Il pugno chiuso di Smith e Carlos a Città del Messico, con Norman: il ‘terzo uomo’

La storia della protesta storica alle Olimpiadi che rese i due velocisti afro-americani, uno dei simboli del Novecento.

da Il Post, 16 ottobre 2018

Immagine: Norman, Smith e Carlos ai Giochi di Messico 1968

Il 16 ottobre 1968, nello stadio Olimpico di Città del Messico i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos arrivarono primo e terzo nella finale dei 200 metri piani alle Olimpiadi. Smith aveva stabilito il nuovo record del mondo, con 19,83 secondi, nonostante avesse un tendine infortunato e avesse corso gli ultimi 10 metri alzando le braccia. Carlos, con i suoi 20,10 secondi, era arrivato dietro all’australiano Peter Norman.

Dopo essere saliti sul podio per la premiazione Smith e Carlos ricevettero le medaglie, si girarono verso l’enorme bandiera statunitense appesa sopra gli spalti e aspettarono l’inizio dell’inno. Quando le note di The Star-Spangled Banner risuonarono nello stadio, Smith e Carlos abbassarono la testa e alzarono un pugno chiuso, indossando dei guanti neri. A decine di metri di distanza, il fotografo John Dominis scattò loro una foto che sarebbe diventata una delle più famose del Novecento, simbolo di un decennio di proteste per i diritti civili dei neri.
L’immagine è stata riprodotta su magliette, murales, libri e poster; alla protesta di Smith e Carlos sono stati dedicate centinaia di articoli, libri, interi documentari.
Negli ultimi anni l’hanno citata i rapper Jay-Z, Kendrick Lamar e gli A Tribe Called West, tra gli altri.

Dietro al pugno chiuso di Smith e Carlos c’era la battaglia per i diritti civili, e in particolare per quelli degli afroamericani, che nel 1968 aveva raggiunto il suo apice. Tre anni prima c’era stata la marcia di Selma, l’anno precedente c’erano state rivolte in oltre 100 città americane, e sei mesi prima era stato assassinato Martin Luther King. Ma nel giugno dello stesso anno era stato ucciso anche Bobby Kennedy, ed erano gli anni della guerra in Vietnam: nelle successive interviste, Smith spiegò che quello suo e di Carlos non era il saluto del Black Power, lo slogan delle proteste afroamericane, ma più in generale un gesto di protesta a favore dei diritti umani.

Smith e Carlos furono spinti a organizzare la protesta da una campagna del sociologo nero Harry Edwards, che l’anno prima aveva fondato l’Olympic Project for Human Rights (OPHR), un’organizzazione anti-segregazione che esortò gli atleti neri a boicottare le Olimpiadi di Città del Messico. Il piano originario di Edwards non si realizzò ma Smith e Carlos, due tra i più forti velocisti del tempo, decisero comunque di preparare meticolosamente un gesto simbolico nel caso avessero vinto.

I due scelsero diversi accorgimenti simbolici per partecipare alla premiazione, avrebbero poi spiegato in seguito: ci andarono scalzi e con delle calze nere, per rappresentare la povertà degli afroamericani; Smith indossò una sciarpa nera, mentre Carlos si sbottonò la tuta per dimostrare solidarietà ai lavoratori americani; al collo portava invece una collana di perle, per simboleggiare le pietre usate nei linciaggi degli afroamericani. Carlos però quel giorno dimenticò i suoi guanti, così Smith gliene prestò uno: è per questo che alzarono braccia diverse. Alla loro protesta si unì discretamente anche l’atleta che arrivò secondo, Norman, che indossò una spilla dell’OPHR. Durante la premiazione, sullo stadio scese il silenzio.

Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) chiese subito l’esclusione di Smith e Carlos dal villaggio olimpico e la loro sospensione dalla squadra americana, per aver fatto una manifestazione politica alle Olimpiadi. All’inizio il Comitato Olimpico degli Stati Uniti si rifiutò, ma dovette adattarsi di fronte alle pressioni del CIO, che era presieduto dallo statunitense Avery Brundage, un personaggio controverso.
Nel 1936, quando era già a capo del Comitato Olimpico statunitense, Brundage si era opposto al boicottaggio delle Olimpiadi ospitate dalla Germania nazista. La rimozione di Brundage era una delle richieste portate avanti dall’OPHR.

