Sulla schiavitù dell’uomo (On Humane Bondage)

di W. Somerset Maugham

Un autore è probabilmente la persona meno adatta a parlare del proprio lavoro. C’è in proposito un istruttivo aneddoto raccontato da Rofer Martin du Gard su Marcel Proust.

dalla prefazione di Schiavo d’amore

Proust desiderava che un certo periodico francese pubblicasse un articolo di rilievo sul suo grande romanzo, e pensando che nessuno avrebbe potuto scriverlo meglio di lui xi mise a tavolino e lo scrisse personalmente. Poi pregò un giovane letterato suo amico di firmarlo e di portarlo al direttore della rivista. L’amico così fece, ma dopo alcuni giorni il direttore lo mandò a chiamare. “Il suo articolo devo rifiutarlo”, gli disse. “Proust non mi perdonerebbe mai se pubblicassi una critica tanto fredda e malevola del suo lavoro”.


Dal risvolto dell’edizione Adelphi 2007 [che ho appena iniziato a leggere]

W. Somerset Maugham non ha mai dovuto dilungarsi troppo a spiegare che cosa fosse il suo secondo e più celebre romanzo, quello che già alla sua uscita, nel 1915, fece di lui uno scrittore immensamente popolare. In diverse occasioni si limitò infatti a precisare che Schiavo d’amore [*] non era «un’autobiografia, ma un romanzo autobiografico» – e che Philip Carey, pur essendo orfano come lui, medico come lui, e come lui attratto dai lati meno dominabili dell’esistenza, era solo il protagonista di una finzione, e non la controfigura del suo autore. I lettori (allora come oggi) erano quindi liberi di seguire Philip prima durante gli studi a Heidelberg, poi negli anni della bohème parigina, e durante tutto il lungo, tormentoso e distruttivo amore per Mildred, la cameriera reprensibile, perfida e perciò ancor più desiderabile (non a caso Bette Davis ne è stata la perfetta incarnazione cinematografica) che finirà quasi per ucciderlo. Ma se si può anche fingere di credere a quel diabolico illusionista di Maugham quando sostiene di aver prestato a Philip solo i sentimenti, è legittimo sospettare che poche altre volte la menzogna romanzesca – anche la più sofisticata e avvincente, come questa – abbia coinciso in modo tanto fedele e tanto necessario con una quasi feroce autenticità.

[*] L’autore aveva scelto come titolo del romanzo Of Human Bondage, ma Schiavo d’amore è il titolo dato alla versione italiana del primo film (1934, con Bette Davis e Leslie Howard) tratto dal romanzo di Maugham, e adottato nella prima traduzione italiana (Mondadori, 1940) del libro.

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