I limiti dell’energia pulita

La riduzione della domanda di energia non solo accorcia i tempi della transizione verso le rinnovabili, ma è in grado di contenere gli aspetti più distruttivi che anch’esse comportano.

di Jason Hickel (*)
Foreign Policy, 6 settembre 2019

Illustrazione di Joan Wong per Foreign Policy.

Il dibattito sul cambiamento climatico è stato molto acceso negli ultimi mesi. Dopo gli scioperi degli studenti e in presenza di movimenti come Extinction Rebellion [v. post del 18 novembre 2019], molti governi hanno dichiarato un’emergenza climatica e i partiti progressisti stanno pianificando, finalmente, una rapida transizione verso l’energia pulita nell’ambito del programma chiamato “Green New Deal” [v. articolo del 26 ottobre 2019].
È senz’altro un obiettivo encomiabile da sostenere con forza, ma stanno emergendo nuove preoccupazioni su una serie di aspetti che devono essere presi in seria considerazione perché la “crescita verde” non sia solo un’utopia.

L’espressione “energia pulita” evoca normalmente risorse come il sole e il vento, che sono ovviamente pulite, ma non si può dire altrettanto delle infrastrutture necessarie per attuare la transizione verso le energie rinnovabili, in quanto il processo richiederà un forte aumento nelle estrazioni di metalli e minerali rari che comportano costi ecologici e sociali reali.
Gli scienziati, infatti, avvertono che non è possibile continuare a mantenere gli attuali tassi di crescita del consumo di energia. Nessuna energia è innocente. L’unica energia veramente pulita è la riduzione di energia.

Nel 2017, la Banca Mondiale ha diffuso un rapporto poco noto in cui illustra l’aumento di estrazione di materiali necessario alla costruzione di un numero adeguato di pannelli solari e pale eoliche per produrre 7 terawatt di elettricità entro il 2050, sufficienti per alimentare metà dell’economia globale. Raddoppiando i dati della Banca Mondiale, è possibile fare una stima di ciò che servirà per raggiungere l’obiettivo “emissioni zero”. I risultati sono sbalorditivi: 34 milioni di tonnellate di rame, 40 di piombo, 50 di zinco, 168 di alluminio e non meno di 4,8 miliardi di tonnellate di ferro.

In alcuni casi, la transizione richiederà un massiccio aumento degli attuali livelli di estrazione. Per quanto riguarda il neodimio, elemento essenziale per le turbine a vento, l’estrazione dovrà aumentare del 35%.
Lo stesso vale per l’estrazione di argento, fondamentale per i pannelli solari, che salirà del 38% e forse molto di più. Anche la domanda di indio, essenziale per la tecnologia solare, triplicherà e potrebbe schizzare al 920%.
E poi ci sono tutte le batterie che serviranno per lo stoccaggio dell’energia necessario a mantenerne il flusso in assenza di sole o vento: 40 milioni di litio, con un aumento del 2.700% rispetto ai livelli attuali.

Il problema non è tanto quello di esaurire tali risorse, anche se la preoccupazione è giustificata, ma piuttosto quello di aggravare gli effetti già devastanti dell’attività mineraria, che è diventata in tutto il mondo una delle cause principali delle deforestazioni, del collasso degli ecosistemi e della perdita della biodiversità. Gli ecologisti affermano che anche gli attuali tassi di sfruttamento globale delle materie prime sta superando dell’82% i livelli sostenibili.

L’estrazione di argento, per esempio, potrà proseguire solo creando altre 130 vaste miniere in aggiunta a quella di Peñasquito, in Messico, una delle più grandi al mondo, con discariche piene di detriti tossici, il cui esaurimento è previsto entro i prossimi dieci anni.
E per ottenere una sola tonnellata di litio ci vogliono quasi 2 milioni di litri d’acqua: questo sta già causando problemi in vari luoghi del mondo. Solo nelle Ande, dove si trova la maggior quantità di litio, si stanno consumando le falde acquifere e gli agricoltori, privi di risorse per l’irrigazione dei campi, devono abbandonare le loro terre.
Nel frattempo, i residui chimici delle miniere contaminato i fiumi dal Cile all’Argentina, dal Nevada al Tibet, distruggendo gli ecosistemi di acqua dolce. L’attività è agli inizi ed è già crisi.
Tutto questo serve solo per far funzionare l’attuale economia globale, e in una prospettiva di crescita e di conseguente aumento della domanda di energia, l’attività estrattiva diventerà ancora più intensa e aggressiva.

È importante tener presente che la maggior parte delle risorse fondamentali per la transizione energetica si trovano nel sud del mondo. Parti dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia diventeranno gli obiettivi della corsa all’accaparramento di risorse e alcuni paesi potrebbero essere vittime di nuove forme di colonizzazione.
È già successo nel XVII e XVIII secolo con l’oro e l’argento in Sudamerica. Nel XIX secolo è stata la volta della terra per le piantagioni di cotone e di zucchero nei Caraibi e, nel XX secolo, dei diamanti in Sudafrica, del cobalto in Congo e del petrolio in Medio Oriente.
Se non verranno prese le necessarie precauzioni, le industrie produttrici di energia pulita diventeranno dannose quanto le compagnie petrolifere e, a livello politico, crescerà il fenomeno della corruzione e la resistenza contro i regolamenti ambientali.

… il problema è che la crescita economica, malgrado gli sforzi di decarbonizzazione, sta avvenendo molto molto più rapidamente rispetto alla nostra capacità di passare all’energia pulita. 

Alcuni sperano che l’energia nucleare possa contribuire ad attenuare questi problemi, ma anch’essa ha i suoi limiti. I tempi molto lunghi per realizzare nuovi impianti e renderli operativi riducono di molto il loro ruolo nel raggiungimento dell’obiettivo “emissioni zero” entro la metà del secolo. In ogni caso, anche nel lungo termine non potranno produrre più di 1 terawatt.
A meno che non si verifichino miracolose scoperte tecnologiche, la maggior parte dell’energia dovrà essere prodotta, e con urgenza, con le energie rinnovabili. Per un’economia più verde e sostenibile non è infatti possibile procedere con una domanda di energia in continua crescita.

Ma mentre i paesi più poveri hanno ancora bisogno di consumare energia per soddisfare i bisogni più fondamentali, nei paesi ricchi la transizione dev’essere accompagnata da una riduzione pianificata del consumo energetico. La maggior parte della nostra energia è utilizzata per l’estrazione e la produzione di beni materiali, perciò – come propone l’Intergovernmental Panel sul Cambiamento Climatico – le nazioni ad alto reddito dovrebbero ridurre il volume della produzione adottando norme che regolino la durata dei prodotti, incentivandone la riparazione, che contrastino l’obsolescenza programmata e gli acquisti basati sul concetto dell’usa e getta, e promuovano il passaggio dalle auto private ai mezzi pubblici, riducendo le industrie socialmente non necessarie e gli sprechi dovuti al consumo di beni di lusso.
La riduzione della domanda di energia non soltanto favorisce una più rapida transizione verso le rinnovabili, ma è in grado di contenere i suoi aspetti più distruttivi.
Ogni Green New Deal che intenda essere socialmente equo ed ecologicamente coerente deve avere a cuore questi principi.

(*) Jason Hickel 
Antropologo, scrittore e membro della Royal Society of Arts. 

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