Caos e morti sull’Everest

Per l’Everest questa è stata una delle stagioni più affollate e mortali di sempre.

Fotografia “virale” di Nirmal Purja.

Chomolungma. Sagarmatha. Sono i nomi originali, rispettivamente in tibetano e in nepalese, attribuiti alla montagna più alta della Terra, l’Everest. Una montagna, la madre di tutte le altre come suggerisce il nome tradizionale, che è da sempre considerata sacra e la sua cima, con i suoi 8.848 metri di altitudine, ritenuta dimora delle divinità. Tanto è stato il rispetto locale verso questo gigante montuoso che per secoli la sua cima è rimasta lontana dalla civilizzazione, in balìa della natura estrema di quell’altitudine. Ed è forse così che un po’ tutti la immaginiamo nella sua impetuosa purezza, o almeno l’abbiamo fatto fino ad ora, fino a che non ci si sono presentate davanti agli occhi le immagini di centinaia di persone in fila, ad oltre ottomila metri di altezza, che aspettavano il proprio turno per raggiungere la vetta.

Il 23 maggio è stato infatti uno dei giorni più affollati della stagione delle ascese sull’Everest, come testimonia lo scatto dello scalatore Nirmal Purja, che mostra come centinaia di persone si siano trovate bloccate, ferme, per ore in un punto conosciuto come “zona della morte”, prima di raggiungere la cima. In quei giorni, oltre alle immagini, sono arrivate anche le notizie delle morti di 11 scalatori, rendendo questa stagione di scalate una delle più mortali di sempre, e aprendo un grande dibattito sul tema della sua accessibilità.

Una cifra simile, infatti, non si vedeva dal 2014, quando decine di alpinisti morirono travolti da una valanga. Questa volta, però, le morti sono state causate principalmente da complicazioni dovute all’alta quota e alla mancanza di ossigeno (come il mal di montagna e gli edemi polmonari o cerebrali). A quelle altitudini, infatti, ad ogni respiro si inala solo un terzo dell’ossigeno di cui il corpo ha bisogno e a cui siamo abituati al livello del mare e, superati gli ottomila metri, le cellule del corpo iniziano a deteriorarsi. In pratica, significa che il corpo inizia a morire. Ogni minuto in più passato in quelle condizioni fa la differenza: immaginiamoci delle ore. Le file infinite sono quindi state additate subito da molti come causa di questo triste bilancio, eppure potrebbero essere solo un sintomo di un problema più grande.

Infatti, non è così inusuale ormai vedere file di persone in salita o in discesa dalla vetta, per via della sempre più popolarità ma soprattutto accessibilità di questa rotta negli ultimi anni. In più, agli ingorghi ad alta quota contribuisce anche l’imprevedibilità delle condizioni meteo.
Maggio è “l’alta stagione” delle scalate perché è in queste settimane, fino a metà giugno circa, che si concentrano le condizioni migliori. In questo periodo decine di gruppi di spedizioni internazionali si accalcano al campo base aspettando le finestre di bel tempo, che però quest’anno non è stato favorevole. Le condizioni meteo ideali di salita non si sono presentate per settimane, ritardando quindi le partenze di numerosi gruppi e facendole coincidere tutte con la prima finestra di bel tempo, che si è verificata dopo il 22 maggio.

Questa stagione, 381 permessi – al prezzo di 11mila dollari l’uno – sono stati rilasciati solo dal Nepal (la Cina ne ha concessi 100 per il versante nord), un paese la cui economia dipende molto dal turismo d’alta quota che però non ha un sistema di valutazione e verifica della preparazione e dello stato di salute di chi vuole salire sull’Everest, come confermato dal direttore generale del Dipartimento del turismo nepalese Danduraj Ghimire in un’intervista con la BBC. Di conseguenza, ci troviamo a guardare il quadro più ampio, più essenziale e basilare: quello dell’esperienza degli scalatori a cui vengono concessi i permessi. E, quindi, i controlli che vengono o non vengono effettuati prima del loro rilascio.

