L’Accademia della Crusca

Un gruppo di amici decise di riunirsi per discutere, in modo giocoso e leggero di questioni linguistiche e letterarie. Le intenzioni iniziali erano del tutto anti-accademiche.

di Francesca Papa
via academia.edu

La fondazione risale al 25 gennaio 1583, anche se la cerimonia inaugurale avvenne due anni dopo, il 25 marzo 1585. L’origine è da ricercare, tuttavia, nel decennio precedente, quando un gruppo di amici decise di riunirsi per discutere, in modo giocoso e leggero di questioni linguistiche e letterarie.
Le intenzioni iniziali erano del tutto anti-accademiche, in contrapposizione alla pedanteria dell’Accademia fiorentina, protetta dal granduca Cosimo de’ Medici.

Diversi d’indole e d’attitudini, ugualmente annoiati delle vacue disquisizioni erudite e dei pretenziosi atteggiamenti di retori tradizionalisti e classicisti dottrinari, aperti al nuovo, erano contenti di potersi esprimere nei modi della lingua volgare, componendo o discutendo e parodiando, in occasione delle allegre riunioni che tenevano in opposizione e contrasto delle solenni adunanze dell’Accademia fiorentina.

Il nome deriva, infatti, dalla definizione di Brigata dei crusconi assunta dai suoi soci, ad indicare in modo burlesco “gente degna di crusca e non di farina”; cruscate erano dette, invece, le loro riunioni, in cui venivano pronunciati discorsi dallo stile ironico e scherzoso.
Vengono indicati come fondatori Giovan Battista Deti, il Sollo; Anton Francesco Grazzini, il Lasca; Bernardo Canigiani, il Gramolato; Bernardo Zanchini, il Macerato; Bastiano de’ Rossi, l’Inferigno.
Nel 1582 i Crusconi iniziarono a dare forma regolare alla loro assemblea conferendogli il nome di accademia; ma fu solo l’anno successivo che il nuovo socio Lionardo Salviati, l’Infarinato, diede l’impulso per la svolta normativa che avrebbe caratterizzato l’istituto nei secoli successivi.
Anche il nome di “Crusca” assunse, allora, un significato diverso: il compito dell’Accademia era separare la farina dalla crusca, ossia distinguere la parte buona della lingua da quella cattiva e impura.

Il frullone


Il modello era quello promulgato nel 1525 da Pietro Bembo, che prevedeva il primato del volgare fiorentino, su modello degli scrittori del Trecento.
Fu inoltre introdotta una simbologia basata sulla farina, sulla macinatura e sulla panificazione.
Lo stemma dell’Accademia è dal 1590 il frullone, lo strumento che si usa appunto per separare il fior di farina dalla crusca (ma ovviamente “il frullone non è l’insegna dell’Accademia della Crusca; è l’impresa, è il mezzo con cui si dichiara un progetto che l’accademia vuole intraprendere”; Pozzi 1985: 43); si trattava di una macchina nuova apparsa pochi decenni prima, che voleva “significare che nel loro lavoro intendevano avvalersi di moderni metodi filologici e di analisi della lingua” (Coletti & Iannizzotto 2011: 26).
Come motto venne scelto il verso petrarchesco Il più bel fior ne coglie (Canzoniere,LXXIII, 36), che completava l’immagine e indicava il modello linguistico che li ispirava. Si stabilì anche che tutti gli oggetti e la mobilia all’interno dell’Accademia dovessero avere nomi attinenti al grano, alla farina e alla crusca: furono, ad esempio, realizzati particolari seggi, chiamati gerle, costituiti da una cesta del pane capovolta e da una pala da forno utilizzata come schienale, e degli armadi per i verbali a forma di sacco per farina.
Gli stessi accademici, come si è visto, adottarono degli appellativi relativi a quest’ambito e ad ognuno di loro corrispondeva una pala di legno dipinta con un’immagine simbolica, il nome accademico e il motto scelto (tratto solitamente dalla Commedia di Dante e soprattutto dal Canzoniere di Petrarca; talvolta anche da altri autori come Giovanni della Casa, Tasso, Ariosto). Oggi si possono osservare la pale visitando la sala ad esse dedicata nella Villa Medicea di Castello a Firenze, sede odierna dell’Accademia; è possibile, inoltre, consultare online sul sito dell’Accademia, un archivio delle pale con le relative schede.

