Chi sono i curdi?

Il Kurdistan è una regione geografica dell’Asia sud-occidentale, suddivisa fra Turchia (per la maggior parte), Iran, Iraq e Siria, paesi tra i quali è distribuita la popolazione curda.

di Andrea Zitelli
Valigia Blu, 22 ottobre 2019

Immagine: Ansa

24 ottobre 2019: l’articolo è stato aggiornato con il contenuto dell’accordo tra Turchia e Russia e con le reazioni delle parti coinvolte.

Come riassume Treccani, “nel 16° secolo la maggior parte del Kurdistan fu inglobata nell’Impero ottomano, mentre una parte veniva conquistata dalla Persia. (…) Nel corso dell’Ottocento iniziarono a manifestarsi le aspirazioni indipendentiste dei Curdi, ma le loro rivolte furono tutte represse dagli Ottomani”.

Nel Novecento, la fine della prima guerra mondiale portò alla spartizione tra i vincitori dei territori dell’Impero ottomano tramite il “Trattato di Sèvres” (1920), in cui si prevedeva la possibilità di uno Stato curdo indipendente. Tre anni dopo, però, nel successivo “Trattato di Losanna” (1923), che superava quello precedente, veniva meno ogni riferimento al Kurdistan e il suo territorio veniva suddiviso in cinque parti. Alla Turchia fu riconosciuto il settore più ampio di questa regione.

Conclusa la seconda guerra mondiale, i curdi restarono senza un proprio Stato, continuando a vivere in Turchia, Siria, Iraq e Iran. In questi paesi, come minoranza etnica, i curdi, che hanno portato avanti battaglie indipendentiste, hanno subito spesso violente repressioni.


Perché la Turchia vede i curdi come una minaccia?

Dagli anni ’80, Ankara ha contrastato politicamente e militarmente il Partîya Karkerén Kurdîstan (PKK, cioè Partito dei lavoratori curdi) – un partito politico, inizialmente di ispirazione marxista-leninista, nato alla fine degli anni ’70 e poi sostenitore del confederalismo democratico – e la sua lotta armata (portata avanti anche con attentati) per rivendicare uno Stato indipendente nella regione del Kurdistan. Richieste che poi negli anni ’90 si sono ridimensionate, puntando a una maggiore autonomia culturale e politica. Il PKK è stato considerato dagli Stati Uniti d’Americadall’Unione europea e dalla Turchia stessa  un’organizzazione terroristica. Secondo una stima riportata dal Washington Post in trent’anni circa 40.000 persone sono morte in questo conflitto.

[…] Il 20 luglio 2015 un attacco suicida attribuito allo “Stato islamico” uccide 32 persone, durante un incontro di attivisti curdi a Suruç, nel sudest della Turchia, al confine con la Siria. Secondo i curdi, però, dietro l’attentato ci sarebbe stato anche il coinvolgimento di Ankara. Due giorni dopo, combattenti del PKK uccidono due poliziotti turchi a Ceylanpınar.
Come risposta, durante un attacco aereo della Turchia contro forze dell’ISIS in Iraq, vengono colpiti anche accampamenti del PKK in quella zona, che stava combattendo proprio contro i miliziani dell’ISIS.
[…] Due anni dopo, l’ONU, con un rapportoha accusato il governo turco di aver commesso, tra luglio 2015 e dicembre 2016, gravi violazioni dei diritti umani ai danni soprattutto delle popolazioni curde nel sud-est della Turchia.

Come si è arrivati all’incursione turca in Siria?

Per capirlo, facciamo un passo indietro.
A metà del 2013, spiega la BBC, l’ISIS ha tentato la conquista di tre enclavi curde che confinavano con il territorio sotto il suo controllo nel nord della Siria. I ripetuti attacchi dei miliziani del Califfato, fino alla metà del 2014, sono stati però respinti dall’Yekîneyên Parastina Gel (YPG, Unità di Protezione Popolare), l’ala armata del Partiya Yekîtiya Demokrat (PYD).
Il PYD (in italiano “Partito curdo dell’Unione Democratica”) è un’organizzazione politica attiva all’interno della “Federazione del Nord della Siria“, una regione non ufficialmente riconosciuta, nata in seguito allo scoppio della guerra in Siria del 2011, nota anche con il nome di “Rojava” e in cui vivono, secondo le stime, tra 500 mila e 1 milione di curdi. Per la Turchia, però, l’YPG e il PYD sono rami del PKK e per questo sono considerati anch’essi organizzazioni terroristiche da combattere.