Infatti, chi vuole scalare la vetta più alta del mondo deve affidarsi alle compagnie che organizzano le spedizioni che, autonomamente, definiscono i propri standard per accettare o meno i clienti. E, con l’aumentare della domanda, è aumentata l’offerta anche di compagnie meno qualificate che guardano più al portafoglio che all’esperienza degli scalatori. Ad oggi, infatti, chiunque può ottenere un permesso. Numerosi scalatori esperti nonché guide alpine hanno infatti dichiarato che moltissimi permessi sono rilasciati a persone che non sono allenate per una scalata di quella portata e non hanno sufficienti conoscenze tecniche per prendere decisioni che fanno la differenza tra la vita e la morte.

Secondo l’Himalayan Database, il numero di scalatori dell’Everest è quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni e la montagna è diventata accessibile anche a scalatori inesperti, grazie al proliferare di agenzie a basso costo che non verificano le abilità tecniche, l’esperienza o la forma fisica.

Un’inesperienza rischiosa per la propria sicurezza, ma anche per quella degli altri che con loro condividono l’ascesa. Secondo i più esperti, infatti, molti di loro contribuiscono a rallentare la salita di tutti, non sanno ascoltare il proprio corpo, leggere le condizioni della montagna, danno tutto in salita per raggiungere la vetta senza pensare alla discesa, che è il momento in cui la maggior parte degli incidenti accade, mettendo in pericolo anche la vita degli altri pur di non rinunciare alla vetta.

© Elia Saikaly

Ogni anno, nei mesi che precedono la stagione delle scalate, le agenzie che organizzano le spedizioni reclutano gli sherpa più agili e temerari nei villaggi d’alta quota, affidando loro enormi responsabilità. Stendono le corde fisse che guidano gli scalatori nel percorso che conduce alla vetta, trasportano le pesanti bombole di ossigeno per i clienti e controllano il loro stato fisico e mentale. È un lavoro rischioso: nell’aprile del 2014, 16 sherpa morirono a causa di una valanga sul versante nepalese dell’Everest, dove altri due hanno perso la vita la scorsa primavera. Tuttavia, il denaro che ricevono – circa diecimila dollari a stagione – li aiuta a sopravvivere alla povertà delle zone più rurali del loro paese.

Il dibattito era già stato aperto anni fa sulla quantità insostenibile di permessi rilasciati dal paese e sugli effetti che le orde di gente hanno sulla montagna, in particolar modo con i rifiuti di ogni genere lasciati in quota, ma ora si aggiunge il tassello della sicurezza e della preparazione di chi vi accede. Un quadro a cui il Nepal, non può più rifiutarsi di guardare. Infatti, dopo le notizie delle code e soprattutto dei decessi, il governo ha dichiarato che molto probabilmente le regole per accedere all’Everest saranno cambiate. “Ci saranno sicuramente cambiamenti nel settore delle spedizioni. Stiamo valutando di riformare diversi aspetti, come i criteri per chi vuole scalare l’Everest”, ha dichiarato Mira Acharya, funzionario del dipartimento turistico del Nepal.

Sarebbero dei cambiamenti che finalmente porterebbero l’accesso all’Everest ad allinearsi con altre montagne del mondo che, dal Kilimangiaro a Denali, chiedono una certificata esperienza sopra i settemila metri prima di poter accedervi, e che incentiverebbero un turismo un po’ più sostenibile su altre cime del mondo, anche quelle dietro casa. Infine, potrebbero affievolire la “febbre d’alta quota”, ridando spazio e rispetto a quell’inospitalità di cui l’uomo è giusto non faccia parte.

Fonti:

Lifegate, 31 maggio 2019
https://www.lifegate.it/persone/news/everest-code-nepal

GQ, 4 dicembre 2019
https://www.gq.com/story/mount-everest-chaos-at-the-top-of-the-world

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