Malevič e i coperchi

Ho sempre provato una strana impressione sentendo o leggendo dei propositi pieni di riprovazione sulla acclarata pigrizia di questo o quel personaggio…

di Kasimir S. Malevič
da L’inattività come verità effettiva dell’uomo

[La Nota introduttiva del traduttore-curatore è alla fine del testo]

La pigrizia è la madre di tutti i vizi” – è così che l’umanità, di qualunque parte del mondo, ha stigmatizzato questa particolare attitudine dell’uomo.
Questa accusa contro l’inazione mi è sempre sembrata ingiusta. Per quale motivo il lavoro è così portato sugli allori, lodato e persino glorificato, e l’indolenza inchiodata al palo? Perché i pigri nel loro insieme sono coperti di obbrobrio, marcati da un sigillo di infamia, mentre qualunque lavoratore è votato alla gloria, agli onori, alle ricompense?
Ho sempre pensato che dovrebbe essere esattamente al contrario: il lavoro dovrebbe essere maledetto, come ci insegnano le leggende sul paradiso, mentre il non fare dovrebbe essere lo scopo essenziale dell’uomo. Ma è il contrario che si è prodotto.
È proprio questa inversione che io vorrei mostrare e chiarire. E, poiché ogni spiegazione passa attraverso la messa in evidenza di sintomi, di stati di fatto, e che ogni analisi o conclusione è fondata su questi sintomi, in questo studio io voglio spiegare il senso che si cela nella parola “indolenza”.
Molto spesso nelle parole si nascondono delle verità occultate.

Mi sembra che l’uomo abbia agito con le verità in una maniera ben strana, come un cuoco che disponga di numerose pentole riempite di cibi diversi. Naturalmente ogni pentola ha il suo coperchio, ma il cuoco, distratto, ha coperto le pentole mescolando i coperchi ed ora è divenuto impossibile capire cosa c’è dentro ogni pentola.
È successo lo stesso con le verità: su molti vocaboli, su molte verità ci sono dei coperchi, e ciò che vi è sotto i coperchi sembra chiaro a ciascuno di noi. È questo – mi pare – che è successo con la pigrizia.
Su un coperchio c’era scritto: “La pigrizia è la madre di tutti i vizi”. Con questo coperchio si è coperta una pentola e, ad oggi, si continua a credere che questa pentola contenga vizio ed infamia.
Caratterizzare l’uomo usando la parola pigrizia è certo pericoloso. Per l’uomo non vi è nulla di più pericoloso al mondo; basta ricordarci che l’inazione è la morte dell’essere, dell’uomo cioè che non risponde al suo destino che attraverso la produzione, attraverso il lavoro

Quindi, è chiaro che questo stato deve essere combattuto come una stato mortale. Per sfuggire alla morte, l’uomo inventa organizzazioni, sistemi di vita dove tutti lavorerebbero e non vi sarebbe un solo inattivo. Ecco perché il socialismo, ed il suo sbocco – il comunismo, fa impallidire tutti i sistemi che sono esistiti prima di lui: l’umanità tutta intera seguirà un solo sentiero laborioso e non vi sarà più un solo inattivo.
Ecco perché la legge più crudele di questo sistema umano stipula: “Chi non lavora non mangia”, ecco perché il comunismo è ossessionato dal capitalismo, perché esso genera degli “indolenti” dato che il denaro conduce a colpo sicuro alla pigrizia…
E così, la maledizione lanciata da Dio sugli uomini attraverso il lavoro riceve nel sistema socialista la più intensa benedizione. Ognuno deve mettersi in fila sotto questa benedizione, sotto pena di morire per fame. Questo è il senso che si nasconde sotto il sistema “operaio”. E cioè, che sotto ogni altro regime mai l’uomo ha percepito la morte della comunità e mai ha visto che la produzione crea del bene non solo per la comunità nel suo insieme, ma per ognuno in particolare. Nel sistema laborioso comune ognuno si trova confrontato alla morte, ognuno non ha che un solo obiettivo: trovare un’ancora di salvezza nel lavoro, nella produzione, sotto pena di morire di fame.

