Beethoven: i giudizi di altri musicisti

Andy Warhol

brani tratti da lvbeethoven.it

… una volta Johannes Brahms ha detto: “Beethoven non si è mai attenuto tanto fedelmente alle leggi della forma musicale e con rigore tanto spartano, come nelle ultime sonate e negli ultimi quartetti, le sue composizioni più originali e più ricche di fantasia”.

Hans von Bülow


Beethoven sapeva di non poter appartenere al mondo che come uomo libero. E il mondo doveva prenderlo com’era. Non si poteva avere da lui musicista altro che quello che lui voleva e quando a lui piaceva. Ma a lui piaceva una cosa sola. Incantare con le figurazioni del suo mondo interiore. Il mondo esteriore si spense per lui anche per la sua ingravescente sordità. Così, come un rapito sognatore, vagava con gli occhi sbarrati per le vie popolose della ridente Vienna.
[…] Il musicista sordo somiglia ora a Tiresia che, cieco sul mondo fenomenico, contempla con l’occhio dell’anima il centro da cui muovono tutti i fenomeni. Non disturbato dai frastuoni della vita Beethoven rimane solo, intento alle sue armonie interiori. Allora l’essenza delle cose parla di nuovo a lui nella serena luce della bellezza. Allora egli comprende la foresta, il prato, l’azzurro cielo, la folla lieta, la coppia amorosa, il correre delle nuvole, lo strepito della bufera, la beatitudine di una pace interiore. E allora penetra per tutte le sue opere quella meravigliosa serenità che è una caratteristica della sua musica.

Beethoven riesce ad esprimere un tormento e un desiderio primordiali.

Questa sinfonia [la Settima] è l’apoteosi stessa della danza, è la danza nella sua essenza più sublime.

Si può dire che Beethoven fu e rimase un compositore di sonate poiché, nella maggior parte e nelle migliori delle sue composizioni strumentali, la “forma sonata“, che con Carl Philipp Emmanuel Bach, Haydn e Mozart aveva raggiunto la sua legislazione definitiva, fu il velo attraverso cui egli guardava nel regno dei suoni.

Noi dobbiamo considerare Beethoven come la somma ed il compendio di tutti i musicisti che, movendo dalle convenzionali forme della musica, penetrò fino all’intima essenza della musica, così da poter gettare da questo centro la luce interiore del chiaroveggente verso l’esterno.

[Si dice che quando Beethoven ancora giovanetto incontrò a Vienna Mozart (incontro del quale non sappiamo esattamente come, quando e se sia avvenuto) dopo aver suonato al Maestro una sonata, Ludwig chiese a Mozart un tema su cui improvvisare liberamente. Mozart fu così impressionato dal modo di improvvisare del ragazzo che esclamò: “Ricordatevi di questo. Un giorno farà parlare di sé il mondo”]
Le opere dei predecessori di Beethoven erano prodotte in genere per rallegrare feste, banchetti principeschi e brigate avide di piacere. Invece noi vediamo il giovane Beethoven affrontare subito il mondo con una caparbia baldanza che gli permise, per tutta la vita, di rimanere in uno stato di quasi selvaggia indipendenza.
Il suo superbo coraggio e la straordinaria coscienza che aveva di sé lo spinse in ogni tempo a resistere alle frivole esigenze del mondo in fatto di musica. Egli aveva un tesoro di sterminate ricchezze da difendere contro l’effeminato gusto corrente. […] Così egli assomiglia ad un ossesso invasato che in nome dello spirito tedesco si oppone, liberatore, alla corruzione dilagante dello spirito popolare europeo.
Come noi festeggiamo i nostri Lessing, Goethe, Schiller che ci salvarono da tale corruzione, così noi dobbiamo esaltare il musico Beethoven che per mezzo dello spirito tedesco poté sollevare la musica dall’umiliazione in cui era caduta di arte soltanto piacevole. Con la musica di Beethoven un altro mondo si rivela a noi. La potenza del musicista è un’operazione di magia.
[…]

