‘Acquista con un click’

L’attuale situazione nell’ecosistema digitale è il risultato di un laissez-faire che ha permesso alle imprese private di occupare uno spazio che di fatto è pubblico.

elaborazione di un articolo di Bruno Saetta
Valigia Blu, 8 novembre 2019

Internet nasce come un luogo di comunicazione senza barriere, aperto a tutte le idee, un luogo di comunicazione orizzontale, non più verticale.
Nel tempo, però, poche grandi imprese hanno letteralmente fagocitato gli attori minori, diventando semi-monopolisti, eliminando sul nascere possibili competitori, e hanno così potuto realizzare dei sistemi a costi ridotti o addirittura nulli (pagati dalla pubblicità sfruttando i dati degli utenti). Ogni possibile ostacolo a una veloce e facile fruizione dei contenuti e partecipazione alle discussioni (vedi tasti like, share, la possibilità di accedere a diverse App e servizi tramite le stesse credenziali di accesso, ecc…) è stato eliminato. L’“acquista con 1-click” ha alimentato l’imbarbarimento delle discussioni online, a cui si aggiungono le fake news, la disinformazione politica, la pubblicità mirata per influenzare le elezioni, l’abuso dei dati degli utenti, ecc…

Così come in passato si è fatto con i media tradizionali (tv e giornali), gli oneri imposti progressivamente hanno trasformato le piattaforme del Web in una sorta di super-editori ai quali addossare le responsabilità della regolamentazione dei contenuti online (copyright, hate speech, terrorismo, fake news). 
L’intermediario tecnico (provider) diventa a tutti gli effetti l’intermediario sociale, in tal modo ricostruendo il “filtro editoriale” dei vecchi media ma in modo molto più pervasivo.
E il controllo del flusso di informazioni online è molto più semplice se gli attori sono solo quattro o cinque. Le poche normative che realmente imposte alle piattaforme del Web (es. obbligo di filtraggio, direttiva copyright) finiscono per creare indirettamente delle barriere all’ingresso del mercato di riferimento, riducendo enormemente la possibilità di altri attori di emergere.

A parte l’incentivazione di sistemi di autoregolamentazione (es. codici di condotta), l’introduzione di norme settoriali impone alle piattaforme di “regolamentare” i contenuti online, per lo più senza alcuna indicazione, lasciando loro il compito di valutare e giudicare. Si tratta di una vera e propria delega di funzioni statali.
Se in tema di copyright, ad esempio, esistono norme che stabiliscono cosa è lecito e cosa non lo è, questo non avviene nel caso di hate speech e fake news.
Ad esempio, si dà per scontato che il pregiudizio e l’odio siano comportamenti devianti, mentre diversi studi contestano questa ipotesi. L’hate speech in realtà è connaturato all’uomo, la misoginia è radicata nella cultura occidentale, e quindi le molestie non possono essere combattute solo rimuovendo singoli contenuti. L’effetto è quello di trasferire altrove l’hate speech: sarà meno visibile ai cittadini (risultato perfettamente spendibile in campagna elettorale), ma il problema di base non viene davvero risolto.
Se un tempo era solo l’élite a poter diffondere il proprio pensiero (tramite la televisione e i giornali), oggi con Internet chiunque può farlo. L’élite, però, tende ad autoassolversi e a giustificare i propri discorsi d’odio (spesso utilizzandoli per contrastare il dissenso).

Il risultato di tutte queste dinamiche è l’incorporazione nell’ecosistema digitale delle strutture di incentivazione dei mercati. Di fatto un’azienda privata, che agisce per profitto, eserciterà la regolamentazione delegatale dagli attori statali secondo le sue esigenze economiche, indipendentemente da ogni valutazione sull’impatto dei diritti fondamentali dei cittadini.
Anche per quanto riguarda la pubblicità politica (ma lì il problema è principalmente il microtargeting) l’approccio è meramente utilitaristico.

Facebook ha preferito escludere la pubblicità politica da valutazioni di ogni tipo, sostenendo che il discorso politico è importante e non si può sottrarlo ai cittadini.
Di contro Twitter fa una scelta radicalmente opposta, e cioè di non pubblicare più pubblicità politica: in realtà Twitter ha delle scelte opinabili su ciò che è “politico” e siccome la maggior parte della spesa pubblicitaria dei politici va a Facebook, non perderebbe granché. La scelta appare quindi semplicemente un modo per distinguersi dal concorrente Facebook (teniamo però presente che anche LinkedIn, Microsoft e Twitch non accettano pubblicità politica, per cui l’anomalia è Facebook).

