T*Danse. Danza e tecnologia in Valle D’Aosta

Nicoletta Cabassi, Self. Courtesy T_Danse

Quarta edizione del festival in una regione lontana dai circuiti performativi e priva, a oggi, di una stagione teatrale dedicata al contemporaneo: alcune tra le realtà più importanti della danza e della performance internazionale. 

da un’intervista di Chiara Pirri ai curatori artistici
Artribune, 20 ottobre 2019

Aosta, 20 – 27 ottobre.

Qui di seguito un sunto dei racconti dei curatori Francesca Fini e Marco Chenevier, con un avvertimento da “ambasciator non porta pena” ma che ritengo necessario e doveroso: il linguaggio usato è tecnico, da addetti ai lavori e può risultare piuttosto fastidioso anche per i non puristi della lingua.

Marco Chenevier:

Intendiamo il termine “tecnologia” in senso lato. Non solo le tecnologie digitali e all’avanguardia, ma anche le tecnologie come “strumenti di innovazione”, quindi in senso filosofico.
[…]
Ecco da una parte questa ricerca in termini filosofici, dall’altra anche in termini estetici; la tecnologia è presente al festival. Preferiamo spettacoli in cui le tecnologie siano fondamentali per la drammaturgia, non sono dei tool utilizzati a scopi estetici, ma l’inizio di un processo o di un ragionamento…
[…]
La scelta dei formati dipende ‒ anche ‒ da un desiderio, a monte, di costruire delle serate con una proposta ibrida e spettacoli della durata contenuta (30-50 minuti), per offrire un’esperienza piacevole anche a un pubblico meno habitué. Quindi Cindy Van Acker, pietra miliare della danza con un lavoro concettuale e con tempi lunghi, è affiancata a Kulu Orr, che con Control freak porta in scena giocoleria e interazione con un software per il controllo del suono.

Cindy Van Acker, Shadowpieces. Courtesy T_Danse

Kulu Orr, Freaky Control. Courtesy T_Danse

D’altra parte bisogna considerare che ad Aosta non c’è ancora una stagione teatrale dedicata al contemporaneo, per questo motivo ci permettiamo, in un’ottica di decentramento culturale, di portare anche spettacoli meno recenti, che però sul territorio regionale non erano mai passati (e neanche a Torino). Il festival è, per ora, l’unico sguardo sul contemporaneo della regione. Questa situazione cambierà perché, notizia freschissima, la città avrà una sua stagione dall’anno prossimo presso la Cittadella dei Giovani d’Aosta, con un programma di residenze per il nuovo circo, la danza e il teatro contemporanei, ma anche di musica e cinematografia. Dunque il festival potrà rivolgersi sempre più a una programmazione audace e di ricerca, con quasi esclusivamente prime assolute e nazionali.

Il primo anno avevamo 30-40 persone in sala, il secondo e il terzo anno sold-out.  Il collegamento al territorio non avviene attraverso la programmazione… Ad esempio, chiediamo ai cittadini di ospitare gli artisti per tutta la durata del festival, in cambio di biglietti per gli spettacoli. Agli artisti chiediamo di partecipare alla vita del festival restando tutta la settimana.
Nessuno credeva, all’inizio, che sarebbe stato possibile; oggi sono sessanta le famiglie che mettono a disposizione una stanza nelle loro case. Al festival di Birmingham, in Inghilterra, ad esempio, funziona così da tempo: in UK questa pratica fa parte del sistema culturale, in Italia bisogna costruire il paradigma, ma con caparbietà si arriva ovunque!

Francesca Fini:

Il festival ha due anime: la danza e la performance…
Le performance di quest’anno sono estremamente tecnologiche, laddove per tecnologia intendo anche quei linguaggi che oggi potrebbero essere considerati vintage: audio, video, suono interattivo.

Melina Peña, Anatomía Metamórfica. Courtesy T_Danse

Paola Zaramella, Elettra, Teatro del mondo. Courtesy T_Danse

[La presenza di] quattro performer donne che utilizzano la tecnologia all’interno di una drammaturgia forte talvolta pone in risalto anche materie “classiche”, appartenenti alla tradizione (come nel lavoro della messicana Melina Peña, in cui elementi dello sciamanesimo del sud del Messico, come il sale, si mescolano a scenari fantascientifici, quasi alla Blade Runner). In modo analogo in Elettra, di Paola Zaramella, la tradizione classica, legata alle culture del Mediterraneo a partire dal mito di Elettra, si inserisce in una pratica di utilizzo di video live e suono interattivo. Queste donne performer scavano le proprie radici per reinterpretarle in modo originale attraverso l’utilizzo delle tecnologie.
Nicoletta Cabassi utilizza la tecnologia per creare interazione tra movimento e suono generativo (in quadrifonia), dando vita a una “coreografia sonora” – nella definizione dell’artista ‒ che si esplicita in una dimensione immersiva. L’opera è creata in collaborazione con il Collective-Octo-Lab, che lavora anche con Bob Wilson.
[…]

E infine una mia installazione performativa e durazionale, The Paper Wall, che evolve nell’arco dell’intera settimana, realizzata con i ragazzi dell’alternanza scuola-lavoro.
.. gli studenti del liceo integrano lo staff del festival in tutti gli aspetti, dalla comunicazione all’installazione fino alle performance. È un programma biennale che permette di seguire una formazione continua, forse un unicum in Italia. Uno di loro quest’anno è entrato nello staff ufficiale del festival e crea documentazione foto e video. Noi speriamo che tra cinque o sei anni qualcuno di loro sarà al posto nostro.

Intervista originale:
https://www.artribune.com/arti-performative/teatro-danza/2019/10/t-danse-festival-valle-aosta/

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