Haydn fu e rimase un servo di principi, che come musicista doveva rallegrare i suoi signori. La vita di Mozart fu una lotta ininterrotta per la conquista di quella sicurezza che doveva essergli sempre negata.
[…] Beethoven aveva in orrore una vita come quella di Haydn. Ma, a differenza di Mozart, in un mondo dove il bello si rimunera purché lusinghi il piacere ed il sublime deve rimanere senza compenso, Beethoven si trovò nell’impossibilità di rendersi favorevole il mondo attraverso il bello. I suoi istinti erano troppo forti per trovare appagamento in quel mondo superficiale e variopinto. Così si fortificò il suo amore per la solitudine, dato che esso coincideva col suo deciso proposito di restare indipendente. E dato che nulla lo spingeva a ricercarsi agi e gradevolezze, egli fu poco disposto, nonostante dovesse guadagnarsi i mezzi per vivere con la sua musica, a lavori facili e superficiali, a concessioni al gusto corrente…
Quanto più egli si sente sicuro dominatore dei suoi doni interiori, tanto più coscientemente egli afferma le sue esigenze verso il mondo esterno e pretende dai suoi mecenati non che gli paghino i suoi lavori, ma che provvedano in modo che egli, senza più curarsi del mondo, possa lavorare per sé solo. E accadde allora per la prima volta nella storia che persone altolocate [i Principi Kinsky, Lobkowitz e l’Arciduca Rodolfo di Asburgo] garantissero con un vitalizio ad un musicista l’indipendenza richiesta.

Richard Wagner  

© Tribschen Museo Richard Wagner


Moritz Heimann, in una delle sue novelle fa dire ad un poeta tedesco in Italia: “Essi non hanno un Beethoven!”. Ma la frase di Heimann ci dà la chiave del problema: per la prima volta, con Beethoven, l’elemento umano entra come argomento principale nella musica, in luogo del giuoco puramente formale. Immediatamente ci si presenta la domanda se il compito della musica sia quello di essere umana invece di rimanere puro-suono, bella-forma. Il cuore di Beethoven era grande e puro: l’artista Beethoven aveva compito di dare forma al suo pensiero; e la sua proverbiale “lotta” non è altro che il faticoso sforzo di racchiudere in forme musicali emozioni umane. Tutto questo gli è riuscito: mai la musica fu portata così in una regione diversa da quella che aveva abitato fino ad allora.

[…] Vibrare umanamente è la qualità che si pretende dall’arte.

Lo stesso passo decisivo e rivoluzionario che Beethoven ha fatto nelle forme sinfoniche lo ha fatto anche nell’amplificazione delle forme pianistiche. Nella storia del pianoforte non c’è stata una trasformazione più grande di quella intercorsa fra la sonata di Haydn e Mozart e la Sonata “fuer das Hammerklavier” Op.106 in Si bemolle maggiore. 
Beethoven ha creato il moderno pianoforte a coda nella sua tecnica, nello sfruttamento del registro acuto, di quello basso e dei registri più distanziati, nell’impiego del pedale, nel raffinamento e nell’arricchimento della sonorità. Per fare tutto questo egli si servì della sonata, forma d’espressione a lui naturale, come la fuga era stata una delle naturali forme di espressione di Bach. Nonostante tutte le conquiste strumentali per Beethoven l’elemento fondamentale è il contenuto musicale: il pianoforte stesso è solo un mezzo ad atto a trasmettere, attraverso un’esecuzione, questo contenuto.

La protervia, l’astio e il desiderio di riconciliazione facevano parte della natura di Beethoven: in ciò egli era assolutamente sincero.  Questa considerazione ci offre la risposta alla domanda: quale significato ha Beethoven per la nostra generazione? Sincerità è un elemento fondamentale, necessario, per dare vita all’opera d’arte.

Ferruccio Busoni


Beethoven lo venero come un Dio, ma un Dio inaccessibile, che non diventa mai parte di noi.

