Venezia, the Day After: il racconto dell’architetto Giovanni Leone

Venezia è città fragile… Ieri è stata colpita e affondata. È la seconda volta, dopo l’acqua granda del 1966.

da Artribune, 14 e 15 novembre 2019

Immagini: Giovanni Leone

Brani tratti dall’articolo di Giovanni Leone del 14 novembre e, a seguire, dall’editoriale del 15 di Stefano Monti.

Il modo in cui l’acqua cresceva era il solito, veniva su placida e inesorabile. Inusuale era invece la velocità e l’anticipo sui consueti tempi di marcia.
Si era tutti pronti a difendere la linea Maginot dei 160, corrispondente alla quota delle paratie che proteggono case e negozi, ma la sconfitta è stata inevitabile.
… che fosse alluvione era già chiaro, da ore il vento aveva preso a ruotare e a rafforzarsi soffiando furiosamente, dal borin del mattino si era fatto scirocco e gonfiava onde mai viste.

Nelle calli l’acqua non sale più dal basso ma scorre impetuosa trasformandole in fiumi in piena. Troppo tardi. L’acqua scavalca le paratie, poi comincia a entrare dalle finestre, non solo dai muri. … una marea che non si alza ma si abbatte a ondate. Siamo andati a vedere cosa succedeva alle zattere, proprio in faccia allo scirocco. Un disastro.
Camminiamo raso muro mentre le onde ci schiaffeggiano. Tavolini, panchine, bitte in pietra d’Istria, tutte sommerse. Le passerelle per accedere all’imbarcadero di San Basilio sono verticali, mentre quelle per l’acqua alta galleggiano indisturbate dai pesi di cui erano state caricate per evitarlo.
Gli stivali alti, inutili e pieni d’acqua. L’acqua arrivava ormai oltre l’ombelico. La piena ha preso la forma della mareggiata con onde sollevate dal vento di scirocco che soffiava a 100 km orari.
… l’altra sera è stato il mare a entrare impetuoso e irriverente fin dentro le case.


Ingenti i danni alla città. Il bilancio del giorno dopo è un bollettino di guerra, parapetti in muratura e con colonne in pietra abbattuti, un’edicola che scompare nelle acque del canale della Giudecca, ma specialmente sono stati negozi e botteghe ad essere violati.
La mattina del 14 novembre non c’è un solo negozio aperto, difficile anche bere un caffè. I turisti si aggirano smarriti cercando qualcosa da mangiare. Un clima da day after.


Evento inaspettato e imprevedibile?
Lo era nel 1966, non cinquant’anni dopo.

Rispetto all’alluvione del 1966, ci sono meno abitazioni ai piani terra, ora occupati da attività commerciali, meno case violate.
Il numero degli abitanti è sceso dai 121.309 del 1966 a 53.000, una manciata d’irriducibili amanti della città d’acqua, la cui qualità più preziosa non è il patrimonio storico-artistico (ridotto a merce in vendita come l’intera città) ma la dimensione civica e sociale di un un ambiente unico, opera d’uomo e natura. 
Troppe case sono state sottratte all’abitazione per essere destinate a locazioni turistiche e i palazzi trasformati in hotel adeguando l’offerta alla domanda, mentre occorreva fare esattamente il contrario, contenere l’offerta e di conseguenza anche la domanda, per arginare la marea turistica.
Rari gli esercizi commerciali per residenti come panifici o macellerie. Sempre meno anche le botteghe artigiane, orgoglio di Venezia, che lasciano il posto a bar con plateatico, ristoranti, kebabbari, negozi di souvenir e maschere made in China.
Prima abbiamo puntato tutto sull’industria, oggi sul turismo, domani?

Venezia potrebbe essere un laboratorio della contemporaneità e delle sue criticità, città antica in cui si evidenziano i problemi del presente.
Subito dopo l’acqua granda ci s’impegnò ad agire sui due fronti della salvaguardia della città e della tutela della Laguna, grazie alla legge speciale per Venezia, uno strumento utile e importante che richiede un aggiornamento. A oggi, la Basilica di S. Marco non è ancora protetta e non si è data completa applicazione alla salvaguardia della Laguna, perno della tutela della città d’acqua, gli interventi di difesa e tutela non sono mai stati completati. 