È evidente che le piattaforme, come tutte le grandi aziende del resto, hanno generalmente la tendenza a mantenere buoni i rapporti con il governo in carica. Nello specifico, oltre a Trump, Bolsonaro in Brasile e Duterte nelle Filippine puntano molto sulle pubblicità su Facebook per continuare a mantenere il potere, e sono attori che potrebbero escludere Facebook dal loro mercato locale.

Internet, come diceva Stefano Rodotà già nel 1998, non è solo uno spazio economico, ma è anche spazio sociale, politico, simbolico, che permette nuove forme di rappresentazione del sé, incide sull’identità e consente nuove forme di espressione. Tutti questi spazi, avvertiva Rodotà, non sono separati né separabili, non si può pensare Internet sezionandola.
Questo, infatti, porta a normative o regolamentazioni settoriali (es. la normativa sul copyright) senza valutare l’impatto sugli altri aspetti dell’ecosistema digitale (es. privacy o libertà di espressione).
Dobbiamo trovare quindi non solo regole specifiche per ciascuno di questi spazi, ma regole di compatibilità, che impediscano ad esempio alla dinamica economica di oscurare… le potenzialità di Internet”.

Adesso si stanno affacciando nuove e più stringenti regolamentazioni (es. il Digital Service Act), mosse dallo stesso intento: settoriale, economico.
Del resto l’intera impalcatura UE, il Digital Single Market, è alla base di tutte le regolamentazioni europee. Lo stesso GDPR, il regolamento per la protezione dei dati personali, nasce per motivi economici.
I cittadini temono i servizi digitali perché non sanno “che fine fanno i loro dati”, quindi una cornice normativa che, almeno all’apparenza, riporti l’utente al centro del trattamento (in realtà al centro vi è il titolare), crea maggiore fiducia e favorisce la crescita dei servizi stessi. Ma l’incentivo è anche qui economico.
Ad esempio, nel regolamento n. 679/2016 si lascia sostanzialmente agli Stati membri (art. 85) il compito di riconciliare il diritto alla protezione dei dati personali con la libertà di espressione. Inoltre, lo stesso articolo obbliga gli Stati membri a riconoscere specifiche eccezioni “ai fini del trattamento effettuato a scopi giornalistici o di espressione accademica, artistica o letteraria“. Eccezioni che di fatto riguardano categorie privilegiate e professionalizzate, senza alcun effettivo riferimento alla “libertà di espressione” in senso lato. Il risultato è la privatizzazione della sfera pubblica e l’esternalizzazione dei costi sociali, economici e democratici.

Nei confronti del Web gli editori hanno preferito utilizzare il modello di business pubblicitario: il giornale si è trasformato da venditore di contenuti (informazioni) a intermediario per vendere un pubblico a un inserzionista, finendo per adattare i contenuti a quel modello. Le inchieste costano, perciò si è passati ad articoli scandalistici, sensazionalistici, mai approfonditi, perché servono per vendere pubblicità (o propaganda, pubblicità politica), non più per informare.
L’’autorevolezza del giornale ormai deve dipendere da un attore terzo e separato, quale ente certificatore (es. per le fake news).
Questo incide direttamente sull’opinione pubblica, in quanto l’intero processo democratico si basa sulle informazioni che raggiungono il pubblico. L’esercizio della sovranità popolare deve comportare un’utilizzo critico del mezzo (quindi, alfabetizzazione informatica a carico dello Stato), la possibilità di informarsi per farsi un’opinione sui fatti rilevanti per la società e di esprimerla partecipando al dibattito pubblico, e l’uso come strumento di coesione e organizzazione per la tutela dei diritti.