Wieck Schumann


Beethoven tralascia qui, nella Sinfonia n. 4 Op. 60, completamente ode ed elegia, a favore di uno stile meno elevato anche se forse non meno difficile di quello della Seconda Sinfonia. Il carattere di questa partitura è, in generale, vivace, fresco, sereno, ma non manca di una levità celeste.
[…] L’Adagio è così puro nelle sue forme, l’espressione melodica è così angelica e di una effusione tanto irresistibile, che l’artificio prodigioso che vi si profonde è completamente celato. Già dalle prime battute si è presi da una commozione che alla fine è tanto intensa da esserne sopraffatti; e solo in uno dei giganti della poesia potremmo trovare qualcosa che si possa paragonare a questa eccelsa prova di un gigante della musica, [ad esempio nel] commovente episodio di Francesca da Rimini nella Divina Commedia, all’ultimo verso nel quale Dante cade “come corpo morto cade”.
Lo Scherzo consta quasi interamente di frasi scandite in battute binarie, [ma] la melodia del Trio, affidata ai corni, è di una freschezza incantevole.
Il Finale, chiaro e brioso consiste in un turbinio di note scintillanti, un dialogare continuo a volte interrotto da un accordo ruvido e fremente nel quale si fanno ancora manifesti gli impulsi collerici da noi già notati nel compositore.

Vi è un’opera di Beethoven, conosciuta sotto il nome di Sonata in Do diesis minore (è l’Op. 27, n. 2, “Chiaro di luna”) il cui Adagio è una di quelle poesie che il linguaggio umano non giunge a definire
[…]

Dopo aver ascoltato, nel 1829, il Quartetto in Do diesis minore Op.131, Berlioz scrisse: “Egli è salito così in alto che il respiro comincia a mancare. È musica per lui solo e per coloro che hanno seguito l’inconcepibile ascesa del suo genio”.

Hector Berlioz


… un musicista dell’epoca ricordava che Haydn “non riusciva proprio ad accettare la musica di Beethoven“, e un dizionario musicale italiano riportava questo giudizio di Haydn sul proprio allievo: “le prime opere mi sono piaciute molto, ma confesso di non comprendere quelle successive. Mi sembra che egli stia componendo in modo sempre più fantasioso”.

[G. Bestini, Dizionario storico critico degli scrittori di musica, Palermo 1814].

Solomon


Il vero amante dell’arte accoglie a braccia aperte questo magnifico e brillante lavoro dell’inesauribile Beethoven, lavoro che non solo non è affatto inferiore nel suo stile a quelli precedenti e più rudimentali, ma al contrario supera forse, in varietà, condotta artistica, novità delle idee e nell’uso quanto mai originale di tutti gli strumenti, non pochi dei suoi predecessori; in altre parole è un degno parto spirituale del suo veramente eccezionale creatore. Giudicare simili composizioni classiche rappresenta uno dei momenti più gratificanti nella vita, in genere non particolarmente piacevole, di un critico.

[da un articolo su Allgmeine Musikalische Zeitung, 1818, a proposito dell’Ottava Sinfonia]

Anton Diabelli


Non date Beethoven troppo presto in mano ai giovani.

Beethoven trova talvolta i suoi motivi nella strada per trasformarli in sentenze universali.

Per quanto la si ascolti, la Quinta Sinfonia in Do minore Op. 67, esercita ogni volta su di noi un invisibile potere, come quei fenomeni della natura, che, per quanto siano frequenti, ogni volta ci riempiono di timore e di meraviglia.

Tra le Sinfonie beethoveniane è la meno eseguita: perfino a Lipsia, dove sono tutte conosciute e popolari, si nutre qualche prevenzione nei confronti dell’Ottava. Che invece per profondità ed umorismo non ha forse l’eguale.

Amatelo, anzi amatelo moltissimo, e non dimenticate ch’egli è giunto alla libertà poetica con un cammino durato molti anni, e onorate la sua forza morale che non ha mai avuto posa. La sua ultima sinfonia esprime cose così ardite ed inaudite che nessuna lingua prima ha osato

Robert Schumann


Albrechtsberger, celebre contrappuntista, famoso anche per la sua pedanteria, che fu insegnante di Beethoven, disse di lui:
Non ha imparato nulla e non farà niente di suo”.
E Beethoven di rimando:
“Albrechtsberger, un pedante che eccelleva nell’arte di creare carcasse musicali, arte messa da lui sopra tutto”.

