Sylvia Plath, ‘l’Infinito in un granello di sabbia’

Sylvia Plath, una delle più importanti poetesse del Novecento, non si dedicò soltanto alla scrittura. Pochi, infatti, conoscono la sua passione per l’arte e i suoi tentativi di diventare un’artista.

In particolare, come mostra un libro pubblicato negli Stati Uniti (Sylvia Plath: Drawings), si dedicò ai disegni, prendendo ispirazione dalla natura o da scene di vita quotidiana, all’apparenza prive di significato.

Creati mentre era a Cambridge, dove incontrò e sposò Ted Hughes, questi disegni incarnano l’attrazione di Plath verso l’arte come forma di terapia.
[…]
In una lettera a Hughes, scritta una domenica mattina nell’ottobre del 1956, la ventiquattrenne Plath illustra i suoi primi passi nell’arte:

«Ieri, immediatamente dopo pranzo, ho preso la mia carta da disegno e sono andata a Grandchester Meadows dove mi sono seduta nell’erba alta in mezzo allo sterco di vacca e ho disegnato due mucche; le mie prime mucche. Se ne stavano placidamente sedute mentre disegnavo la prima, sdraiata, con la testa proprio da mucca, ma il corpo più simile a un divano, molto piatta; poi, all’improvviso, gli è venuta fame e si sono unite alla mandria; penso fossero tori; mi sembrava non avessero mammelle. Così ho bruciato le tappe, mi sono seduta in riva al fiume, e ho fatto un rapido schizzo di una mentre era al pascolo o, sarebbe meglio dire, di più mucche riprodotte in una sola, dal momento che si muovevano continuamente, così i muscoli laterali sono tutti sbagliati, ma molto decorativi. Queste mucche mi hanno trasmesso una sensazione di pace. Ritornerò qui presto; farò un volume di disegni di mucche».

Nella stessa lettera aggiunge:

«Dalla mia passeggiata di ieri, ho portato a casa con me un cardo viola e un po’ di tarassaco, e li ho disegnati entrambi con molti e amorevoli dettagli; ho fatto anche un disegno, abbastanza brutto, di una teiera e di alcune castagne, ma migliorerò con la pratica; disegnare mi dona un senso di pace; più della preghiera, più delle passeggiate, più di qualsiasi altra cosa. Posso chiudere me stessa completamente in una linea, perdermi in essa».

E ancora:

«La mia più profonda ambizione è di fare un fascio di piccoli disegni stilizzati di piante, cassette delle lettere, piccole scene, e inviarli al «New Yorker» che è pieno di queste cose in bianco e nero. Se solo potessi stabilire uno stile, che sarebbe tipo quello di un bambino che semplifica ogni oggetto nel disegno, con motivi decorativi in stile contadino forse potrei diventare una delle poche persone che disegna una rosa qui, un fiocco di neve lì, da attaccare nel mezzo di una storia per interrompere il flusso continuo della stampa; stampano di tutto, dai cestini della spazzatura alle scene tratte dalle strade di città».

In un post scriptum, Plath racconta a Hughes un altro episodio con simili parti di irriverenza ed eccitazione:

«Ieri, ho disegnato un buon ombrello e una bottiglia di chianti, castagne migliori, pessime scarpe e una bottiglia di Beaujolais. Presto andrò fanaticamente a disegnare paesaggi precisi e minuziosi di fili d’erba…
[…] continuo a vedere l’Infinito in un granello di sabbia».

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