Un ricordo di John Fante

Appartenente alla prima generazione della letteratura americana di ascendenza italiana, con uno stile ruvido, virile, ma denso di poesia, ha narrato quanto fosse duro realizzare il proprio American Dream.

di Niccolò Lucarelli
Artribune, 13 dicembre 2019

Immagine: la macchina da scrivere di John Fante, 1951.

[…] Nel 1938, quando uscì Aspetta primavera Bandini, Leo Longanesi ne pubblicò un estratto su OmnibusCharles Bukowski lo considerava il suo dio letterario; ammirazione giustificata da quell’affinità che unisce gli spiriti liberi, ma anche dall’oggettiva modernità di Fante, che anticipa scrittori come J. D. Salinger, Updike e lo stesso Bukowski.
Dopo una lunga gavetta a Los Angeles come cameriere e portiere d’albergo, il successo letterario arriva alla metà degli Anni Trenta con i primi racconti pubblicati sull’Atlantic Monthly. Da subito si capisce che Fante è scrittore d’azione e d’emozione, dalle sue intense pagine sgorga la vita, quella che non regala niente a nessuno e che fa sudare ogni singolo pezzo di pane, quella in cui la fatica morale è più pesante di quella fisica, fatta di splendori intravisti o sfiorati. Dalle sue pagine affiora l’America di italiani, messicani e filippini, quella della povertà e dei pregiudizi subiti, della ricerca e dell’attesa, e sempre, inevitabile, della sensazione di aver perso qualcosa. Perché il denaro, il successo, la fama, anche quando arrivano sono sempre provvisori, eterei, illusori. Questo ci dicono i finali aperti dei romanzi di Fante, spalancati sulle possibilità che la vita riserva a chi prende in mano il proprio destino e si butta nel caos, pronto a ricevere in risposta anche un calcio nei denti.

La saga di Arturo Bandini

Nell’immaginario collettivo, il nome di Fante (Boulder, 1909 – Los Angeles, 1983) è legato al suo alter ego letterario, quel Bandini ribelle, insofferente, donnaiolo, sognatore, come si presenta nel primo capitolo della saga La strada per Los Angeles (in realtà pubblicato postumo nel 1985), amarissimo romanzo breve sullo scontro fra solitudini, sull’ottusità dello stesso Bandini nel non riconoscere quelle altrui, da cui emerge una rabbia sorda che l’ambizione da sola non basta a giustificare.
A suo modo, Bandini è un argonauta che, come lo stesso Fante, lascia la natia Boulder e si dirige verso i sobborghi di Los Angeles per dedicarsi alla scrittura; lì, contempla il deserto e trascorre pomeriggi interi di solitudine in una polverosa stanza di motel a Bunker Hill, che a dismisura per contenere entusiasmi, attese, speranze, una stanza che metaforicamente apre la porta sul mare, proprio come quelle di Hopper. Qui Bandini scopre se stesso e, una volta in città, come fosse all’interno di un’enorme macchia di Rorschach, cade e si rialza come precipitando dalle scale di Escher, lottando contro quella gravità che tarpa le ali, ma è allo stesso tempo anche una molla per volare più in alto.

L’universo femminile

In quell’America dove molti stentavano a realizzare il proprio sogno a stelle e strisce, dove la precarietà del presente era il pane quotidiano dei più, c’erano donne che giocavano con il destino come gatte morte, forse minate da un pizzico di follia, o forse mosse da un’incrollabile fiducia nell’esistenza. Fante le getta nei romanzi come amaranti nel deserto, rientrando in una poetica di osservazione dell’universo femminile che ha nel Novecento altri suggestivi esempi. Donne difficili, complesse, “sbagliate” per una società conformista com’era quella americana (ma non solo) degli Anni Trenta.
Una di queste, in Chiedi alla polvere, è Vera Rivken, inquietante e affascinante, segnata da una storia dolorosa quanto misteriosa. Fante la eleva a simbolo di una femminilità orgogliosa.
Ancora in Chiedi alla polvere, Camilla Lopez è una sorta di caravaggesca Maddalena penitente, peripatetica e allucinata, a suo modo lussuriosa, ma a ben guardare solo in cerca di quel calore umano che la vita a Los Angeles le negava.
Al lato opposto, quasi in un impeto di espiazione letteraria, Fante narra le madri, le sorelle, le mogli italo-americane, devote alla famiglia e pronte a sopportare una vita di stenti, a perdonare tradimenti o atteggiamenti autoritari, in nome di un atavico conservatorismo che ha in sé qualcosa del martirio.

Los Angeles

Con Raymond ChandlerTruman Capote e Brett Easton Ellis, Fante è appassionato cantore della città di Los Angeles, di cui ci restituisce il carattere spigoloso che aveva negli Anni Trenta, con particolare riferimento al quartiere di Bunker Hill, fatto di salite e discese dal selciato sconnesso, di scale polverose e caseggiati ricoperti di fuliggine, di palme soffocate dallo smog e dalla sabbia del vicino deserto. Una città di avventurieri, pigramente sensuale in attesa della pioggia, dove vagabondare sperando di farsi venire una buona idea.
Le scene urbane di Fante ricordano le fotografie di Robert Frank, da cui emergono la fatica quotidiana dell’esistenza, una sofferta compostezza, il peso della morale, che si appiccicano alla pelle come melassa secca sul fondo di un barile di rum. Ma sullo sfondo, liberatorio come un urlo di Ginsberg, il vero protagonista è il deserto, che sempre si intuisce nella narrazione e che accoglie la solitudine, un deserto magico, come quello che Camilla Lopez eleggerà a sua sepoltura.


Non me ne frega niente se il mio lavoro è commerciale o no. Lo scrittore sono io. Se quello che scrivo è buono, allora le persone lo leggeranno. È per questo che esiste la letteratura. Un autore mette il suo cuore e le sue palle sulla pagina. Per tua informazione, un buon romanzo può cambiare il mondo. Tienilo bene in testa quando ti metti di fronte a una macchina da scrivere. Non perdere mai tempo in qualcosa in cui non credi neanche tu.

Dan Fante, Fante – A memoir

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