Gaspare Scuderi


A mal disporre Goethe verso Beethoven e a farlo diffidare di lui aveva provveduto Zelter, l’amico e consigliere musicale, che gli aveva presentato una sua immagine del musicista: “Con ammirazione e sgomento – scriveva il 12 novembre del 1809 – si vedono all’orizzonte del Parnaso dei talenti della più grande importanza, quali Beethoven, adoprare la clava d’Ercole per scacciare le mosche. Ci si meraviglia di questo sfoggio di talento per dare risalto a delle bagattelle, poi si alzano le spalle”.

L’ostracismo dato da Goethe a Beethoven trovò il pieno assenso di Zelter che estese la negazione alla sua musica definendola squilibrata, decadente, mostruosa. L’Oratorio Cristo sul Monte degli Ulivi sarebbe a suo dire, un’impudicizia.

Luigi Magnani


A proposito della Settima Sinfonia Carl Maria von Weber dichiarò che l’autore era maturo per il manicomio. Quindici anni più tardi, Castil Blaze definirà ancora il finale dell’opera come “una follia musicale”, e Fétis la considererà “una di quelle creazioni inconcepibili che sono potute uscire solo da un cervello sublime e malato”.

Édouard Herriot


Rossini, ascoltando la Nona a Parigi nel 1841 ebbe a dichiarare: “Non conosco niente di più bello che lo Scherzo di questa Sinfonia”. Ed aggiunse che non sarebbe stato capace di scriverne uno simile. Il resto invece gli parve privo di “charme”, e tale che la musica poteva benissimo farne a meno.
[Elwart, «Histoire de la Societé de Concerts du Conservatoire»]

Richard Wagner fece della Nona Sinfonia, proprio per l’inserzione della voce, il manifesto dell’arte nuova: la dichiarazione esplicita, da parte del sommo sinfonista Beethoven, che dovesse considerarsi conclusa l’era della musica strumentale e che si aprisse ora il ciclo nuovo dell’arte dei suoni, quello del Wort-Ton-Drama, del dramma inteso come indissolubile unità di parola e suono. [È inutile ricordare che questo è quanto poi è accaduto nelle creature teatrali Wagneriane].
Wagner naturalmente tirava l’acqua al suo mulino, trascurando, o forse ignorando che, dopo la Nona, Beethoven ebbe in animo di comporre una decima Sinfonia nella quale non era previsto l’uso di voci. Ma bisogna riconoscere che il Finale della Nona sembra proprio congegnato in modo da giustificare le interessate illazioni di Wagner che propugnava la dissoluzione delle vecchie forme melodrammatiche in un “dramma” fondato sul discorso musicale continuo con l’intento di compenetrare la musica con l’espressione verbale.

A Vienna nel mese di settembre 1819, si sparse la notizia che Beethoven alle 4 si sarebbe recato nel negozio dell’editore Steiner. Il locale era piccolo e poteva contenere una decina di persone. Ma l’editore aveva distribuito parecchi inviti così che all’ora convenuta una piccola folla si  accalcò davanti al negozio. Ma Beethoven non si fece vedere.
[da una lettera di Zelter a Goethe, 14 settembre 1819.] 

Massimo Mila


Prometeo in lotta contro il destino, in nome di una scelta morale dell’uomo, è simbolo di ideali molto sentiti da Beethoven. Le Creature di Prometeo sono una partitura ancora poco nota rispetto al resto dell’opera beethoveniana. Beethoven colse in questo lavoro (del 1800-1801) ciò che più colpiva la sua fantasia per affinare idee timbriche, armoniche, tematiche. Ad esempio, utilizza l’arpa e il corno di bassetto, che non compariranno più nelle sue partiture (tranne rarissime eccezioni…).
Si riconoscono anche molte melodie che confluiranno di lì a poco in altri lavori, soprattutto nelle ouvertures “Coriolano”, “Egmont” e nelle tre Leonore. Ho scoperto nuove ricchezze nel suo universo eroico di quegli anni.
[…]

Claudio Abbado 


L’opera di Beethoven rappresenta una forza spirituale che la Germania, senza di lui, non possiederebbe. Nessuno ha portato ad espressione con tanta efficacia la potenza e la grandezza del sentire tedesco.

