Kirchner a New York

Una retrospettiva dedicata dalla Neue Galerie, in corso fino al 13 gennaio, a Ernst Ludwig Kirchner, uno dei protagonisti dell’espressionismo tedesco.

da un articolo di Maurita Cardone
Artribune, 4 gennaio 2020

È stata un percorso di ricerca la carriera (e la vita) di Ernst Ludwig Kirchner (Aschaffenburg, 1880 ‒ Davos, 1938). E non si tratta di pura ricerca intellettuale, semmai di lavoro sul campo: quello che l’artista vedeva intorno a sé entrava di prepotenza nella sua arte.
La mostra, a cura di Jill Lloyd e Janis Staggs, mette ordine nella vasta produzione di Kirchner dal 1907 al 1937. Utilizzando i luoghi in cui visse l’artista come filo conduttore, raccoglie dipinti, disegni, stampe e una scultura in legno che mettono in evidenza come il suo lavoro si sia trasformato in relazione all’ambiente circostante, agli eventi storici e alle evoluzioni della società del tempo.

Il focus principale della mostra è sull’innovativo uso del colore, di cui l’artista si serve in modi diversi a seconda dei soggetti prescelti ma anche dei diversi media con cui si cimenta nel corso della sua carriera.
Kirchner amava infatti sperimentare con diversi mezzi espressivi e aveva una visione organica e complessiva dell’arte, che rifiutava le gerarchie tradizionali. Per dare conto di questa complessità di stimoli e risposte creative, le circa cento opere esposte sono organizzate in cinque sezioni, una per ognuna dei luoghi che ospitarono l’artista (Dresda, Berlino e Davos), più una dedicata agli anni della guerra e un’altra in cui sono raccolte le stampe.

[…] Arrivato a Dresda nel 1901 per studiare architettura, Kirchner cominciò subito a frequentare il mondo dell’arte e, nel 1905, insieme a Fritz Bley, Erich Heckel e Karl Schmidt-Rottluff, fondò il movimento Die Brücke, che si muoveva nell’ambito dell’Espressionismo tedesco, rifiutando gli stili accademici, con l’obiettivo di creare un ponte tra passato e presente.
La chiave del lavoro di Kirchner in questo periodo è il colore, che l’artista stesso definì come mattone fondamentale dei suoi quadri.
Uno dei primi dipinti in mostra in questa sezione, il Ritratto di Hans Frisch (1907), offre un brillante esempio di un particolare uso del colore che si muove su una linea di confine tra Post-impressionismo e arti decorative. L’uomo appare pensieroso nella sua figura scura, ma il fondo su cui siede, un divano dai colori vivaci, sembra riflettere ciò che dell’interiorità di Frisch non ci viene mostrato, stimolando un coinvolgimento psicologico dello spettatore che è chiamato a completare la narrazione con l’aiuto della descrizione, come in un romanzo ottocentesco.

Nel 1911, il trasferimento nella capitale, con la sua energia, la sua crudezza, il suo ritmo dinamico e l’alienazione delle sue folle, diede il via a una trasformazione repentina nello stile e nei soggetti di Kirchner. Il blu è il colore dominante del periodo berlinese e la relazione tra realtà e arte il tema che l’artista cerca di sviscerare ritraendo scene di strada velate di malinconia e inquietudine. Sono di questo periodo alcuni dei suoi più famosi dipinti di vita sociale, in cui domina il contrasto tra spazi vibranti di colore e figure scure: affascinato dall’introduzione della luce elettrica nelle strade cittadine, Kirchner sembra trovare una rappresentazione esteriore delle luci e ombre tipiche di una vita urbana che lo attraeva e respingeva allo stesso tempo.

Dopo qualche anno a Berlino, Kirchner era provato dallo stress della vita urbana, acuito dagli abusi di assenzio, alcol e droghe. Quando nell’estate del 1914 scoppiò la Prima Guerra Mondiale, temendo di essere chiamato al fronte, si arruolò volontario sperando di evitare il campo di battaglia. Ma durante l’addestramento ebbe un crollo psicologico e trascorse gli anni del conflitto entrando e uscendo dai sanatori. La sua paura più grande era quella di perdere la propria identità artistica e di essere risucchiato dalla macchina tritacarne della guerra. Sono da interpretare attraverso questa lente le incisioni su legno della serie Storia straordinaria di Peter Schlemihl (1915), ispirata alla novella di Adelbert von Chamisso, in cui il personaggio del titolo vende la propria ombra al diavolo. La serie è una sorta di autoritratto diffuso all’interno del quale l’Autoritratto da soldato (1915), in cui Kirchner si mostra in uniforme e privo della mano destra che usava per dipingere, apre una finestra sui peggiori incubi dell’artista.

Passata la tempesta della guerra, Kirchner iniziò sempre più ad apprezzare le gioie della vita rurale che trovava nei suoi frequenti periodi in Svizzera. L’aria salubre, le attività semplici, una comunità ristretta e coesa erano ciò di cui aveva bisogno per rimettersi, ma il rapporto con i locali, che non erano abituati alle stranezze della vita bohémienne, non fu sempre idilliaco. Nelle sue opere, tuttavia, Kirchner idealizza la montagna di Davos, evocando una vita sognata più che vissuta. Nel trittico Vita sulle Alpi (1917-19) l’artista dà forma a una struttura narrativa che attraversa l’intero arco della giornata, mitizzando l’immagine bucolica di una esistenza fatta di lavoro manuale, in armonia con la natura.
[…]

Immagini:
– Berlin Street Scene, 1913 14. Neue Galerie, New York & Private Collection.
– The Russian Dancer Mela, 1911. Private Collection.

Articolo originale:
https://www.artribune.com/dal-mondo/2020/01/mostra-ernst-ludwig-kirchner-neue-galerie-new-york/

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