Questo sistema socialista del lavoro progetta nella sua azione, certo inconscia, di mettere al lavoro tutta l’umanità per accrescere la produzione, per garantire la sicurezza, per rinforzare l’umanità e, attraverso la sua capacità di produrre, affermare il suo “essere”.
Certo, questo sistema, che non si preoccupa dell’individuo, ma di tutta l’umanità, è incontestabilmente giusto. Ma anche il sistema capitalista lo è. Esso offre lo stesso diritto al lavoro, la stessa libertà dal lavoro, di accumulazione del denaro nelle banche per garantirsi l’inattività nel futuro e presuppone dunque che il denaro è questo segno, segno che sedurrà perché porterà la felicità del far niente alla quale, in realtà, ciascuno mira. In verità questa è la ragione d’essere della moneta. Il denaro non è altro che un piccolo pezzo di “riposo”. Più se ne avrà, più si conoscerà la felicità dell’indolenza/pausa/stasi.
Gli intellettuali che si preoccupano per il popolo, naturalmente non hanno – consciamente – visto od intravisto questo principio e questo senso. Sono sempre stati solidali nel pensare che “la pigrizia è la madre di tutti i vizi”. Ma, nel loro inconscio, c’era dell’altro: l’ambizione di livellare tutti gli uomini nel lavoro o, detto altrimenti, di livellare tutti nella pigrizia.
Si ottiene in questo modo ciò che il capitalismo non otterrà mai.
Il socialismo ed il capitalismo hanno la stessa preoccupazione: raggiungere la sola verità dell’essere umano, la pace.
È questa la verità che si nasconde nel più profondo dell’inconsapevolezza ma, e chissà perché, non la si riconosce e non esiste alcun sistema che abbia come slogan: “La verità della tua fatica umana è il cammino verso la pace.” Invece, dappertutto, slogans che spingono al lavoro, che fanno considerare il lavoro come inevitabile, impossibile da abolire, mentre, di fatto, è proprio a questo che mirano i sistemi socialisti, ad alleviare dal lavoro le spalle dell’individuo. Più gente ci sarà al lavoro, meno ore di lavoro e più ore in pace ci saranno.


Le pagine riprodotte parzialmente qui sopra sono precedute dalla seguente Nota introduttiva del traduttore e curatore del volume, Maurizio Costantino, per Asterios.