Per comprendere Beethoven non serve cercare di avvicinarsi alle sue opere, chiare e determinate nel proprio linguaggio, ossia nella musica, partendo da presupposti che con la musica non hanno nulla a che fare, pretendere cioè di trovare “una chiave poetica”. Solo attenendosi alla verità musicale, solo considerando il musicista si potrà scandagliare l’anima di questo grande uomo, non certo partendo da presupposti letterari e psicologici.

Wilhelm Furtwängler (Photo ullstein bild / Getty)


Cosa penso di Beethoven? Mi inchino davanti alla grandezza di alcune sue opere, ma non amo Beethoven. Il mio atteggiamento verso di lui mi ricorda ciò che provavo durante l’infanzia nei confronti del Dio Sabaoth, un sentimento di stupore misto a paura senza amore. Cristo al contrario suscita proprio ed esclusivamente un sentimento d’amore. E se Beethoven occupa nel mio cuore un posto analogo al Dio Sabaoth, amo Mozart come il Cristo della musica. È mia profonda convinzione che Mozart sia la vetta più alta che la bellezza ha raggiunto nella sfera della musica. Nessuno come lui mi aveva fatto piangere, fremere per l’entusiasmo nella consapevolezza di quella cosa che chiamiamo ideale. Anche Beethoven mi ha fatto fremere. Ma più che altro per una specie di paura e di angoscia tormentosa. Di Beethoven amo il periodo centrale, a volte il primo (cioè le opere della prima e seconda maniera), ma detesto, a dire il vero, l’ultimo, in particolare gli ultimi quartetti. Vi si trova qualche barlume. Ma niente di più. Il resto è un caos.

Pëtr Il’ič Čajkovskij, 8 settembre 1886.


J. B. Cramer, che aveva appena portato a Londra, ancora freschi di stampa i tre Trii Op. 1, scriveva  tutto commosso, dopo una prima lettura: “Amici miei, ecco l’uomo che ci può consolare della perdita di Mozart”.

Victor Wilder


Tu dici Fanny (la sorella di Felix Mendelssohn-Bartholdy) che io dovrei diventare un missionario e convertire Onslow e Reicha all’amore per Beethoven e Sebastian Bach. Ma ricordati, mia cara bambina, che questa gente non conosce una nota del Fidelio e ritiene Bach niente altro che un simulacro pieno di erudizione. Ho suonato ad Onslow l’ouverture di Fidelio su un pessimo piano; egli venne del tutto disturbato sul piano emotivo, si grattava il capo, aggiungeva l’orchestrazione nella sua testa, e alla fine cantò con me; in breve è quasi diventato pazzo dalla gioia.
[Lettera alla famiglia, Parigi, 20 aprile 1825]

Felix Mendelssohn Bartholdy


Dodici o quindici anni or sono, non ricordo se fu a Milano o altrove, mi nominavano presidente di una Società del Quartetto. Rifiutai e dissi: Ma perché non istituire una Società di Quartetto vocale? Questa è vita italiana. L’altra arte tedesca. Era forse anche allora bestemmia come adesso, ma un’istituzione del Quartetto vocale che avesse fatto sentire Palestrina, i migliori suoi contemporanei, Marcello etc. etc. avrebbe tenuto vivo in noi l’amore del canto, la cui espressione è l’opera. Ora, tutti tendono a istromentare, ad armonizzare. L’alpha e l’omega: la Nona Sinfonia di Beethoven (sublime nei suoi primi tre tempi, pessima come fattura nell’ultima parte). Non arriveranno mai all’altezza della prima parte; imiteranno facilmente la pessima disposizione del canto dell’ultima parte e, con l’autorità di Beethoven si griderà: così si deve fare.
[da una lettera dell’aprile 1878]

[Verdi giudicava pessima la disposizione del canto nell’ultima parte della Nona Sinfonia, mentre trovava sublimi i primi tre tempi. E un’altra volta scrisse]: “Non mi sorprenderei affatto se qualcuno venisse a dirmi che la Nona Sinfonia è scritta male in alcuni punti, e che, fra le nove sinfonie, preferisce alcuni tempi che non sono della Nona”.