Poi c’è il MoSE, un treno lanciato in una corsa impossibile da fermare perché si verrebbe accusati di avere compromesso un investimento la cui efficacia è impossibile da accertare prima del completamento dei lavori. Piacerebbe a tutti che funzionasse, nel rispetto della tutela ambientale della laguna, ma a sedici anni dall’avvio dei lavori hanno solo sottratto risorse destinate dalla legge speciale alla manutenzione edilizia e urbana e di foraggiare una corruzione di dimensione mai vista (un miliardo di euro), con tangenti servite a creare consenso intorno a un’opera realizzata dal Consorzio Venezia Nuova in condizione di monopolio.
Appare quindi legittimo dubitare della sua efficacia.
Zaia (che era il vice di Galan, punto di riferimento del Consorzio Venezia Nuova) parla di 5 miliardi che aspettano sott’acqua e il sindaco Brugnaro sollecita altri finanziamenti, quasi che il mancato completamento del MoSE potesse essere addebitabile a scarsità di fondi, erogati generosamente per un’opera dall’esito incerto con costi più che raddoppiati.

Le modifiche alla morfologia lagunare sono unanimemente considerate dal mondo scientifico una delle principali cause di sofferenza dell’ecosistema lagunare.
Aver ristretto le bocche di porto e aumentato la profondità ha provocato un’accelerazione dei flussi e lo spostamento dei sedimenti.
I canali profondi sono come autostrade in cui l’acqua corre veloce, come avviene nei fiumi con argini cementati dove l’assenza di vegetazione accelera la velocità dell’acqua.

Il giorno dopo l’Apocalisse non è giorno di polemiche. La vita ricomincia come si può, apparecchiature e impianti sono fuori uso, da buttare e ci vorrà tempo per tornare a regime.
Occorre finalmente riconoscere a Venezia una propria specialità oltre che estetica anche amministrativa. Di speciale, Venezia, dovrebbe avere uno statuto, maggiori margini di autonomia, più risorse da ottenere magari lasciando un paio di punti dell’IVA sul territorio, ma serve soprattutto una classe politica in grado di gestire il presente con una visione di largo respiro, che riconosca alla dimensione sociale la centralità che le spetta.

Articolo originale:
https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2019/11/venezia-the-day-after-il-racconto-dellarchitetto-giovanni-leone-sul-disastro-dellacqua-alta/


A proposito di polemiche, qualche stralcio dall’articolo di Stefano Monti

Di fronte a difficoltà naturali, non serve molto l’atteggiamento del j’accuse.
La reale questione non è il “MOSE”, ma la polemica. Perché ciò che dovrebbe maggiormente preoccuparci è il livello di allarme che ha suscitato l’acqua alta a Venezia. È ormai arcinoto che Venezia necessiti di una strategia di “salvaguardia”.
La capacità di un territorio di “ripristinare le condizioni di normalità a seguito di un evento catastrofico” dipende da una componente infrastrutturale, ma non solo. Non possiamo demandare quella capacità a oggetti e a “progetti”, per quanto sperimentali.
C’è una componente sociale, culturale e organizzativa che è fondamentale. Partiamo da questi elementi. Disintossichiamoci per una volta dalla polemica sterile e trasformiamo questo evento in un’opportunità: sfruttiamolo per ricreare a Venezia una dimensione sociale cittadina.
Certo, non sarà una catena umana ad allontanare l’acqua alta.
Ci vuole un’agenda costante di governo del territorio.

Innanzitutto, va subito redatto un piano di intervento per il cambiamento climatico per la città di Venezia (al riguardo ICOMOS a luglio 2019 ne denunciava l’assenza).
Contestualmente, vanno identificate procedure standard di risposta che tutte le dimensioni sociali (imprese, associazioni, scuole, amministrazioni, forze dell’ordine, cittadini) devono seguire e vanno definiti i ruoli di ciascuno all’interno di tali procedure. 
La dimensione cittadina, più che come obiettivo deve essere identificata come un punto di partenza. A partire da essa, infatti, si può realmente avviare un dibattito per “il futuro” della città, che non è minacciata solo dall’acqua o dalle navi da crociera.

La risposta di Venezia deve essere emblematica: bisogna costruire infrastrutture fisiche e infrastrutture intangibili sufficienti per definire un piano di crescita della città, che tenga conto di tutti gli aspetti critici che la riguardano: turismo di massa, bassa partecipazione sociale, cambiamento della struttura produttiva tradizionale, riduzione delle esportazioni, trasformazione del commercio di prossimità, perdita di un’identità culturale, progressiva perdita di terreno della Biennale rispetto ad altre istituzioni culturali mondiali, riduzione dei residenti… Solo per citarne alcuni.

Non possiamo immaginare che il MOSE sia la risposta a tutto ciò. Non possiamo accettare che l’unica cosa che l’Italia riesca a fare, di fronte a un evento di questo tipo, sia “protestare”.
Quanti privati si sono attivati dopo la catastrofe di Notre-Dame? Quanti lo hanno fatto per finanziare il ripristino della Basilica di San Marco? Perché c’è questa differenza?
È da questa domanda che bisognerebbe ripartire.

Articolo originale


Stefano Monti insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft svolge in Italia e all’estero attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura.

I commenti sono chiusi.

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: