José Ortega y Gasset: la vita come relazione tra un io e una circostanza

La condizione dell’uomo è, in verità, stupefacente. Non gli viene data né gli è imposta la forma della sua vita come viene imposta all’astro e all’albero la forma del loro essere. L’uomo deve scegliersi in ogni istante la sua. È, per forza, libero.

da Il tema del nostro tempo

da filosofico.net

È difficile dare una precisa collocazione alla filosofia di Josè Ortega y Gasset (1883-1955), poiché essa pare per sua natura sfuggire ad ogni definizione, ad ogni ingabbiamento.
Nel percorso filosofico del pensatore spagnolo occupano un posto privilegiato le riflessioni di Husserl, di Dilthey, di Heidegger e, solo in un primo momento, dei neokantiani.
Rispetto alla filosofia dell’altro grande protagonista del panorama filosofico spagnolo del ‘900, Unamuno, il pensiero di Ortega y Gasset si colloca in posizione pressoché antitetica: se Unamuno insisteva costantemente sul piano mistico del riscatto dal mondo e dell’immortalità, Ortega y Gasset, invece, pone laicamente l’accento sulla destinazione assolutamente terrestre dell’uomo, sul primato indiscusso del bisogno di felicità e di sicurezza da soddisfare nella dimensione storica e mondana.

La vita è, secondo Ortega, una relazione tra un io e una circostanza, poiché “ciò che veramente c’è ed è dato è la mia coesistenza con le cose, insomma questo fatto assoluto: un io nella sua circostanza”.
Nelle Meditazioni sul Don Chischotte (1914) aveva scritto: “io sono io e la mia circostanza, e se non salvo questa non mi salvo nemmeno io”. La vita circostanziale a cui allude Ortega è l’accadimento originario per via del quale l’uomo, catapultato fuori di sé, lontano dalla sua intimità, si trova ad esistere fuori di sé, in quell’oggettività delimitata spazialmente e temporalmente che è, per l’appunto, la circostanza.
È un rapporto problematico: l’uomo vive le cose circostanziali come a lui straniere, quasi ostili, e deve piegarle ai bisogni del suo vivere. In questa prospettiva, “salvare la circostanza” per salvare noi stessi significa darle un senso, e ciò è il compito della cultura e di quello che ad essa sta a fondamento: la ragione, ma non quella fredda ed astratta del razionalismo, che pretende di dar leggi alla vita; bensì quella che è al servizio della vita, quella cioè che crea teorie che la chiariscano a se stessa e le diano sicurezza.
Questa tipologia di ragione viene da Ortega definita – per distinguerla da quella del razionalismo di matrice cartesiana – “ragione vitale“, con un evidente riferimento alla sua internità rispetto alla vita stessa, di cui è strumento. La verità a cui conduce questa ragione non è quella della scienza, ma è quella della vita: a questa tematica, il filosofo spagnolo dedica due saggi, Sensazione, costruzione e intuizione (1913) e Verità e prospettiva (1916).

Con lo sguardo rivolto a Leibniz, Ortega si schiera contro ogni teoria che propugni “l’erronea credenza che il punto di vista dell’individuo sia falso”, giacché, viceversa, esso è “l’unico da cui il mondo possa essere guardato nella sua verità”. Ne consegue che, se la realtà “si offre in prospettive individuali”, allora si può dire che ciascuno di noi è assolutamente necessario, insostituibile; non solo ogni singolo, ma addirittura ogni gruppo, ogni specie, poiché ciascuno “è un organo di percezione distinto da tutti gli altri e come un tentacolo che raggiunge frammenti di percezione dell’universo inattingibili da tutti gli altri”.
Soprattutto durante gli anni Venti e Trenta, il filosofo spagnolo elabora – sulla base della circostanzialità della vita – un’antropologia volta ad evitare riduzionismi (sia naturalistici, sia spiritualistici): l’uomo è un animale fantastico, del tutto diverso da ogni altro, poiché è il solo a non potersi mai definitivamente adattare al mondo circostante; in virtù del suo potere immaginativo, l’uomo duplica la realtà, creando un mondo interno e suo. Certo, l’uomo è anche un animale “tecnologico”, che si serve delle innovazioni tecnologiche per piegare la circostanza, aggredendo il mondo, ma si tratta di vittorie fragili e di breve durata, che in definitiva vedono l’uomo sempre come perdente.

Ortega y Gasset, ritenuto da Albert Camus il più grande scrittore europeo, dopo Nietzsche, si affermò come il più brillante saggista della sua generazione con la pubblicazione, nel 1914 poco più che trentenne, delle Meditaciones del Quijote (una raccolta di “vari saggi pubblicati da un professore di Filosofia in “partibus infidelium”); nello stesso anno è accolto nella Real Académia de Cencias Morales y Políticas. L’anno successivo fonda con Azorín e E. D’Ors la rivista España (Semenario de Vida Nacional).
Per l’autore, i saggi contenuti nelle Meditaciones sono – come la cattedra, il giornalismo o la politica – modi diversi di esercitare una stessa attività, di esprimere uno stesso sentimento… “Il sentimento che mi muove è il più vivo che trovo nel mio cuore; … si tratta, o lettore, di saggi di amore intellettuale”.
Il libro comprende un prologo al Lettore, una “Meditazione preliminare”, e una Meditazione prima: il leit motiv è il Don Chisciotte di Cervantes, che è l’opera d’arte e di cultura più alta che la Spagna abbia prodotto.
Ma lungo la traiettoria che parte da Cervantes, Ortega giunge a Stendhal, Dostojewskij, Proust, Joyce, passando anche per Shakespeare, Goethe, Schelling, Heine, Dickens, Flaubert, ma l’Iliade e l’Odissea di Omero; e poi, Platone, Galileo, Descartes, Leibniz, Kant, Nietzsche, e così via.