Giuseppe Verdi


Mi sembra che voi troviate che nel mio quartetto e Caprice io sia un imitatore di Beethoven, e sebbene questo potrebbe sembrare a qualcuno un complimento, a me non piace affatto. Prima di tutto detesto ogni cosa che ha il carattere di un’imitazione, e secondariamente le mie idee differiscono così radicalmente da quelle di Beethoven che io non credo potrei trovare un terreno comune con lui. L’ardente, quasi incredibile inventiva di cui egli è in possesso si associa ad una tale confusione nell’organizzazione delle sue idee, che solo le sue prime composizioni mi piacciono, mentre le successive mi sembrano solo un caos totale, un’incomprensibile lotta per la novità, da cui ogni tanto traspare un lampo di genio, che dimostra come potrebbe essere grande se volesse soltanto tenere a freno la sua esuberante fantasia.
[da una lettera di C. M. von Weber all’editore Hans Georg Nägeli, Mannheim, 21 maggio 1810, contenente la critica dell’Eroica e della Quarta Sinfonia in Si bemolle maggiore]

Ancora peggiore fu il giudizio di Weber sulla Settima sinfonia: egli dichiarò che il compositore era pronto per il manicomio. Nonostante tutto questo nell’ottobre 1823 Beethoven ricevette cordialmente Weber.
[E i due si stimarono reciprocamente. Beethoven lodò il Freischütz e Weber, nel 1822, portò al successo il Fidelio.]

Carl Maria von Weber


Una critica a carattere satirico, scritta da C. M. von Weber, apparve sul Morgenblatt n. 309, del 27 dicembre 1810, a proposito della Quarta Sinfonia in Si bemolle maggiore.

In questo scritto gli strumenti musicali parlano fra di loro in una sala da concerto e con loro interloquisce il proprietario della sala:

Un contrabbasso:
Il diavolo si porti chi ci costringe ad ascoltare composizioni come quelle ogni giorno! Arrivo dalla prova di una nuova sinfonia di uno dei nostri più nuovi compositori [l’Eroica], e sebbene come voi sapete io abbia una costituzione robusta, io non potei sopportarla più a lungo poiché in pochi minuti le mie corde si sarebbero rotte. Piuttosto di essere costretto a saltare intorno come una rocciosa capra selvaggia, piuttosto che essere trasformato in un violino per eseguire le non-idee del degno compositore, diventerò un violino di un’orchestrina da ballo. Un secondo violoncello: La sinfonia che abbiamo appena suonato è un mostro musicale, non adatto alla natura di qualsivoglia strumento, né all’esecuzione di un’idea, né ad altri scopi se non quello della novità e del desiderio di sembrare originali.

Il proprietario della sala:
In quest’epoca illuminata, quando tutte le tradizioni sono messe da parte voi credete che un compositore rinneghi la sua divina ispirazione per compiacere i vostri simili? Non è più questione di chiarezza, precisione ed emozione, come ai vecchi tempi di Gluck, Haydn e Mozart. No, ascoltate la ricetta della nuova sinfonia che ho appena ricevuto da Vienna [Introduzione e primo movimento della Sinfonia n. 4 in Si bemolle maggiore]. All’inizio vi è una sezione lenta, piena di brevi idee disgiunte, nessuna delle quali ha qualcosa a che fare con le altre. Ogni quarto d’ora noi sentiamo tre o quattro note. È eccitante! Poi vi è un soffocato rullo di timpani e una misteriosa frase della viola, il tutto adornato con il giusto numero di pause e di battute vuote. Finalmente, quando l’uditorio ha perso ogni speranza di sopravvivere alla tensione e di giungere all’Allegro, tutto esplode in un tempo a rotta di collo, ma con la cura che non emerga alcun tema principale.

Anton Schindler


da https://www.lvbeethoven.it

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