Borges, l’ateo della Croce

La nera barba pende sopra il petto.
Il volto non è il volto dei pittori.
È un volto duro, ebreo.
Non lo vedo e insisterò a cercarlo
fino al giorno
dei miei ultimi passi sulla terra.

di Gianfranco Ravasi

Il Sole 24 Ore Cultura
9 ottobre 2017

È ormai nel crepuscolo della sua esistenza quando Borges scrive questi versi del Cristo in croce datandoli «Kyoto 1984». Sono versi di alta tensione spirituale, da tutti citati quando si vuole definire il suo rapporto con il Cristo, un incontro atteso ma non avvenuto in maniera piena, fermo restando che «l’ultimo suo passo sulla terra» a noi è ignoto, nonostante un contatto finale con un sacerdote, secondo la testimonianza di alcuni. María Lucrecia Romera scriveva che «Borges affronta il Cristo tragico della Croce […] e non quello dottrinario [teologico] della Risurrezione […] La sua non è l’ottica della fede del credente, ma dell’inquietudine del poeta agnostico».

Tuttavia bisogna subito aggiungere che a Borges per certi versi si adatta la considerazione generale che faceva lo scrittore francese Pierre Reverdy (1889-1960) nella sua opera En vrac: «Ci sono atei di un’asprezza feroce che s’interessano di Dio molto più di certi credenti frivoli e leggeri». Borges non aveva assolutamente «l’asprezza feroce» dell’ateo, ma la sua era una ricerca certamente implicita ma forse più intensa di quella di molti credenti pallidi e incolori. La sua era un’inquietudine profonda, celata sotto la scorza di un dettato compassato e venato di distacco se non di ironia.

Questa ricerca è splendidamente illustrata in un famoso testo dell’Artefice (1960) intitolato con un rimando a un altro grande amore borgesiano, Dante, Paradiso, XXXI, 108. Nel contesto di quel verso il poeta fiorentino rappresentava appunto «l’antica fame [che] non sen sazia» di chi, contemplando l’immagine di Cristo stampata sul velo della Veronica custodito in San Pietro a Roma, si chiedeva: «Signor mio Gesù Cristo, Dio verace, / or fu sì fatta la sembianza vostra?» (vv. 107-108). Da questo spunto Borges crea la sua riflessione che procede dal fatto che del volto di Cristo non abbiamo nessun ritratto nei vangeli, tant’è vero che nei primi secoli cristiani l’arte oscillò tra un Gesù affascinante sulla scia simbolica del Salmo messianico 45, «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo» (v. 3), e un Gesù repellente sulla falsariga del Servo messianico del Signore cantato da Isaia come figura che «non ha bellezza capace di attirare i nostri sguardi o splendore che generi piacere» (53,2).

Ecco, allora, l’intuizione di Borges: il volto di Cristo è da cercare negli specchi ove si riflettono i visi umani. Tra l’altro, era stato lo stesso Gesù a ricordare che tutto ciò che si fa «a uno solo dei suoi fratelli più piccoli» affamati, assetati, stranieri, nudi, ammalati e carcerati lo si fa a lui (Matteo 25,31-46). Dietro i lembi spesso deformi dei volti umani si cela dunque l’immagine di Cristo e, al riguardo, lo scrittore rimanda a san Paolo secondo il quale «Dio è tutto in tutti» (1Corinti 15,28). Ecco, allora, l’invito di Borges a seguirlo in questa ricerca umana del Cristo presente nelle facce degli uomini: «Abbiamo perduto quei lineamenti,/come si può perdere un numero/ magico, fatto di cifre abituali;/ come si perde un’immagine/ nel caleidoscopio. Possiamo scorgerli/ e non riconoscerli. Il profilo di un/ ebreo nella ferrovia sotterranea/ è forse quello di Cristo; le mani che/ ci porgono alcune monete/ a uno sportello forse ripetono quelle/ dei soldati che un giorno/ lo inchiodarono alla croce./ Forse un tratto del volto crocifisso/ si cela in ogni specchio;/ forse il volto morì, si cancellò,/ affinché Dio sia tutto in tutti».

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