Il ritorno trionfale di Olive Kitteridge

Nel primo libro, Olive era una donna di mezza età, senza freni né filtri. Ora è invecchiata, come accade di rado ai personaggi femminili dei romanzi, e pensa di essere diventata un po’ più gentile. Vero.

da un articolo di Lucy Hughes-Hallett
The Guardian, 25 ottobre 2019

[di seguito, un articolo del 2017 dell’autrice scritto per la stessa testata]

A Olive Kitteridge non piace molto Betty, l’“assistente infermiera” che le è stata assegnata dopo l’infarto. Non le piace per l’ostilità con cui tratta la collega somala. Non le piace per l’enorme adesivo repubblicano. Non le piace proprio per niente per aver fatto cadere il mozzicone di sigaretta che ha spinto Olive a chinarsi, sbandare, cadere, e di conseguenza decidere di trasferirsi in una casa di riposo. Ma quando un giorno Betty si presenta in lacrime per la morte del preside della scuola per il quale aveva avuto una cotta, ai tempi in cui Olive insegnava matematica alle superiori, si ammorbidisce. Le porge un fazzoletto di carta e le domanda della sua vita. “‘Fa schifo,” dice Betty. Olive vuole di più. “Oh, è solo una vita,” dice Betty. “Olive ci pensò. Disse: ‘Beh, è la tua vita. Ha importanza.’

Crosby, la cittadina del Maine nella quale Elizabeth Strout ha ambientato il suo tanto acclamato Olive Kitteridge e dove è ambientato anche Olive, Again, è distesa su un bel tratto di costa: è isolata, provinciale, lontana dai centri di potere o della moda o degli affari. È solo un posto. Come la vita di Betty (due matrimoni disastrosi alle spalle, un figlio con un danno al cervello, disperata povertà) è “solo una vita”, ma Strout riesce a convincerci che quel luogo è importante, così come lo sono i suoi abitanti.

La cittadina non è solo uno scenario. Succedono molte cose importanti, brutte e belle, e Strout ha un’attenzione scrupolosa per la routine, per le esperienze quotidiane che gradualmente ne accrescono lo spessore semplicemente a forza di andare avanti, e per decenni. Perdite banali come i figli che crescono e se ne vanno diventano tragiche, e il piacere di una nuova amicizia tra due donne anziane sembra salvifico come l’amore romantico.

Nel suo lavoro meticolosamente realista, Strout ha rivisitato questi temi in diversi libri: tutte opere “compiute”, scritte con intelligente esattezza, seppure a volte in modo troppo sobrio. Con Olive Kitteridge ha creato un personaggio così vitale, divertente, esasperante ma che funziona così bene da accendere una storia anche quando è intravista da lontano.

Quando l’abbiamo incontrata la prima volta, Olive era una donna di mezza età, senza freni né filtri. Diceva quello che pensava senza domandarsi quanto potesse essere offensiva o ingiusta. Una volta suo marito Henry glielo ha fatto notare, non tanto come un rimprovero quanto per stanchezza: “Non credo che tu ti sia scusata neanche una volta. Per nessun motivo.” Tutto ciò che va male è per colpa di qualcun altro. Tutti gli altri sono stupidi. “Stupido” è una delle parole preferite di Olive. Un’altra, che esprime il suo atteggiamento di difesa e rifiuto di qualsiasi cosa la metta a disagio, è “puah!”. Nel primo libro, una coppia incontrata a un concerto si interroga sul marito: “Non capisco come faccia a sopportarla,” commenta l’uomo. “La ama,” dice la donna. “È per questo che riesce a sopportarla.” E anche i lettori la amano.


Danzare con il lettore

Sono sempre stata in grado di scrivere ovunque: nella metropolitana, sull’autobus o in un bar affollato. Ma il luogo che ho sempre preferito è la casa. Scrivo subito dopo colazione: di solito, subito dopo mio marito esce e io inizio a lavorare, dopo aver pulito il tavolo. Scrivo soprattutto a mano, e poi copio tutto al computer quando non riesco più a leggere la mia scrittura, perché ho fatto troppi segni sulla carta per poter vedere la scena che sto scrivendo.

Quasi sempre, inizio con una scena o un pezzetto di una scena. Nel corso degli anni ho imparato a catturare qualsiasi cosa senta come urgente e a trasferirne l’emozione in un personaggio. Sono molto disordinata: sparpaglio queste scene sul tavolo. Il tavolo è grande e col passare del tempo mi rendo conto di quali scene siano connesse. Quelle che non mi servono finiscono sul pavimento e poi nel cestino (e sono molte).

A volte mi trasferisco sul divano, dal quale si vede l’East River di New York, e scrivo lì. Poi cammino per la casa e parlo con me stessa, sempre a proposito del lavoro. Gironzolo finché non inizio a vedere un numero sufficiente di scene per un racconto o un libro. Periodi così possono durare un anno o anche di più, poi devo mettermi a scrivere.

Il vero lavoro di scrittura – decidere di cosa abbia bisogno il lettore e quando ne abbia bisogno – non è divertente quanto scrivere le scene. Mi sento meno libera, ma provo un certo piacere a ritrarre me stessa e il lettore in questo modo, insieme. Immagino sempre un lettore ideale: paziente, ma non troppo; che abbia bisogno del libro e lo voglia leggere, ma che non lo possa fare se non lo scrivo con onestà. Per me, è una danza con il lettore.

A parte cereali e caffè a colazione, tendo a non mangiare o bere mentre lavoro, e cerco di buttar giù quanto più possibile perché ho capito, nel tempo, che all’ora del pranzo le mie energie subiscono un calo.

Quando siamo nel Maine, il mio studio è sopra un negozio di libri: un posto splendido dove lavorare. Anche lì c’è un divano, così come un grande tavolo e riesco a leggere dopo pranzo e a volte anche a lavorare ancora un po’ nel pomeriggio. È sempre pericoloso tornare al lavoro lo stesso giorno, perché se penso di aver fatto qualcosa di buono sono contenta per tutto il resto della giornata; se invece non sono soddisfatta divento ansiosa, quindi devo stare attenta.

Non ascolto musica, come invece fanno altri scrittori, ma non ho bisogno di un silenzio totale intorno a me: solo della sensazione di essere sola nella mia testa, il che è meno facile di quanto possa sembrare. Anche se a volte l’anonimato di un tragitto in metropolitana ha funzionato, è il motivo per il quale preferisco in assoluto stare a casa da sola.

Elizabeth Strout
The Guardian, 4 marzo 2017, modificato il 29 novembre 2017


https://www.theguardian.com/books/2017/mar/04/elizabeth-strout-my-writing-day

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