Nell’estate del 2014, le offensive dei miliziani dell’ISIS puntano alla conquista di zone del Nord dell’Iraq, nel territorio della regione autonoma del Kurdistan iracheno che risponde con l’intervento della propria forza armata conosciuta con il nome di Peshmerga. In diverse aree però l’ISIS riesce ad avanzare, conquistando varie città, con le forze curde costrette alla ritirata.
Una coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti d’America con l’allora presidente Barack Obama, interviene con una serie di attacchi aerei contro l’ISIS nel Nord dell’Iraq e inviando anche armi ai Peshmerga e consiglieri militari. A terra, inoltre, in aiuto alle truppe del Kurdistan iracheno arriva anche l’YPG.

Con il passare del tempo, i combattenti curdi, siriani e iracheni, rafforzano il loro coordinamento con la coalizione guidata dall’America contro le milizie dell’ISIS in quei territori.
Il New York Times scriveva all’epoca che in Siria l’YPG era diventato “l’alleato più efficace dell’America contro lo Stato Islamico”. Ma gli Stati Uniti non hanno mai spiegato ufficialmente nel dettaglio quanto questa collaborazione fosse stretta, per via dei legami del gruppo con il PKK, ritenuto dagli stessi USA un’organizzazione terroristica. Inoltre, questo rapporto tra americani e curdi creava tensioni con la Turchia, che non forniva pienamente il suo appoggio logistico e militare nella lotta contro l’ISIS.

Nel giugno 2015, i curdi dell’YPG riescono a riconquistare Kobane, città siriana al confine con la Turchia, in mano all’ISIS e altri territori.
Il presidente turco Recep Erdoğan aveva chiarito subito che non avrebbe mai permesso la formazione di uno stato curdo “nella nostra frontiera meridionale nel nord della Siria”.
Circa un mese dopo, la Turchia entra ufficialmente nella coalizione guidata dagli americani contro le milizie del Califfato e contemporaneamente lancia una serie di attacchi aerei contro postazione curde. Per diversi analisti questa decisione di Ankara era in parte guidata dal voler contrastare le veloci conquiste territoriali ottenute dall’YPG in Siria, spiegava ancora il New York Times. Per la sua partecipazione alla coalizione, la Turchia raggiunge inoltre un accordo con gli Stati Uniti d’America, in cui vengono definiti anche i confini di una safe zone, cioè una fascia protetta libera dai miliziani dell’ISIS ma anchesu richiesta turca, da quelli curdi, lungo un tratto del confine siriano.

Intanto, tre mesi dopo, a ottobre 2015, sempre all’interno della lotta all’ISIS, nasce il Syrian Democratic Forces (SDF), un’alleanza composta da diverse milizie, tra cui anche quelle curde dell’YPG. Come spiega Ruby Mellen sul Washington Post questa nuova alleanza ricevette armi dagli Stati Uniti e sostegno da altri paesi occidentali tra cui Gran Bretagna, Francia e Italia. Le SDF ottennero importanti vittorie contro le principali roccaforti dello Stato Islamico: “La città di Manbij nel 2016; Raqqa, autoproclamata capitale siriana dello Stato islamico, nel 2017; e, nel 2019, la città di Baghouz, una conquista che segnò la fine del dominio territoriale dello Stato Islamico”.
Anche in questo caso la Turchia si era mostrata preoccupata che gli americani stessero fornendo armamenti a un gruppo con all’interno forze dell’YPG, considerate da Ankara costole del PKK…
La risposta è arrivata il 7 ottobre scorso, con l’annuncio del presidente degli Stati d’Uniti d’America, Donald Trump, dell’inizio del disimpegno delle truppe americane al confine tra Turchia e Siria. Una mossa definita dalle forze curde una “pugnalata alla schiena” e un “tradimento” da diversi analisti.

Cosa vuole la Turchia?