Le gerle


Dalla fine del XVI secolo iniziò la preparazione del Vocabolario, stampato a Venezia nel 1612, grazie all’autofinanziamento degli stessi Accademici (cfr. Della Valle2006: 98; Marazzini 2009: 90). Si tratta del più antico dizionario di una lingua europea di cultura e divenne presto un esempio di metodo lessicografico per le altre istituzioni europee. Risentirono del suo modello, ad esempio, il Dictionnaire de l’Académie Française (1694), il Dictionary of the English Language di S. Johnson (1747- 1755) e il Diccionario della Real Academia Española.
Sull’esempio della Crusca, inoltre, il Principe Lodovico di Anhalt fondò nel 1617 a Weimar la Fruchtbringende Gesellschaft.

Il Vocabolario si basa principalmente sugli spogli delle Tre Corone, ma prende in esame anche le opere più umili del Trecento. Non mancano aperture verso gli usi cittadini moderni e le opere di non fiorentini come Ariosto e Bembo, che avevano adottato il modello fiorentino. Tuttavia le parole della lingua moderna erano inserite non tanto per l’interesse alla contemporaneità, quanto per provare la continuità tra il toscano del ‘500 e quello trecentesco: “le parole del fiorentino vivo, insomma, erano documentate di preferenza attraverso gli autori antichi” (Marazzini 2009a: 134).
Il vocabolario si caratterizza, inoltre, per l’abbandono degli usi ancora legati al latino e per il sostanziale disinteresse per la terminologia tecnico-scientifica. La sua pubblicazione non fu esente da polemiche, che “riguardarono in particolare, l’assenza di molte parole moderne, l’esclusione di autori famosi come Torquato Tasso, il disinteresse degli Accademici per le voci della scienza e della tecnica e per la terminologia delle arti e dei mestieri” (Della Valle 2006: 100).
Nello stesso anno Paolo Beni pubblicò un’Anticrusca in cui criticava il ruolo modellizzante degli scrittori del Trecento, a sostegno della superiorità dei cinquecentisti. Sosteneva, inoltre, il carattere italiano della lingua, patrimonio di tutta la penisola e dunque distinta dal fiorentino (cfr. Marazzini 2009: 94).

[…] Nonostante le opposizioni, gli accademici non modificarono l’impianto del Vocabolario e la seconda edizione, stampata anch’essa a Venezia nel 1623, si presenta per lo più come una ristampa della prima senza particolari variazioni, se non per alcune aggiunte tra i citati come ad esempio le Rime di Michelangelo, le Lettere del Tolomei, i Beoni di Lorenzo de’ Medici e le rime burlesche di Luca Martini. Come per la precedente edizione, si trattava di un volume unico, formato in folio (Marazzini 2009a: 143).
[…] Diversa, invece, è la terza edizione del Vocabolario, stampata nel 1691 a Firenze con dedica a Cosimo III de’ Medici. Presenta, infatti, alcuni cambiamenti a livello quantitativo e qualitativo. Si passa dall’unico volume delle prime due edizioni alla pubblicazione di tre volumi; viene “introdotta l’indicazione v.a. (voce antica) per contrassegnare le parole antiche, che venivano registrate come semplice testimonianza storica e non più come esempio da seguire” (Della Valle 2006: 101); si aggiungono nuovi autori come Castiglione, Segneri, Pallavicino e, soprattutto, Tasso; si introducono termini tecnici di arti e mestieri e si iniziano a prendere in considerazione voci scientifiche.
[…] La quarta edizione fu pubblicata a Firenze tra il 1729 e il 1738 e fu dedicata a Gian Gastone de’ Medici. Costituita da sei volumi, comprende tra i citati nuovi autori come Sannazaro e Cellini e si avvale di un controllo più rigoroso degli spogli. Anche in questo caso non mancarono le critiche e le polemiche: l’Accademia veniva accusata di arrogarsi impropriamente il diritto di stabilire norme linguistiche, privilegiando le forme arcaiche a scapito della lingua viva.