Pablo Picasso, Don Quichotte


Così Ortega continua: “insieme ad argomenti rilevanti, in queste Meditazioni si parla frequentemente di minuzie; si prendono in considerazione dettagli del paesaggio spagnolo, del modo di conversare dei contadini, delle danze e dei canti popolari, dei colori e degli stili nel vestire e negli arredi, delle peculiarità della lingua, e, in generale, delle piccole manifestazioni in cui si rivela l’interiorità di una razza”.
E avverte: “Facendo molta attenzione a non confondere ciò che è grande e ciò che è piccolo, affermando sempre la necessità della gerarchia… considero urgente concentrare anche la nostra attenzione riflessiva, la nostra meditazione, su ciò che si trova nei pressi della nostra persona”. L’uomo dà il massimo delle sue capacità quando acquisisce la piena coscienza delle sue ‘circostanze’; attraverso di esse comunica con l’universo. La Circostanza! Circum – stantia! Le cose mute che ci circondano!
Vicine, vicinissime a noi, mostrano le loro tacite fisionomie con un gesto di umiltà e di desiderio, come bisognose di farci accettare la loro, offerta… Tutti, in varia misura, siamo eroi e tutti suscitiamo umili amori. Pertanto la speculazione filosofico-culturale di Ortega, che parte dal Don Chisciotte di Cervantes (“un Cristo gotico, macerato da angosce moderne, un cristo ridicolo del nostro quartiere, creato da un’immaginazione dolente”), si sostanzia di un’angoscia tutta moderna, lacerante, a volte però anche “ludica”, “sportiva” (com’è la vita).

Il Chisciotte è l’uomo moderno; un “novello Ulisse” alla ricerca di sempre nuovi approdi; ma, a volte, anche un tragico Don Chisciotte; non diversamente dall’“uomo folle” della pagina nietzschiana, “è venuto troppo presto”: “troppo presto per le generazioni che ci hanno preceduto”.
Con le Meditaciones del Quijote, Ortega aveva abbandonato il continente idealista, considerando l’uomo non un essere ontologicamente indipendente, bensì un essere legato alla sua circostanza e alla sua “Umwelt”; in tal senso Ortega fu uno degli anticipatori dell’esistenzialismo europeo (e di M. Heidegger di “Essere e Tempo”, in particolar modo).
La filosofia “è una scienza senza supposizioni”: Ortega intende un sistema di verità che si è costruito senza ammettere come “suo fondamento nessuna verità”; non è sufficiente il non errare: è molto meglio l’accertarsi (il controllo critico). Bisogna eliminare dalla conoscenza la democrazia del sapere, secondo la quale esisterebbe solo ciò che tutti possono conoscere”.


Il leit-motiv di Cos’è filosofia è: la filosofia è conoscenza di tutto quanto esiste; queste parole suonano, per Ortega, con tutta la loro carica di “elettricità intellettuale”, con “tutta la loro ampiezza e tutta la loro drammaticità”. La prima delle esigenze che si impone al tipo di verità filosofica è quella di non accettare come vero nulla che noi stessi non abbiamo già provato e verificato. E pertanto sospendiamo le nostre credenze più abituali e plausibili, quelle che costituiscono il supporto o il retroterra nativo su cui noi viviamo.
La doxa è l’opinione spontanea e abituale; ma in quanto tale essa è l’opinione “naturale”. La filosofia si vede obbligata a superarla, ad andare al di là di essa o, sempre nei suoi limiti, a cercare sotto di essa un’altra opinione, un’altra doxa, più ferma di quella spontanea: insomma “la filosofia è para-doxa”.
Filosofare è non vivere”: una dimostrazione grandiosa della causa per cui la filosofia è costitutivamente “un paradosso”; “filosofare non è vivere; è disfarsi coscientemente delle credenze vitali”.
In questo “mare di dubbi” (antinomie, aporie, incertezze, prospettive), in tutto l’irrompere di momenti così contrastanti “l’uomo non deve fermarsi in una sola cosa perché allora diviene matto: bisogna avere mille cose, una confusione nella testa”, ci avverte Ortega (Nietzsche diceva “ci vuole un caos dentro di sé per generare una stella danzante”): il dogmatismo e il bigottismo che Ortega combatte per tutta la vita sono quelli di una ragione che procede noncurante della realtà circostanziale, nella superba costruzione di “ventosi edifici” di concetti e di scienza.
[…]

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