Gilles Deleuze sulla cultura

… non mi vedo come un intellettuale, come uno istruito… quando vedo qualcuno che è istruito io ne sono spaventato.

libero collage da
Doppiozero, 2 novembre 2015

Io posso provare ammirazione per certi aspetti, per altri assolutamente no, ma io sono spaventato da qualcuno colto. Si distingue bene uno che è colto. Ha un sapere spaventoso su tutto… Se ne vedono molti fra gli intellettuali, sanno tutto, sono al corrente di tutto. Sanno la storia dell’Italia nel Rinascimento, conoscono la geografia del Polo Nord, insomma si può fare tutta una lista. Sanno tutto, possono parlare di tutto. È terribile. Quando dico che non sono istruito e che non sono un intellettuale voglio dire una cosa semplice: non ho alcun sapere di riserva. Almeno così non avrò alcun problema, alla mia morte non ci sarà niente da cercare, nessun inedito, niente.
… tutto quello che imparo, lo imparo per uno scopo e quando lo scopo è raggiunto lo dimentico, in modo che sono costretto, se dopo dieci anni devo tornare sullo stesso argomento, a ricominciare da zero, salvo qualche caso molto raro, perché ad esempio Spinoza è nel mio cuore, non lo dimentico. È il mio cuore, non è la mia testa, ma altrimenti… Allora perché non ammiro questa cultura spaventosa? Sono persone che parlano

Sanno parlare, hanno prima di tutto viaggiato, hanno viaggiato nella storia, nella geografia, sanno parlare di tutto. Ho sentito alla televisione, è sorprendente. Ho sentito dei nomi e dal momento che sono pieno di ammirazione posso anche dirli… delle persone come Umberto Eco. È prodigioso, qualsiasi cosa gli si dica è come se si spingesse un bottone e via, e per di più lo sa… Allora non posso dire di invidiarlo, sono stupefatto ma non lo invidio per niente.
Da un certo punto di vista che cos’è la cultura? La cultura consiste molto nel chiacchierare, soprattutto ora che non insegno più, che sono in pensione, mi sembra sempre di più che parlare sia un po’ sporco. La scrittura è pulita. Scrivere è pulito, parlare è sporco. Sporco perché è sedurre.
Non sopporto i convegni. Fin da quando ero giovane, non li ho mai sopportati. Non viaggio… la mia salute me lo impedisce, ma i viaggi degli intellettuali sono una buffonata. Non viaggiano, si spostano per parlare. Partono da un posto dove parlano per andare in un altro posto dove devono parlare, e poi parlano anche a pranzo con gli intellettuali del posto. Non smettono mai di parlare, non lo sopporto. Parlare, parlare, parlare, non lo sopporto. Penso che la cultura sia molto legata alla parola, in questo senso allora odio la cultura, non la posso sopportare.

Io non credo alla cultura… quello in cui credo sono gli incontri….
Si crede sempre che gli incontri si facciano con le persone, ma è terribile, quello fa parte della cultura, gli intellettuali che si incontrano tra loro, la schifezza dei convegni, un’infamia.
… gli incontri non si fanno con le persone, ma con le cose: incontro un quadro, un’aria musicale, una musica. Ecco cosa sono gli incontri… sono sempre catastrofici gli incontri con le persone.
… non incontro intellettuali. O se ne incontro uno è per altre ragioni, perché faccio un incontro con lui per quello che fa, il suo lavoro attuale, il suo fascino, tutto questo. Si fanno incontri con questi elementi, con il fascino delle persone, con il loro lavoro, ma non con le persone, le persone lasciamole perdere…


Mi dico: cosa ho vissuto, da quando ho l’età per entusiasmarmi un po’…
Ho vissuto la Liberazione. La liberazione è stato uno dei periodi più ricchi che si possano immaginare… C’era stata la guerra, non è poco, non era uno scherzo, si scopriva tutto: il romanzo americano, Kafka, c’era Sartre, è inimmaginabile cosa è stato intellettualmente ciò che si scopriva o si riscopriva, per esempio nella pittura… era veramente un’atmosfera creativa, bellissima. Poi ho conosciuto il pre ’68, che è stato un periodo estremamente ricco, fino al dopo ’68.
Poi di tanto in tanto ci sono dei periodi poveri, è normale. Non è la povertà che disturba, è l’insolenza o l’impudenza di coloro che occupano i periodi poveri. Sono molto più malevoli delle persone geniali che vivono nei periodi ricchi.
… sono contentissimi, più sono stupidi, più sono contenti. Sono quelli che considerano la letteratura un piccolo affare privato. Se pensi così, non c’è alcun bisogno di leggere Kafka.
… Traversare un deserto, un periodo deserto, non è una gran cosa, non è grave; terribile è nascere, crescere in un deserto. Questo è spaventoso. Lo immagino, ma si deve avere l’impressione di una grande solitudine.


Per definizione un grande autore o un genio è qualcuno che introduce qualcosa di nuovo, se questo nuovo non appare non disturba nessuno, non manca a nessuno, perché non se ne aveva alcuna idea. Se Proust non fosse mai esistito, se Kafka non fosse mai stato pubblicato, non sarebbe possibile sentirne la mancanza. Se avessero bruciato tutto Kafka, nessuno avrebbe potuto dire: “ci manca”, perché non avremmo idea di ciò che è scomparso. Se oggi i nuovi Beckett sono fatti fuori o non sono pubblicati dall’attuale sistema editoriale, non si potrà dire “come ci mancano”.
… I mezzi che abbiamo oggi per trovare i nuovi Proust o i nuovi Beckett. Dovremmo avere un metal detector e di fronte al nuovo Beckett, uno assolutamente inimmaginabile, che non sappiamo cosa può portare di nuovo, il metal detector emetterebbe un suono…

Allora cosa significa la crisi oggi, tutte queste stupidaggini. La crisi attuale la vedo legata a tre cose, ma non durerà a lungo, sono molto ottimista. È questo che definisce un periodo deserto: prima di tutto quando i giornalisti si sono appropriati della forma libro, i giornalisti hanno sempre scritto, penso che sia un bene che scrivano, ma allo stesso tempo quando si mettevano a fare un libro sapevano di passare a una forma diversa, che non è la stessa cosa che scrivere gli articoli di giornale.
… il giornalista in quanto tale si è appropriato della forma-libro, cioè considera del tutto normale fare un libro che sia a mala pena un articolo di giornale. Non va bene.
La seconda ragione è stata la generalizzazione dell’idea che tutti potevano scrivere, perché la scrittura era un piccolo affare privato. Allora… con gli archivi di famiglia, scritti oppure conservati in testa, tutti hanno avuto una storia d’amore, tutti hanno avuto una nonna malata, una madre sul punto di morire in condizioni penose, si pensa che questo faccia un romanzo. Ma non fa un romanzo…, nella maniera più assoluta.
E poi, la terza ragione, è che i veri clienti sono cambiati, e non ce se ne accorge… i veri clienti della televisione, chi sono? Non sono più gli ascoltatori ma gli sponsor. Sono loro i veri clienti. Gli ascoltatori hanno quello che decidono gli sponsor.
… il rischio è che i veri clienti degli editori non siano i potenziali lettori ma i distributori. Quando i distributori saranno davvero i clienti degli editori, cosa succederà? Ai distributori interessa la circolazione rapida, da supermercato, il regime dei best-seller e così via. Qualsiasi letteratura alla Beckett allora, tutta la letteratura creativa sarà naturalmente schiacciata.

Immagine: Shirin Abedinirad, Narcissus

Articolo originale:
https://www.doppiozero.com/materiali/deleuze/c-come-culture

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