Al loro ritorno negli Stati Uniti, Smith e Carlos subirono estese critiche, e ricevettero minacce e intimidazioni. Diventarono però degli eroi per la comunità afroamericana, e nei decenni successivi ricevettero premi e riconoscimenti per la loro protesta. Dopo le Olimpiadi entrambi ebbero una carriera nella NFL, il campionato professionistico di football, e poi come allenatori di atletica.
Anche Norman ricevette insulti e minacce tornato in Australia, e secondo qualcuno venne escluso dalle Olimpiadi del 1972 per via della protesta. Al suo funerale, nel 2006, Smith e Carlos trasportarono la bara.

(AP Photo/File)


Storia di Norman, il terzo uomo di una protesta storica.

di Alberto Caprotti
Avvenire.it, 17 ottobre 2018 

L’australiano era l’unico bianco sul celebre podio dei Giochi di Città del Messico 1968. Per aver sostenuto la ribellione antirazzista dei pugni neri di Smith e Carlos fu osteggiato fino alla morte.
C’era una mano bianca dietro quei due pugni sul podio guantati di nero, la protesta sollevata in alto nella notte più calda del Sessantotto dell’atletica. L’immagine più celebre dell’Olimpiade di Città del Messico, tre uomini sul podio del destino.

Uno è bianco, non conta. Forse. Perché la storia stringe sempre l’obiettivo della mente, l’occhio vede solo quello che non vuol dimenticare.
Ci sono voluti decenni per allargare l’immagine, per farsi una domanda, per non vedere solo Tommie Smith John Carlos nell’istantanea che è diventata un simbolo: la loro vittoria senza esultanza, lo sguardo spento verso terra, il braccio sollevato, il pugno chiuso fasciato di pelle nera per simboleggiare la rabbia razziale.

Tre uomini appunto. Ma il terzo chi è? «Senza di me, lo avrebbero fatto comunque. Non così però, forse non con quel gesto così profondo…».
Bisogna considerare tante cose per capire che giorni furono quelli prima dell’Olimpiade messicana. La tensione, la protesta, la paura, i dubbi su un possibile boicottaggio da parte degli atleti neri, la straordinaria gara di un bianco australiano che arriva secondo nei 200 metri ai Giochi.
Lo incontrai durante i Giochi di Sydney 2000. 

Peter Norman aveva scelto un giorno pieno di nuvole per incontrarmi, per risalire sul podio, per sussurrare a tutti di essere esistito, di non essere solo un pezzo di sfondo insignificante a margine di una foto ingiallita e preziosa. «Perché la gente – continuò – qui in Australia sa che vinsi una medaglia d’argento nei 200 metri ma quasi tutti hanno dimenticato che la gara era quella, quello il podio, quei due i miei avversari…».
Mi sembrò un uomo tranquillo Peter Norman… Un uomo qualunque, un australiano come tanti altri, affascinato da quella Olimpiade che si disputava appena fuori dalla porta di casa sua. Ma travolto dai ricordi.
Il reduce che c’era in lui venne fuori piano, inevitabilmente. 
Era sera – raccontò -, la gara era finita da poco e ci stavamo preparando alla premiazione in una stanza dello stadio. Smith e Carlos non sorridevano: avevano appena vinto un oro e un bronzo olimpico ma erano nervosi; volevano fare qualcosa ma loro stessi erano preoccupati, esitavano. Mancava poco, dovevamo rientrare al centro del campo per ricevere le medaglie, poi Carlos se ne accorse all’improvviso: “Ho lasciato i guanti al Villaggio olimpico, mi disse, e adesso che faccio?”.

La moviola di quegli attimi di storia scorre veloce. Norman aveva quel film stampato negli occhi: «All’inizio non compresi: mi spiegarono che volevano salire sul podio con il pugno alzato e guantato di nero, il colore della rabbia della loro gente. Dissero che era necessario farlo. Che non potevano accettare la medaglia senza dare un segnale forte. Presi la mano di uno dei due, gliela strinsi, dissi che stavo dalla loro parte. Poi Smith prese la decisione: “Io i guanti li ho, io vado avanti, lo faccio…”.
Mi intromisi, suggerii di darne uno a Carlos. Così si fecero coraggio l’un l’altro, e sul podio alzarono il braccio entrambi, uno con un guanto sulla mano destra, l’altro sulla sinistra. Io rimasi immobile, al mio posto: la scena era tutta loro…».

