Di anonimato in rete, libertà e diritti

Ha fatto molto discutere il contenuto di alcuni tweet di Luigi Marattin, Deputato del gruppo parlamentare Italia Viva.

da un articolo di Massimo Canducci 
tech economy 2030, 30 ottobre 2019

Tutto è nato da un tweet in cui Marattin dichiara di essere “al lavoro per una legge che obblighi chiunque apra un profilo social a farlo con un valido documento d’identità. Poi prendi il nickname che vuoi (perché è giusto preservare quella scelta) ma il profilo lo apri solo così.”
Il tutto è poi culminato con una vera e propria petizione online sul sito di Italia Viva, nella quale si giustifica questa scelta con l’obiettivo di evitare il deterioramento della democrazia, deterioramento che sarebbe causato dalle distorsioni e manipolazioni delle informazioni che circolano sulla rete, le cosiddette fake news.

Kareem Rizk

Proposte di legge su questo argomento non sono una novità: a titolo di esempio si può considerare questa del 10 ottobre 2017 (prima firma Nunzia De Girolamo) che, come tutte le altre, nel tempo è naufragata perché totalmente inutile, inapplicabile e persino contro i diritti umani. Lo stesso accadrà all’iniziativa di Marattin, ma andiamo con ordine.


Il principio di base, una buona notizia e una follia

Il principio di base è giustissimo ed encomiabile: chi delinque sulla rete, diffamando, facendo stalking, minacciando o anche diffondendo notizie false, deve essere identificato e punito secondo la legge.
La buona notizia è che, già oggi, su internet l’anonimato tecnicamente non esiste. Chiunque acceda alla rete lo fa presentandosi ad essa attraverso un indirizzo univoco (indirizzo IP) che consente a posteriori di risalire fino al dispositivo che è stato utilizzato.
[…]
Tuttavia, è tecnicamente possibile risalire fino al dispositivo utilizzato e non alla persona che lo ha utilizzato e che, in possesso di adeguate credenziali, potrebbe utilizzare tranquillamente l’account (anche social) di qualcun altro.

C’è poi il “piccolissimo dettaglio” dell’Art. 27 della Costituzione che dice che “La responsabilità penale è personale”. Se non c’è modo di sapere chi sta usando un certo account social per compiere una determinata azione, chi puniremo?
[…]
La proposta di Marattin quindi, seppure basata su un principio giusto e condivisibile, è tecnicamente inutile e inapplicabile.


Libertà e diritti umani

Ma la politica italiana non è la sola ad essersi posta il problema di un eventuale eliminazione dell’anonimato su Internet.
A titolo di esempio possiamo citare il rapporto “Report of the Special Rapporteur on the promotion and protection of the right to freedom of opinion and expression, Frank La Rue” prodotto dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, che è molto chiaro in proposito e che nelle “conclusioni e raccomandazioni” dice:

States should refrain from compelling the identification of users as a precondition for access to communications, including online services, cybercafés or mobile telephony.

Sempre lo stesso Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, nella versione aggiornata dello stesso rapporto, questa volta redatto dal Rapporteur David Kaye, addirittura nel summary del documento scrive:

the report concludes that encryption and anonymity enable individuals to exercise their rights to freedom of opinion and expression in the digital age and, as such, deserve strong protection.

Chi si occupa a tempo pieno di diritti umani nel mondo ritiene quindi fondamentale che sia garantita una protezione totale al diritto di essere anonimi e di poter comunicare in modo crittografato, in quanto si tratta di caratteristiche che consentono alle persone di esercitare i loro diritti alla libertà di opinione ed espressione nell’era digitale.
L’esatto contrario di quanto suggerito dall’iniziativa di Marattin.
Già questo basterebbe a mettere una pietra sopra ogni tentativo di obbligare le persone ad autenticarsi in modo certificato prima di poter utilizzare i social, ma di questi temi se n’è occupato anche il Parlamento Europeo che, nella Risoluzione del Parlamento europeo dell’8 settembre 2015 su “Diritti umani e tecnologia: impatto dei sistemi di sorveglianza e di individuazione delle intrusioni sui diritti umani nei paesi terzi”, all’Art. 49:

invita esplicitamente a promuovere strumenti che consentono l’utilizzo anonimo e/o pseudonimo di Internet e contesta la visione unilaterale secondo cui tali strumenti avrebbero come unica funzione quella di consentire le attività criminali, e non di dare maggiore potere agli attivisti dei diritti umani all’interno e all’esterno dell’UE.

