Il ritorno a una nuova normalità

È l’espressione forse più abusata di questi tempi: significa anche che dovremo aspettarci sviluppi meno rapidi rispetto a quelli a cui ci eravamo abituati.

da Konrad. L’Europa spiegata bene.
Il Post, 9 maggio 2020

È un periodo in cui stiamo rimettendo fuori la testa, in tutta Europa.
[…] La Commissione Europea, per esempio, aveva tempo fino al 6 maggio per studiare una proposta sul Fondo per la ripresa, di cui si era discusso a metà aprile in un atteso Consiglio Europeo. Invece ha bucato i tempi di consegna, e ancora oggi non è chiaro quando presenterà le sue proposte. La notizia è passata praticamente sotto silenzio: nessuna dichiarazione indignata, nessun editoriale verboso, nessuna fuga di notizie che ha messo in cattiva luce la presidente Ursula von der Leyen o i commissari. 
Tutti quanti, soprattutto i governi dei paesi del Sud Europa, sembrano aver capito che il negoziato sul Fondo sarà lungo e complesso: le distanze politiche non sono state limate – rimane da decidere quanto sarà grande, come verrà finanziato, e in quale forma distribuire gli aiuti – e avere legato la sua creazione a una voce del budget pluriennale dell’intera Unione per il periodo 2021-2027 ha di fatto rinviato le trattative a un periodo meno concitato. 

Un paio di settimane fa una fonte della Commissione ci aveva raccontato che sperava ancora che il Fondo entrasse in vigore entro luglio. Negli ultimi giorni il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni ha auspicato che il Fondo sia approvato definitivamente dal prossimo Consiglio Europeo del 18-19 giugno. Fate voi i conti: se davvero verrà trovato un compromesso sul Fondo – ed è un grosso se – la Commissione avrebbe 11 giorni di tempo per metterlo in piedi: per di più dovrebbe chiedere in anticipo ai singoli stati i soldi che il Fondo riceverà dal budget 2021-2027. A meno di sorprese – mai dire mai, eh – se ne riparlerà dopo l’estate.


In settimana si è parlato parecchio di una complessa sentenza della Corte Costituzionale tedesca che ha riguardato la Banca Centrale Europea e il famoso programma di Quantitative Easing. Era la classica notizia che atterrisce già dal titolo e dal sommario: se avete fatto il giro largo, siete perdonati. La decisione della Corte ha comunque avuto una sua rilevanza e vale la pena spiegare perché.

La prima cosa da chiarire è che la Corte Costituzionale tedesca non ha giurisdizione sulle decisioni dell’Unione Europea: ce l’ha sulla partecipazione della Germania ai programmi europei, che senza i soldi e il sostegno della Germania non hanno ragione di esistere.
La Corte ha respinto un ricorso che chiedeva di ritirare la partecipazione della Banca centrale tedesca al QE, il noto programma di acquisto di titoli di stato da parte della BCE avviato nel 2015: al contempo, però, ha dato tre mesi di tempo alla BCE per spiegare le ragioni economiche che hanno giustificato il programma, e definito irragionevole la giustificazione legale data alla BCE dalla Corte di Giustizia Europea, il principale tribunale dell’UE.
Nonostante la sentenza sia stata in favore della BCE, molti osservatori hanno notato che nella sentenza la Corte ha sostanzialmente aderito al ragionamento dei ricorrenti: nell’applicare il QE la BCE è andata troppo oltre il suo mandato – cioè quello di mantenere stabile l’inflazione – perché ha acquistato troppi titoli di alcuni stati, perdendo di vista la proporzionalità prevista dai trattati europei e soprattutto «gli effetti sulla politica economica» in certi paesi.
In parole povere: la Corte ha aderito alla «litania ben radicata nell’ala conservatrice degli ambienti economici tedeschi» che i fondi europei siano stati garantiti a paesi o aziende che non meritavano di essere soccorsi perché il loro fallimento era stato deciso dal mercato, scrive Martin Sandbu sul Financial Times. Diversi altri analisti e osservatori concordano che la sentenza abbia una natura soprattutto politica e sia valsa come un avvertimento alla BCE, una di testa di cavallo mozzata nell’ufficio di Lagarde.
Il colore politico della sentenza non è stata l’unica cosa che ha stupito gli analisti, anche quelli che lavorano in Germania. La sentenza «è un notevole precedente perché apre la strada per altre corti nazionali che intendono sfidare la Corte di Giustizia Europea», ha scritto Shahin Vallée del German Council on Foreign Relations. Vallée si riferisce soprattutto alle corti dei paesi dell’Est, che da anni litigano coi tribunali europei sul rispetto dello stato di diritto. Fa un po’ ridere, inoltre, che la Corte Costituzionale tedesca chieda ulteriori documenti alla BCE, che in questi anni ne ha prodotti centinaia per spiegare le ragioni del QE; e che siano stati proprio i conservatori tedeschi, negli anni scorsi, a sostenere la teoria per cui le banche centrali dovessero rimanere indipendenti da pressioni politiche.
La BCE non avrà alcuna difficoltà a rispondere, e in molti sperano che guardando indietro considereremo la sentenza uno sfogo di una parte della classe dirigente tedesca. Anche perché il programma di sostegno avviato dalla BCE per contrastare gli effetti del coronavirus, il cosiddetto PEPP, ricorda da vicino il QE e la sua legittimità potrebbe venire danneggiata da una battaglia politico-giudiziaria sul suo predecessore.


[continua…]

Immagine di anteprima:
una gigantesca bandiera UE sulla facciata dell’edificio La Pedrera di Barcellona, opera di Antoni Gaudi, 9 maggio 2008, Giorno dell’Europa. Foto AP Photo/Manu Fernandez.


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