Arte concettuale

L’arte concettuale nasce in America tra il 1965 e il 1975, nel periodo del benessere economico e del consumo di massa, dell’emancipazione femminile

… della sessualità, dell’informazione, ma anche del design d’avanguardia e dei gruppi rock, della contestazione politica, dell’apparizione della sinistra maoista e delle sue utopie, dei movimenti studenteschi pacifisti in lotta per i diritti civili. Insomma, un fenomeno complesso, amplificato dall’avvento delle tecnologie della duplicazione e della comunicazione di massa (stampa, radio e televisione).

Le tre facce dello spirito concettuale.

Innanzitutto, nel 1964 Andy Warhol apre la Factory a New York, un atelier dove prende le prime mosse l’arte della moltiplicazione e della diffusione delle opere su larga scala.
È un’epoca in cui tutta la cultura è in fermento per l’emergere di un numero straordinario di movimenti d’arte plastica che contestano la rappresentazione fisica, dell’oggetto e dell’arte, e che porteranno alla prima idea fondatrice dell’arte concettuale: un’opera non ha bisogno di essere effettivamente prodotta per esistere.
L’americano Joseph Kosuth, un teorico dell’arte concettuale che fa riferimento a Marcel Duchamp, mostra una seconda faccia dello spirito concettuale, quella della sua definizione semantica: “cos’è l’arte?” e tenta di rispondere con “One and Three Chairs”, rivisitazione del readymade: un oggetto banale presentato insieme alla sua riproduzione fotografica e alla sua definizione nel dizionario.
Terza faccia: l’arte in quanto idea è stata sviluppata soprattutto dai collettivi di artisti, diversamente dall’arte tradizionale incentrata sull’individuo e sulle sue capacità tecniche.

Immagine: Joseph Kosuth, One and Three Chairs, 1965

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