Nel 1764 Alessandro Verri pubblicò sul “Caffè”, giornale illuminista milanese, la Rinunzia avanti notaio degli autori del  presente foglio periodico al Vocabolario della Crusca: “una presa di posizione volutamente scandalosa che rivela, insieme con l’impazienza dell’autore e del suo ambiente, l’inadeguatezza dell’opera alle esigenze moderne” (Bruni 2002: 78).
Queste diatribe, unite alle polemiche per “lo stato di torpore in cui sembravano giacere le tre accademie di Firenze, la Fiorentina, quella della Crusca e quella degli Apatisti” (Accademia della Crusca 1965: 18), si facevano sempre più aspre, tanto che nel 1783 Pietro Leopoldo decise di accorpare le tre istituzioni in una sola Accademia Fiorentina.
Tutto il patrimonio della biblioteca e dell’archivio della Crusca passò così alla Biblioteca Magliabechiana.

L’Accademia della Crusca fu rifondata nel 1811, grazie ad un decreto di Napoleone, il quale si era già dimostrato, due anni prima, interessato alla salvaguardia dell’italiano concedendo ai fiorentini di poter parlare la propria lingua accanto al francese.
Con l’istituzione della nuova Accademia si stabilì l’obiettivo di revisionare il Vocabolario, difendendo la purezza dell’italiano. Tuttavia i lavori preparatori apparsi nel Prospetto degli oggetti da aversi di mira per la quinta impressione del Vocabolario (1813) non presentavano innovazioni rilevanti. Fu grazie a Vincenzo Monti nel 1817 che furono presentati nuovi criteri nella Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca, per limitare la presenza di parole troppo arcaiche e strettamente fiorentine. Doveva essere “un’opera che, edificata sulle dottrine di Dante, piglia a difendere i diritti della lingua universale italiana contra le arroganti pretensioni dei Toscani, che alla lingua scritta ed illustre, comune a tutta la nostra bella penisola, presumono di sostituire il  dialetto particolare del Mercato Vecchio e del Casentino” (Monti 1929: 387).
Furono organizzate così quattro commissioni per la compilazione della quinta edizione del Vocabolario: una per i termini latini e greci, una per i termini scientifici, una per la correzione delle “teoriche grammaticale”, e una per la revisione degli spogli. I lavori furono molto lenti e il primo volume vide la luce soltanto nel 1863, con dedica a Vittorio Emanuele II; la pubblicazione si arrestò nel 1923 alla lettera O (l’ultima parola registrata è ozono).
L’interruzione dei lavori fu stabilita con il Regio Decreto dell’11 marzo 1923, emanato dal Ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile. L’attività lessicografica dell’Accademia fu soppressa e sostituita con la compilazione di testi filologici; fu istituito, infatti, nel 1937 il “Centro di studi di filologia italiana” con un decreto che mirava a “promuovere lo studio e l’edizione critica degli antichi testi e degli scrittori classici della letteratura dalle origini al secolo XIX” (L’Accademia della Crusca 1965: 32).

Il progetto di riprendere la compilazione di un nuovo Vocabolario fu presentato nel 1955: in occasione del primo Congresso internazionale di studi italiani, riunitosi due anni prima a Cambridge, fu proposta la pubblicazione di un Vocabolario storico della lingua italiana.
[…] nel volume XII, del 1955 degli “Studi di filologia italiana” fu pubblicato l’articolo Per un grande Vocabolario storico della lingua italiana, sottoscritto da Migliorini, Santoli, Devoto, Nencioni; nella biblioteca di Lingua Nostra (Firenze 1957) Crusca, lingua e vocabolari di Michele Barbi e Per un tesoro della lingua italiana di Giorgio Pasquali (cfr. L’Accademia della Crusca 1967).
A partire dal 1963, inoltre, ebbe inizio una collaborazione tra l’Accademia e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), che permise di avviare l’Opera del Vocabolario. Il presidente della Crusca, Giacomo Devoto, pronunciò un discorso durante una seduta pubblica nella Sala delle Conferenze Dantesche del Palagio dell’Arte della Lana (cfr. Duro 1985: 433), in cui indicava le intenzioni del nuovo Vocabolario: non più ad esclusivo appannaggio dell’élite colta, propugnatore del canone classico lingua pura, “non più concepito con intenti prevalentemente normativi, non rivolto a una minoranza di uomini di lettere, necessariamente condizionato dalle progredite esigenze di una società intellettualmente, socialmente e tecnicamente rinnovata”, ma “uno strumento di lavoro, d’informazione e d’indagine per quanto possibile compiuto aperto alla comprensione storica e alla funzionalità operativa di ogni settore dell’attività umana (Devoto)” (L’Accademia della Crusca e il suo Vocabolario 1967: 18). Nel 1969, per iniziativa di Devoto, il “Centro di studi filologici” fu affiancato dal “Centro di studi di lessicografia italiana” e dal “Centro di studi di grammatica italiana” a cui corrispose la pubblicazione delle relative riviste. “Ovviamente l’attività dei centri è scientifica, non normativa; e le riviste non sono organi di bandiera, ma sono aperte a tutti i contributi e orientamenti seri” (Nencioni 1979: 2).