Infine possiamo citare la “Carta dei Diritti in Internet”, una mozione a prima firma Stefano Quintarelli che il 3 novembre 2015 ha portato in aula un testo redatto da una commissione di studio mista, parlamentari ed esperti, guidata dal professor Rodotà e voluta dalla Presidente Boldrini.
La mozione è stata approvata con 437 voti favorevoli, 9 astenuti e senza nessun voto contrario.
Tale documento, all’Art.10 (Protezione dell’anonimato), comma 1 dice che: 

Ogni persona può accedere alla rete e comunicare elettronicamente usando strumenti anche di natura tecnica che proteggano l’anonimato ed evitino la raccolta di dati personali, in particolare per esercitare le libertà civili e politiche senza subire discriminazioni o censure.


Saul Steinberg

Conclusioni

Siamo quindi di fronte ad iniziative di principio che a livello italiano, europeo e di Nazioni Unite hanno tutte la stessa impostazione: impedire qualunque iniziativa tesa a limitare l’anonimato in internet, perché proprio dalla possibilità di essere anonimi nascono la libertà di opinione e la libertà di espressione, diritti insindacabili di ogni essere umano.

Ad ulteriore conferma è sufficiente riflettere sul fatto che quando in un Paese emergono problemi di tenuta democratica, le piattaforme social vengono chiuse o limitate e i cittadini vengono schedati per capire quale posizione politica abbiano. In quei casi la disponibilità di utilizzare tecnologie di comunicazione alternative e crittografate e la possibilità di essere anonimi nelle comunicazioni sono fattori che contribuiscono in modo determinante all’esercizio dei diritti fondamentali dell’uomo ed influiscono pesantemente sulla sua libertà.

Va detto inoltre che le fake news sono utilizzate in massima parte per spostare voti, sono quindi un becero strumento utilizzato per scopi politici: per iniziare un lavoro di depurazione dalle fake news la politica forse farebbe bene a porre regole al proprio interno invece che spostare il problema sul cittadino.

Voglio vivere in un Paese che sia in grado di punire che compie atti illeciti (anche) attraverso l’utilizzo della rete, ma che non utilizzi la sua incapacità nello svolgere questo suo compito come scusa per limitare la libertà e diritti di tutta la popolazione.
In caso contrario genereremmo un paradosso per cui i cittadini onesti saranno schedati perdendo parte della loro libertà e dei loro diritti, mentre chi vorrà davvero compiere azioni illecite sarà comunque in grado di farlo utilizzando alcuni semplici accorgimenti tecnici al fine di aggirare le limitazioni.

Ma tutto questo, non temete, non accadrà.

Articolo originale:
https://www.techeconomy.it/2019/10/30/di-anonimato-in-rete-liberta-e-diritti/


da un post su Facebook di Arianna Ciccone
Valigia Blu, 30 ottobre 2019

Perché la proposta di eliminare l’anonimato in Rete per combattere l’odio è inutile e impraticabile.

Non c’è nessuna correlazione fra odio e anonimato.
La gente, per non parlare di politici e giornalisti sui social e in TV, odia benissimo a volto scoperto.
Inoltre, non si capisce come eliminare l’anonimato dovrebbe risolvere la questione delle parole di odio. A meno che non si commetta un reato (istigazione all’odio razziale e alla violenza, per esempio), odio e insulti non sono reato (l’insulto semmai è illecito amministrativo).

Le leggi ci sono già. Se commetti un crimine online sei perseguibile per legge. Perché l’anonimato in Rete realmente non esiste. Siamo tutti tracciati e rintracciabili. La carta di identità online è il nostro IP con cui ci colleghiamo e navighiamo. Se commettiamo un reato ci beccano.
Per identificare sui social chi commette un reato e maschera la sua identità, esistono le rogatorie, e le piattaforme su ordine di un magistrato sono obbligate e fornire tutti i dati.

Ve lo immaginate l’ente certificatore che deve verificare 30 milioni di carte di identità? Bel data base, eh… Chi garantisce sulla protezione di questi dati? Chi garantisce sull’uso di questa schedatura di massa? E se con la scusa di combattere l’odio si reprime il dissenso?
La genialata della carta di identità l’hanno applicata in Cina e in Russia. In Sud Corea lo hanno sperimentato proprio per migliorare i commenti. È stato un fallimento.

I regolatori si dovrebbero preoccupare di estendere diritti, non di restringerli. L’idea di introdurre obblighi generalizzati di identificazione per l’uso dei servizi online è già stata bollata come liberticida e incompatibile con i diritti fondamentali dell’uomo (ONU, 2011).
L’anonimato protegge da ritorsioni sul posto di lavoro, protegge gli attivisti nei regimi autoritari, le minoranze, i giornalisti nelle loro inchieste.
Stefano Rodotà ha spiegato bene il valore dell’anonimato, che in una società democratica andrebbe protetto, proprio per esercitare le libertà politiche e civili senza subire discriminazioni e censure.

Perché improvvisare su tematiche così complesse?
Perché non studiano, non si informano, non leggono?
Perché abbiamo una classe dirigente che pensa di fare una legge a partire da un tweet?

I commenti sono chiusi.

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