[…] Da tempo la Turchia chiede una “zona cuscinetto” che principalmente limiti l’espansione curda e l’allontani dalla sua frontiera.
Lo scorso agosto una delegazione americana in Turchia ha iniziato a lavorare con il governo turco per la creazione di questa zona (un progetto a cui il regime di Damasco si è opposto perché ritenuto contrario alla sua sovranità). Per Ankara la zona di sicurezza dovrebbe avere una larghezza di 30, 40 chilometri e un’estensione di oltre 400 chilometri verso il confine con l’Iraq. Una dimensione territoriale, però, contro cui le unità curde si sono sempre opposte.
A fine settembre Erdoğan – che nel proprio paese è sottoposto a varie pressioni, tra difficoltà dell’economia turca e le recenti sconfitte elettorali del suo partito ad Ankara e Istanbul – all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York ha affermato che una safe zone estesa fino a Raqqa al confine tra Turchia e Siria consentirebbe il reinsediamento di circa 3 milioni di rifugiati presenti in Turchia (nel 2016 è stato raggiunto un accordocriticato da diversi esperti di diritto internazionale, tra Ankara e Unione europea per bloccare il flusso di migranti provenienti dalla Turchia. In cambio, tra le varie cose, sono stati stanziati 6 miliardi di euro per il governo turco per la gestione dei campi profughi sul proprio territorio). Non è chiaro in che modo si potrebbe realizzare un reinsediamento così massiccio, sottolinea l’Associated Press. Per le SDF si tratterebbe inoltre di una violazione di massa dei diritti umani e di un piano di pulizia etnica dei curdi nella Siria del nordest. I negoziati tra Turchia e Stati Uniti non vanno comunque a buon fine.
[…]


Quali sono fino ad ora gli effetti dell’attacco?

Le truppe turche, insieme alle milizie siriane appoggiate da Ankara, sono così entrate in azione il 9 ottobre scorso nei territori della Siria controllati dai curdi. Per contrastare l’avanzata turca i curdi siriani hanno dovuto stipulare un accordo con il regime di Damasco, appoggiato da Mosca, del presidente Bashar al-Assad che, spiega l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), ridefinirà i fronti di guerra e della partita geopolitica in Siria, con l’esercito siriano dispiegato nei territori curdi fino ad oggi controllati dalle SDF e lungo il confine con la Turchia.
Mazloum Abdi, comandante delle forze a guida curda in Siria, ha spiegato che, pur non fidandosi di questa nuova alleanza, “i russi e il regime siriano hanno avanzato proposte che potrebbero salvare la vita” ai numerosi civili nei territori da loro controllati.
Secondo le Nazioni Unite, l’azione militare turca ha causato vittime e oltre 160 mila sfollati tra i civili curdi. Inoltre, l’Organizzazione per il divieto delle armi chimiche (OPCW) ha annunciato un’indagine per capire se la Turchia nei suoi attacchi ha usato armi non convenzionali, dopo l’accusa e la denuncia di alcuni funzionari curdi e la loro richiesta di ispettori internazionali per svolgere esami su alcuni feriti.

Qual è la stata la reazione all’attacco turco?

Con una dichiarazione, il Consiglio dell’Unione europea ha condannato l’atto militare turco, chiesto il cessate il fuoco e il ritiro delle truppe. Diversi paesi europei – tra cui Germania, Francia, Italia, Regno Unito e Paesi Bassi – hanno ufficialmente sospeso il commercio di armi con Ankara e concordato di preparare un elenco di altre possibili sanzioni.
Come risposta la Turchia ha condannato a sua volta la posizione dei paesi europei e ha minacciato di “aprire le porte” e mandare in Europa i 3 milioni di rifugiati siriani presenti in Turchia.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, con una nota il Dipartimento della difesa ha spiegato che non ci sarebbe stato nessun sostegno all’operazione turca. Trump, inoltre, in un tweet, ha dichiarato che se Ankara avesse fatto un’azione considerata da lui “off limit” avrebbe “distrutto e cancellato” l’economia della Turchia. Il presidente statunitense ha poi successivamente emanato una serie di sanzioni […].


C’è il rischio di un ritorno dell’ISIS in Siria?

Secondo diversi analisti, tra i maggiori rischi dell’invasione militare turca nei territori curdi nella Siria del nord c’è la possibilità di una riorganizzazione più rapida del cosiddetto “Stato Islamico”.
Le forze curde e arabe dell’SDF gestiscono e sorvegliano circa 11.000 terroristi dell’ISIS, tra cui 2 mila foreign fighters, nelle prigioni del nord-est siriano. Secondo quanto riferito da fonti locali, almeno 750 persone con sospetti legami con lo Stato islamico sono fuggite da un campo nel nord-est della Siria.
Hassan Hassan, un esperto di ISIS al Centre for Global Policyha dichiarato che il gruppo terroristico potrebbe trarre beneficio dall’incursione turca […].

via The Guardian


Raggiunta una tregua di cinque giorni, ora che succede?

