inglese crudo. Per questo è passata l’informazione che il virus a corona è caratterizzato da uno “spuntone che si chiama spike”, e talvolta si è designata la sua proteina di superficie con spike protein. In italiano esisterebbe spinula (come si indica in ambito scientifico e biologico una formazione anatomica o patologica a forma di spina) e si potrebbe benissimo dire la proteina a spinula.
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Droplet, per esempio, significa semplicemente gocciolina ma, passando dalla denotazione alla connotazione, sembra voler sintetizzare in una sola parola il contagio da inalazione delle particelle di saliva nebulizzate (gli sputacchi sospesi nell’aria, si potrebbe dire in modo brutale), e persino il problema della distanza di sicurezza per evitare infezioni, perché così è stato introdotto dalla stampa agli inizi di marzo […].
In questo modo si è radicato ed è stato al centro di molte spiegazioni nelle conferenze stampa della Protezione civile (dove spesso viene usato come tecnicismo) e nelle delucidazioni dei virologi. Nel suo “acclimatarsi” al momento suona più preciso, tecnico e scientifico, ma ancora una volta non si è diffuso in Francia e Spagna, dove si parla di goccioline in modo chiaro e semplice.
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Telelavoro e smart working

Smart working circolava anche prima dell’epidemia…
[…] Nel primo quadrimestre del 2020 ricorre 555 volte (almeno 10 di più delle medie di un intero anno).
[…] Eppure si tratta di uno pseudoanglicismo. Non è dunque un “prestito”, ma il risultato di un trapianto che germoglia da radici anglofone geneticamente modificate. È presente solo in Italia.
In inglese non ha propriamente questo senso, il lavoro agile (come si legge nei contratti in italiano), cioè il telelavoro, il lavoro da casaa distanza da remoto sarebbe home (o remote) working. 
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Task force, screening, trend… i picchi di stereotipia

Confrontando le occorrenze delle parole inglesi con quelle del passato, durante la pandemia alcune hanno registrato impennate inaspettate legate a eventi contingenti.
[…] bazooka (da una media annuale di 10 volte sul Corriere.it al doppio su base mensile: 19 in marzo, 21 in aprile) usato da Giuseppe Conte come metafora (serve un bazooka da 750 miliardi per le imprese) ripresa da tutti i giornali in varie occasioni (il bazooka della Ue per iniettare liquidità).
Anche parole come jogging e runner sono aumentate significativamente, dopo le polemiche sulla possibilità durante l’isolamento di fare podismo e corsette, parole poco usate.
Ma a parte questi curiosi “effetti collaterali” ci sono molti altri casi più significativi per la lingua italiana. L’onnipresente screening ha il sopravvento su mapparemonitorarefare controlli a campione o di massa della popolazione… […] trial invece di sperimentazione clinica, sono aumentati kit (sierologici), test (aumenta anche testing, accanto a testare), mentre i siparietti dai balconi degli italiani in quarantena, sulla stampa, erano quasi sempre perfomance e flash mob.
Oltre a queste parole molto in voga anche prima, altre si sono diffuse e radicate maggiormente in questo periodo, come call (per nuovi medici e infermieri) e conference call. […] cluster, spesso impiegato al posto di focolaio…; hanno spopolato gli hub al posto dei centri…, c’è stato il trionfo di delivery, cioè la consegna a domicilio dei generi più disparati, dal food ai farmaci.
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La nuvola degli anglicismi instabili

[…] Presi uno alla volta, questi “prestiti temporanei” sono solo parole usa e getta insignificanti, uscite estemporanee, occasionalismi, citazioni virgolettate… Ognuno ha una frequenza irrisoria e un alto tasso di dispersione, ma considerati tutti insieme hanno una consistenza rilevante e non c’è articolo di giornale, servizio televisivo, discorso dell’esperto che non ne veicoli almeno qualcuno.
A metà marzo, quando nel bolognese è stato chiuso il comune di Medicina, per esempio, tutti gli articoli hanno ribattuto la stessa fonte: la zona rossa era motivata “dall’elevata diffusibilità correlata all’alto burden microbico” di quel paese. Il copia-incolla è dilagato senza che nessuno si prendesse la briga di tradurre “burden” con carico o con qualcosa che servisse a spiegare meglio di che cosa si stesse parlando. La parola è poi svanita con la stessa rapidità con cui era apparsa, ritornando nella nuvola e nel suo stato di latenza. […] La presunta violazione dei dati del sito dell’Inps, crollato sotto il peso delle eccessive richieste di indennità per l’emergenza, è stata riportata anche con l’espressione poco comprensibile di data breach – già da qualche anno presente nella nuvola con bassa frequenza – contro la quale si è scagliato Francesco Sabatini dalla rubrica di Rai Uno “Pronto soccorso lingua” (19 aprile).

[…] Al momento non è chiaro cosa strariperà da questa nuvola di anglicismi instabili, né cosa resterà di questo linguaggio pandemico, finita l’emergenza.
[…] L’analisi dei mezzi di informazione evidenzia soprattutto questo esondare che fa pensare allo tsuanmi anglicus evocato da Tullio De Mauro. Questo diluvio di anglicismi è composto da parole che, come tante goccioline, formano una nube piuttosto densa. La maggior parte di esse si dissolverà, ma altre nel ricadere a terra pianteranno inevitabilmente le loro spinule, i loro “spike”, nel nostro lessico, per attecchire e moltiplicarsi. Studiare le tracce di queste ondate, e ragionare su ciò che è rimasto, sarà una ricerca certamente interessante, a epidemia finita.

Nota:
i “grassetti” sono di FA minore.

Leggi tutto http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/virus_anglicus.html
© Istituto della Enciclopedia Italiana

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