Tommie e John avevano una coccarda con loro, l’aveva confezionata l’Olympic Project for Human Rights, un’organizzazione nata nel 1967 per protestare contro la segregazione razziale negli Usa, che aveva chiesto agli atleti di appuntarsela al petto in segno di protesta.
Norman a quel punto disse ai due ragazzi: «Io sto con voi, datemi una coccarda e la indosserò durante la premiazione. In quel momento pensai di aver fatto la cosa più giusta, fu anche per me un giorno storico e non solo per la medaglia d’argento…

Williamston, sobborgo di Melbourne: la medaglia di Peter Norman ora è lì, in un museo insieme alla sua maglia olimpica e la foto autografata da Smith e Carlos, «una delle sole tre foto con le nostre tre firme insieme che esistano al mondo», mi raccontò Norman. «Quando mi sento giù vado al museo: sto a guardarla e penso che ho fatto poche cose nella vita così oneste.
Dopo la premiazione, a Città del Messico, un dirigente della mia federazione invece mi chiese se ero matto, mi disse che appoggiando quel gesto ero diventato loro complice, che avrei pagato sulla mia pelle la protesta di altri. Ma lo rifarei anche oggi. Tutto ciò appartiene al passato ma anche al futuro, perché i diritti umani sono qualcosa da portare sempre in alto…».

Smith e Carlos hanno pagato la loro scelta: la federazione statunitense li squalificò a vita, e una parte dell’America non li ha mai perdonati.
Ai tempi dei Giochi di Sydney 2000 insegnavano entrambi, Smith allenava ancora la squadra di corsa del College di Santa Monica a Los Angeles; John Carlos era ispettore in un liceo a Palm Springs. Quel pugno guantato li ha segnati per sempre, soprattutto Tommy Smith, perseguitato da fanatici razzisti per anni. Sua moglie non resse allo stress e morì suicida. Non erano poveri, forse erano semplicemente stufi, così hanno messo in vendita il senso della loro vita
Carlos voleva pubblicare un’autobiografia e lanciare una linea di magliette con l’immagine del podio di Città del Messico, vendeva su Internet poster autografati a 60 dollari, e copie della celebre foto a 50.
Tommie Smith aveva già venduto da tempo la sua medaglia d’oro, la divisa e le scarpe. I guanti, quelli sono rimasti a Città del Messico, gettati sul letto della sua camera al Villaggio olimpico, dimenticati per sempre.

Lui invece, mi disse che non si sarebbe venduto mai. E che non sarebbe riuscito a dimenticare: «Smith e Carlos non hanno fatto del male a nessuno, per questo la loro protesta pacifica è stata efficace e positiva. Il loro gesto non ha cambiato il mondo, ma se ha contribuito a mutarne anche solo un angolo è stato comunque importante». 

Peter Norman verrà osteggiato per sempre dall’atletica australiana. Nonostante raggiunga il tempo necessario per le Olimpiadi di Monaco 1972, per cinque volte nei 100 e per tredici volte nei 200, il Comitato Olimpico australiano preferì non mandare nessuno a correre gli sprint piuttosto che mandare lui. Non lo invitò nemmeno ai Giochi di Sydney, né in qualità di tedoforo né di spettatore, come se non fosse mai esistito. Eppure è stato il più forte velocista australiano di tutti i tempi. Solo cinque mesi fa il Comitato Olimpico australiano ha fatto retromarcia e gli ha assegnato l’Ordine al Merito, la massima onorificenza sportiva. Cinquant’anni dopo, fuori tempo massimo.

«Non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle»: gliela ricordai, ma Norman mi disse che non faceva per lui la celebre frase di Evelyn Beatrice Hall, che molti attribuiscono a Voltaire. Semplicemente perché lui quelle idee le condivideva in pieno. In silenzio però, un silenzio che ha pagato caro. Ha vissuto nell’anonimato, distrutto dalla depressione e dalla bottiglia. Mentre il mondo gli voltava le spalle per sempre per aver appoggiato la battaglia di due uomini che non era direttamente la sua, ma nella quale la coscienza gli impediva di non schierarsi.

Quando gli chiesi se provava più odio o desiderio di perdono per chi gli aveva rovinato la vita e la carriera, Norman non mi rispose. Ma mi disse la frase d’amore più bella che si possa pensare: «Sono sempre stato un uomo libero: poter decidere se odiare o perdonare è stata comunque una grande libertà…».

È morto solo. Ma John Carlos e Tommy Smith il 6 ottobre 2006 hanno voluto esserci. E portare in spalla la sua bara di legno marrone scuro. L’unico modo che avevano per dirgli grazie per l’ultima volta. Peter Norman, due anni prima, era venuto a Sydney per vedere la finale dei 200 metri. Ospite di nessuno, si era pagato il biglietto come un uomo qualunque. Il primo a sinistra in una foto.

Tommie Smith (a sinistra) e John Carlos trasportano la bara di Peter Norman, il 9 ottobre 2006 a Melbourne. (EPA/JULIAN SMITH)

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