Sempre nel 1998, Stefano Rodotà avvertiva del rischio dell’impoverimento della democrazia tramite il ricorso agli strumenti elettronici. Il referendum elettronico può facilmente diventare “null’altro che la via alla manipolazione della partecipazione politica, il passaggio da una democrazia dei cittadini a una democrazia del plebiscito, in cui i cittadini saranno magari nevroticamente chiamati a votare tutti i giorni, ma esclusi dai processi di elaborazione politica”.
Non è un problema del mezzo, ma un problema di chi sceglie di servirsene in questo modo, come non sono gli “algoritmi” a distruggere i posti di lavoro, ma sono i datori di lavoro che scelgono di servirsene. Il cittadino che riceve informazioni distorte e manipolate, e che vede il suo apporto alla società svilito e sminuito tramite “referendum” irrilevanti, è in realtà estromesso dalla società, quando invece i nuovi media gli consentirebbero di partecipare direttamente all’intero processo formativo delle leggi.

Opera: Mario Merz.

La situazione richiede ormai una qualche forma di governance dell’intero ambiente digitale, e in particolare delle piattaforme online. Le proposte sono già molte, e alcune di esse in fase avanzata di discussione.
Ad esempio, Article 19, una delle principali organizzazioni internazionali sulla tutela della libertà di espressione, ha proposto il Social Media Council, un forum che fornirebbe un meccanismo di responsabilità multi-stakeholder per la moderazione dei contenuti sui social media, su base volontaria ma vincolante.
Il progetto prevede una serie di SMC nazionali e regionali – vicini alle rispettive e specifiche realtà – incaricati di fornire linee guida per le piattaforme di social media e di decidere sui reclami individuali degli utenti, operando sulla base di standard legali internazionali, in materia di diritti umani.
Il SMC potrebbe riferirsi direttamente alla giurisprudenza delle Corti internazionali e nazionali, oppure si potrebbe adottare un codice specifico a partire dagli standard internazionali.
Altro punto di discussione è se i SMC debbano fornire solo consulenza o assumere un ruolo di giudicante. Ovviamente sarebbero necessarie regole procedurali chiare e trasparenti. Il progetto è attualmente in consultazione fino a fine novembre 2019.

L’obiettivo non dovrebbe essere solo legislativo (che spesso comporta sanzioni sproporzionate ed effetti negativi sulla libertà di espressione), né si dovrebbe lasciare alle piattaforme l’autoregolamentazione. La fiducia degli utenti si ottiene mediante trasparenza e responsabilità.
La normativa dev’essere efficace ma flessibile e adattabile alle realtà specifiche (es. minoranze) e deve garantire che la moderazione privilegi i diritti umani rispetto ad esigenze economiche.
Negli anni, un’ampia giurisprudenza delle Corti internazionali e nazionali ha fissato dei confini abbastanza chiari e definizioni circoscritte. Si tratta solo di sfumare le differenze esistenti tra le interpretazioni nazionali sulla base della giurisprudenza della Corte per i diritti umani (CEDU).
Quello che occorre tenere presente è che i diritti umani non tutelano il singolo da ciò che non gli piace o non gli aggrada, ma l’essere umano all’interno della formazione sociale.
Inoltre, la cornice normativa sui diritti umani serve principalmente per tutelare i cittadini dalle intrusioni del loro stesso governo, che quindi non può utilizzare queste norme per limitare i diritti fondamentali del cittadino in nome della tutela del perseguimento di interessi economici (es. copyright) o per silenziare il dissenso .

Le piattaforme infrastrutturali, anche se non sono tecnicamente “editori”, applicano ai contenuti una serie di regole, filtri e controlli tali da alterare il flusso delle informazioni. E queste manipolazioni sono sempre più richieste direttamente dagli attori governativi a fini di “pulizia” del Web o per altri fini strumentali.
Considerare e regolamentare queste nuove piattaforme come fossero giornali e Tv è un grave errore: sono servizi al pubblico diversi, ma generalmente sono motivati dal profitto, guidati spesso dalla pubblicità, e tendono comunque a imporre una propria visione del mondo, funzionale al loro business.
La “privacy”, tanto per fare un esempio, non è necessariamente quella che noi intendiamo: per queste aziende significa che i dati degli utenti sono tutelati finché si trovano nella mani dell’azienda stessa. Al di fuori loro non garantiscono.
Sta a noi decidere se questo processo di regolamentazione, ormai indifferibile, debba realizzarsi nelle chiuse stanze del potere oppure se debba avere un carattere corale e realmente partecipato.

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