Il 17 ottobre, il vice presidente americano Mike Pence, recatosi nel frattempo ad Ankara, ha annunciato di aver raggiunto con il governo turco un accordo di cessate il fuoco nel nord della Siria.
Il testo – composto da 13 punti – prevede una tregua di cinque giorni per consentire agli Stati Uniti di facilitare il ritiro delle forze YPG da territori siriani controllati dai curdi al confine turco. È stato anche concordato un cessate il fuoco permanente quando sarà completato tutto il ritiro dell’YPG.
L’amministrazione statunitense, inoltre, ha riconosciuto “legittime” le “preoccupazioni di sicurezza della Turchia” sul proprio confine meridionale e si è impegnata a bloccare le sanzioni stabilite nei confronti della Turchia, una volta sospesa definitivamente l’operazione militare di Ankara in Siria. […]
… è iniziata l’evacuazione dei territori da parte dei combattenti curdiAssociated Press racconta che stanno lasciando l’area anche i civili curdi perché senza la protezione di gruppi militari alleati, temono di subire le violenze delle milizie siriane appoggiate dalla Turchia.
Un alto ufficiale delle SDF, Redur Khalil, ha affermato che le forze curde si ritireranno da una zona larga circa 120 chilometri e profonda 30 chilometri tra Ras al-Ayn e la città di Tel Abyad più a ovest. La Turchia ha già specificato che la safe zone dovrà essere più ampia, comprendendo l’intero confine nord-orientale. Per questo motivo, la questione non sembra risolta, perché il territorio richiesto da Ankara è molto più lungo di quello stabilito nell’accordo tra Turchia e Stati Uniti d’America.

Altra questione rimasta in sospeso è come sarà gestito il resto del confine nord-orientale in mano ancora alle forze guidate dai curdi, soprattutto dopo l’alleanza con il regime di Damasco (appoggiato dalla Russia) contro la Turchia. Per oggi è previsto un incontro a Mosca tra Erdogan e il presidente russo Vladimir Putin. Sempre AP riporta che un portavoce turco ha affermato che il presidente Erdoğan dirà a Putin di non voler né forze siriane né curde lungo il confine, perché in quel caso il suo piano di reinsediare oltre 3 milioni di rifugiati non si potrebbe realizzare perché quest’ultimi non vorrebbero andare in territori controllati da questi combattenti.
Nelle prossime settimane sono attesi incontri anche con il primo ministro del Regno Unito Boris Johnson, il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel.


Cosa prevede l’accordo tra Russia e Turchia sulla Siria nord orientale?

I due paesi – si legge nel documento – riconoscono “l’unità politica e l’integrità territoriale della Siria e la protezione della sicurezza nazionale della Turchia” e prolungano di altre 150 ore la sospensione dell’operazione militare turca per permettere alle forze curde dell’YPG di lasciare i territori indicati per una distanza di 30 km dal confine turco siriano. Quelle zone saranno poi controllate da pattuglie congiunte di Russia e Turchia. La Russia ha accettato inoltre che le truppe turche controllino l’area conquistata negli scorsi giorni, che si estende per 120 km tre le città siriane di Ras al-Ain e Tal Abyad. In questo modo la Turchia ha ottenuto quella safe zone che chiedeva da tempo, anche se di dimensioni minori rispetto la richiesta iniziale. […]
La BBC riporta che il presidente siriano Bashar al-Assad si è detto preoccupato per le interferenze straniere in Siria. Il Cremlino – alleato del regime siriano – ha fatto però sapere che Assad “ha espresso il suo pieno sostegno per i risultati” dell’accordo raggiunto. Secondo l’Associated Press e altri analisti, ad oggi Turchia e Russia risulterebbero i veri vincitori perché Erdogan otterrebbe il controllo esclusivo sulle aree del confine siriano conquistate durante l’incursione militare turca, mentre le forze governative russe e siriane controllerebbero il resto della regione di confine.


Il presidente Trump si è detto soddisfatto dell’attuale situazione e ha aggiunto anche che gli Stati Uniti revocheranno tutte le sanzioni contro la Turchia «a meno che non accada qualcosa di cui non siamo contenti».
Pochi giorni prima, il 16 ottobre, alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, democratici e repubblicani avevano però votato insieme una risoluzione non vincolante che condannava le decisioni di Trump e affermava l’opposizione del Congresso al ritiro delle forze armate americane dalla Siria settentrionale. Inoltre, per l’inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria, James Jeffrey, il ritiro delle truppe statunitensi ha creato un problema nella lotta all’ISIS.
Mazloum Abdi, comandante delle SDF a guida curda, ha dichiarato che il presidente americano ha promesso “di mantenere una partnership con le SDF e supportarle a lungo termine in vari ambiti”. Abdi ha parlato anche con il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu che ha assicurato al comandante curdo che la polizia militare russa garantirà la sicurezza dei civili nelle zone di confine tra Siria e Turchia definite nell’accordo tra Mosca e Ankara, riporta AP.

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