Brexit: la poesia non guarisce, ma aiuta

In tempi di crisi, la poesia è un antidoto che compensa l’insufficienza del dibattito politico. Simon Armitage, poeta laureateo, ha rifiutato la sua penna per commemorare il “Brexit day” del 31 ottobre. 

da un articolo di Rhiannon Lucy Cosslett
The Guardian, 7 novembre 2019

Simon Armitage. Foto: David Levene/The Guardian

Ha realizzato per Sky Arts un film-poesia sul tema, ma forse ha preferito riservare il suo inchiostro per altre occasioni nazionali, facendo infuriare alcuni Brexiters a tal punto da decidere di cimentarsi nella poesia essi stessi, e il blog dello Spectator ha perfino promesso di pubblicare le migliori composizioni. Sono risuscitati i versi di Lance Forman, dal 2019 membro del Brexit Party al parlamento europeo (MEP), particolarmente gradevoli: “October 31st / Is when we burst / Out of the EU’s grip / No ifs. No buts / No backstop cuts / We leave the sinking ship”.

La poesia, di questi tempi, è una consolazione. Crea empatia e distilla le emozioni in modi che condensano vividamente un momento nel tempo.
In un numero speciale del 2017 di Poem, Fiona Sampson, Mona Arshi e Aisha Gill hanno raccolto le risposte delle donne alla Brexit, e in una di Nazneen Ahmed (One of Every Two) si avvertono i sentimenti dell’autrice: “Oggi sono salita sull’autobus con maggior cautela. Ho tenuto la testa bassa. Sentivo il mio cuore che batteva velocemente nel mio petto.”

Le vendite di poesia negli ultimi tempi sono aumentate, diffuse anche da Internet e dalla possibilità di condividerle sulle piattaforme dei social media. Stanno fiorendo piccoli editori e la cosiddetta poesia ‘spoken-word’ [una forma di poesia espressa oralmente e incentrata sul dialogo o il monologo, generalmente recitata secondo uno schema narrativo] può diventare virale. Anche i tempi di grande incertezza come quelli che stiamo vivendo contribuiscono alla ritrovata popolarità della poesia.

La raccolta di poesie di Jane Commane – Assembly Lines – racconta la vita nelle piccole città post-industriali delle Midlands, le cosiddette ‘comunità abbandonate‘. La sua poesia UnWeather è una risposta al risultato del referendum:

La poesia sembrava l’unico modo per esplorare e comprendere la complessità della Brexit e il risultato referendario, ma anche per elaborare alcune emozioni: paura, rabbia, dolore… È un modo per decifrare le cose e, dato che può contenere contraddizioni e pluralità rispetto ai discorsi politici e sociali, con le loro scelte binare sì/no pro/contro, leave/remain, è anche uno spazio nel quale il linguaggio ci aiuta a trovare una forma di verità per noi stessi; un modo per nominare e contenere ciò che sembra incontenibile o incomprensibile.

Il dibattito sulla Brexit presenta narrazioni apparentemente semplici, risposte facili a un problema complesso. Invece la poesia non offre questo tipo di risposte e, forse paradossalmente, è questo il motivo per cui è confortante. Come suggerisce Commane, è un modo – specialmente in un clima di polemica – di elaborare le emozioni, anche senza mai giungere a conclusioni chiare.


Simon Armitage

Il mio pezzo forte

Il mio pezzo forte:
l’accendo, poi, dal momento in cui il fiammifero
dichiara la luce, sino a quando la luminosità si muove
oltre i propri mezzi e muore, io racconto la storia della mia vita –


date e luoghi, le torce che ho portato,
diversi nomi e volti, chi
mi ha dato amore, chi ci è andato vicino,
i cambiamenti fatti, le lezioni che ho imparato –


poi trovo ancora il tempo di esitare e arrossire
prima di essere morso dalla fiamma, e bruciato.


Un consiglio, a chiunque culli in sé
un’oncia di tristezza, a chiunque sia solo:
non provate a farlo voi stessi; è pericolo,
follia.


My party piece, da Poesie, Mondadori, 2001, Traduzione di Luca Guerneri

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