L’impresa del vocabolario storico fu sostenuta e portata avanti dal successivo presidente dell’Accademia, Giovanni Nencioni (presidente dal 1972 al 2000), adottando uno spoglio non manuale, ma elettronico dei testi e aprendosi alle moderne tecniche  informatiche.
Nel 1972 si decise di concentrare l’opera sulla sezione antica, che prese il nome di Tesoro della lingua italiana delle origini (cfr. Nencioni 1979). 
[…] L’impulso di Nencioni al rinnovamento dell’Accademia fu fondamentale e si accompagnò anche ad una moderna e più ampia apertura al pubblico. A lui si deve la fondazione del periodico “La Crusca per Voi” nel 1990, segno dell’importanza riconosciuta all’interazione con i parlanti.
Una crisi finanziaria alla fine degli anni ’80 sembrava, infatti, dovesse porre fine alla vita dell’Istituzione. A salvarla fu una sottoscrizione pubblica proposta sul “Giornale” da Indro Montanelli; il contributo di istituzioni e di privati evitò la chiusura dell’Accademia, e rese possibile la pubblicazione del nuovo foglio semestrale, come ringraziamento per il sostegno ricevuto. Nencioni era consapevole del bisogno di porre l’Accademia a un livello internazionale, accogliendo al suo interno anche membri stranieri, in particolare dall’Europa orientale: un accordo prevedeva, infatti, la collaborazione per la compilazione di un nuovo vocabolario Polacco- italiano-Polacco; si intensificarono, inoltre, i rapporti con gli altri istituti, come la New York’s Italian Academy for Advanced Studies in America per lo scambio di studiosi e la collaborazione ad iniziative comuni.

La promozione della lingua italiana all’estero continua anche sotto la presidenza di Francesco Sabatini (dal 2000 al 2008); nel 2001 ha avviato il “Programma della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo”, un evento culturale internazionale, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, che si tiene ogni anno nel mese di ottobre e in questa occasione gli Istituti di cultura dei cinque continenti sviluppano un tema comune relativo alla lingua italiana. 
Inoltre “Francesco Sabatini è intervenuto come presidente dell’Accademia a sostegno di un plurilinguismo effettivo sulla questione delle ‘lingue di lavoro’ negli organismi dell’Unione Europea dove di fatto l’italiano è in posizione svantaggiata rispetto all’inglese, al francese e al tedesco” (Morgana 2009: 106; cfr. Sabatini 2003).
Come membro fondatore dell’EFNIL (European Federation of National  Institutions for Language), “l’Accademia sostiene non solo l’apprendimento e l’uso della lingua italiana, ma anche la conoscenza delle altre lingue europee e, quindi, elabora progetti e discute sui temi del multilinguismo europeo” (Zenoni 2012: 163). 

Dal 2007 è poi attivo il “Progetto Firenze, Piazza delle Lingue”, che segue lo sviluppo del multilinguismo europeo e promuove l’approfondimento del rapporto tra le lingue dell’Unione; “Firenze si propone, anche in virtù della sua storia linguistica, come piazza ideale per il più libero e ampio dibattito sul futuro linguistico del continente europeo” (Morgana 2009: 106; cfr. Robustelli, Benedetti, 2008).
Un altro importante merito di Sabatini è l’attenzione dedicata ai rapporti tra l’Accademia della Crusca e la Scuola: seminari e corsi di formazione sono tra le iniziative dedicate in particolar modo ai docenti per l’aggiornamento e il rinnovamento della didattica dell’italiano.

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