Il primo sostantivo del titolo di questo breve testo è una trappola, in sé. È dell’esistenza di questa trappola che Malevič ci parla. Quella che state per leggere è una traduzione dal francese, a sua volta traduzione dall’inglese e, prima, dal russo, scritto da un ucraino di famiglia polacca (ed in polacco si parlava nella loro casa). Il titolo francese è La Paresse comme verité effective de l’homme, e “paresse”, qualunque sia la traduzione in italiano che si privilegi, è una parola che incarna e ci manifesta una assenza di opera, cioè con un meno.
Malevič, in tutta la sua pittura, ha operato per sottrazioni, cercando di percepire e far percepire un intimo “senso” nel mondo che vede e dipinge. Malevič viene da una cultura polacco/cattolica, cresce giocando con i bambini figli di contadini “che tutto ciò che creano è frutto delle loro mani e del loro piacere”; una visione tolstoiana della natura – e dell’uomo come parte di essa – deve averlo sfiorato…
E poi, come non sottolineare che questo scritto appare nel 1921. La rivoluzione è aperta, è ancora un processo aperto, non solo politicamente, ma intorno alla questione “Che fare, di noi?”. Si sa che si impose il “Che fare” leninista ma intanto – Majakovskij morto, Malevič e migliaia di altri messi a tacere – maturava Pasternak che ci avrebbe fatto giungere l’affresco della nuova istituzione ineluttabilmente nemica di ogni verità che non fosse la sua, e di ogni uomo o donna che non fossero suoi.
Così è inattività la parola che abbiamo scelto per il titolo di questo scritto, proposto da Malevič ai suoi allievi dell’UNOVIS (Affermazione delle nuove forme dell’arte). Ma se la parola pace non fosse così immediatamente letta come opposto di guerra, è pace che avremmo dovuto scegliere. Quella situazione in cui l’animale leone passa la maggior parte del tempo, per poi attivarsi alla caccia o alla riproduzione.
Certo, l’animale uomo, gode del pensiero, e Malevič senza tentennamenti lo definisce una forma di lavoro, in quanto azione destinata a modificare la descrizione del mondo ed il mondo stesso. Pace quindi nel senso delle culture orientali o indie o nativo-americane, o di quante altre dimenticate od occultate: nemmeno la mente è al lavoro.
Il titolo allora suonerebbe: La pace come verità effettiva dell’uomo.
“… il lavoro dovrebbe essere maledetto […], mentre il non fare dovrebbe essere lo scopo essenziale dell’uomo. Ma è il contrario che si è prodotto. È proprio questa inversione che io vorrei mostrare e chiarire.”
Inversione? Da cosa? L’ozio fa sempre vagare la mente – dice Lucano, in un’epoca nella quale l’inversione non si era (ancora) operata.
Infatti, ozio è libertà di vagare, di pensare, di immaginare. Ozio è libertà di essere, è essere. Il suo opposto non è labor (fatica), in cui piuttosto matura un frutto del vagare, ma negotium, il luogo, il tempo, l’azione di scambiare. Ove avviene una attribuzione di valore, attraverso una relazione di potere. Ecco ristabilita la concatenazione occultata: ozio – negozio – ancora ozio (per chi più, per chi meno). Meglio: ozio – lavoro – negozio – ozio.
Ma se l’ozio è stato naturale, divino, punto di partenza e di arrivo, l’orizzonte si allarga e Malevič ci descrive un futuro ai suoi occhi inevitabile e sperabile insieme, e identifica due strade che materialmente noi percorriamo un secolo dopo.
Quella della “decrescita”: dell’inutilità del superfluo che porta a dimenticare il riposo in favore del negozio, la pace in favore della distruzione delle risorse tutte, l’ozio in favore delle schiavitù, la libertà di vagare in favore del pensiero embedded.
Quella del software: “Il sistema socialista svilupperà ancora di più la macchina, è lì tutto il suo senso. Esso consiste infatti nel liberare il più possibile la manodopera dal lavoro, in altre parole, nel fare di tutto il popolo lavoratore o di tutta l’umanità un padrone così inattivo quanto il capitalista che riversa sulle mani del popolo tutto il suo lavoro ed i suoi calli alle mani. L’umanità socialista riverserà i suoi calli ed il suo sudore sui muscoli delle macchine e garantirà alle macchine un lavoro illimitato, che non lascerà loro un attimo di respiro. In futuro, la macchina si libererà e riverserà il suo lavoro su un altro essere, sbarazzandosi del fardello della società socialista, garantendosi essa stessa il diritto all’ozio… Tutto ciò che l’uomo produrrà entrerà nella natura ed entrerà anche, senza il minimo sforzo, nel suo organismo, come accade con il respiro che è la forza principale di ogni organismo in quanto vivente.”
Nel 1922 Malevič scriverà: Dio non è decaduto. L’arte. La chiesa. La fabbrica. Lo ricordiamo, qui per il lettore contemporaneo che, abbandonato il suo disincanto di fronte alla parola Dio, vorrà fare la piccola fatica che Malevič proponeva ai suoi allievi e propone ancora a noi oggi. Quella di impegnarsi a non porre limiti, semplicemente perché considerati ragionevoli, all’uomo nella sua ricerca di pace, fuori e dentro di sé.
Malevic, novant’anni dopo, non può e non deve apparirci come un visionario o un mistico. Né può essere inteso con occhi new age!
È già, piuttosto, un post-illuminista. Integra la ragione nell’essere. La schioda dall’altare a cui genuflettersi, la riconosce come strumento, e, come ogni bravo artigiano, la usa come uno strumento – tra altri.
Ci parla con un Io non diviso, al suo interno e dagli altri. La sua tensione non è rivolta a comunicarci risposte, ed ancora meno risposte “giuste”. Ci alieniamo, trasformiamo noi stessi in macchine, accettando passivamente anche un semplice – non personalmente verificato – senso delle parole.
La sua autobiografia è una testimonianza di sé tra gli altri, di come ogni distanza dalla propria natura sia al contempo una distanza dagli altri, e viceversa. In quanto distanza dalla nostra comune natura. Nella comprensione, nel rispetto di questa comunanza, addirittura nella sottomissione a questa comunanza, libertà e responsabilità non esistono l’una senza l’altra. E la pace si manifesta come verità effettiva dell’uomo.

Maurizio Costantino


da
http://www.asterios.it/sites/default/files/L%27inattivit%C3%A0%20pagine%203-30.pdf

I commenti sono chiusi.

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: