A cosa servono veramente i musei?

I musei sembrano promettere stabilità – la conservazione del patrimonio culturale nel lungo termine – ma…

di Nicholas Thomas
Apollo, The International Art Magazine
23 settembre 2019

Immagine: Horniman Museum, London, c. 1938.
Fox Photos/Getty Images

… chi oggi lavora in questo settore è consapevole delle continue polemiche che tendono a creare una crisi di legittimità, sebbene i musei godano incontestabilmente di un successo molto maggiore rispetto al passato.
Tuttavia, nel corso della loro lunga storia, gli obiettivi e l’identità di queste istituzioni sono stati spesso messi in discussione.
Alla presentazione dell’International Council of Museums (ICOM) di Kyoto, che si è tenuta a settembre, la definizione stessa di museo è stata oggetto di intenso dibattito.

Secondo l’attuale definizione, formulata nel 2007, un museo è “un’istituzione non-profit permanente, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che acquisisce, conserva, ricerca, comunica ed espone il patrimonio culturale, tangibile e intangibile, dell’umanità e costituisce un ambiente educativo, di studio e ricreativo.”
Sono state avanzate proposte alternative. Per esempio: “uno spazio democratico, inclusivo e polifonico per un dialogo critico […] che garantisca pari opportunità di diritti e di accesso al patrimonio culturale per tutti […] allo scopo di contribuire alla dignità umana e alla giustizia sociale, all’uguaglianza globale e al benessere del pianeta.”
La reazione negativa nei confronti del tono “ideologico” della nuova definizione ha posticipato la decisione finale.

Dalle discussioni che abitualmente avvengono sullo scopo dei musei emerge il tema della revisione e la rinegoziazione dei bilanci.
Negli uffici dei direttori dei musei, dei consulenti municipali, dei funzionari governativi e altre parti interessate, si discute sull’importanza dell’arte, della la storia e della scienza museale, che dovrebbero ricevere il necessario sostegno.
La necessità di adeguati finanziamenti si è sempre basata sul fatto che i musei sono portatori di benefici educativi e sociali crescenti.

È noto che il Guggenheim Museum Bilbao, inaugurato nel 1997, ha evidenziato che una nuova istituzione culturale progettata da un famoso architetto potrebbe essere di per sé trasformativa, un’attrazione per i turisti, un motore di rigenerazione urbana e di crescita economica regionale.
Lo stesso concetto ha ispirato progetti in centinaia di città del mondo, malgrado la crescente preoccupazione sulle folle di turisti, su problemi di ricettività senza regole e sulla propensione al rinnovamento urbano che crea nuove disuguaglianze.
Per gli enti finanziatori, la ‘creazione di spazi’ è diventata centrale per gli investimenti culturali. Le città e le regioni che hanno più sofferto per questi problemi dovrebbero diventare luoghi migliori sia per i residenti, sia per i visitatori: i musei hanno dovuto quindi diversificare il pubblico non solo per aumentarlo, ma per rivolgersi anche alle comunità “meno raggiungibili” e renderle più attrattive.
La sfida ha avuto una vasta gamma di implicazioni per quanto riguarda il lavoro dei curatori e i progetti da realizzare: i musei hanno avuto bisogno di essere considerati invitanti, inclusivi e importanti.

Guggenheim Museum Bilbao.
Canadian American architect Frank Gehry.


Mentre la maggior parte dei professionisti che lavorano nel settore sperano che le loro istituzioni si sviluppino in questi termini, il programma è stato a volte espresso in modo riduttivo. Nel 2013, la Museums Association del Regno Unito ha pubblicato una dichiarazione importante, ‘Museums Change Lives’, che enfatizzava l’impatto sociale dei musei.
Da un lato, è stata riconosciuta l’importanza crescente del volontariato e di altre forme di partecipazione pubblica per lo sviluppo delle competenze nelle comunità, e dell’efficacia che i musei sembrano avere nel supporto di gruppi come gli accompagnatori e le persone affette da malattie mentali. Chi non è consapevole della differenza che questi progetti possono fare può restare indifferente rispetto alle potenzialità dei musei nel sostegno delle persone che vivono in condizioni di difficoltà. Ma il tema del beneficio sociale è stato trattato anche strumentalmente: il museo è diventato un modo per raggiungere obiettivi che non lo riguardano direttamente.
Per dirla brutalmente, ci si aspetta che risolva i problemi del mondo.

Nel contesto della recente e attuale polarizzazione politica, le disuguaglianze e la rappresentanza sono oggetto di nuove e dettagliate indagini. Accanto alle università, ogni tipo di istituzione culturale si trova ad affrontare il problema della composizione delle collezioni, delle storie raccontate nelle mostre, e della diversità o mancanza di diversità riguardanti lo staff dei musei, aspetti continuamente criticati.
Alcune istituzioni hanno reagito mettendosi sulla difensiva, ma è da notare che è solo stata sfondata una porta già aperta: per costruire qualcosa su una tradizione più duratura dal punto di vista dell’inclusione e della storia sociale, i musei hanno cercato di diversificare le politiche di adesione e di dar voce ad artisti di minoranza e a storie sconosciute o marginalizzate.
La novità è forse la maggiore visibilità acquisita dalle riviste d’arte e dai media mainstream.

Mentre i musei etnografici sono stati a lungo i cugini poveri delle istituzioni più prestigiose, in realtà sono stati i primi ad aderire a pratiche di inclusione e collaborazione, riconoscendo la responsabilità di impegnarsi nel coinvolgimento dei discendenti degli autori delle opere che apparivano nelle collezioni. Il lavoro di consultazione e il concetto di museo come spazio di impegno e incontro interculturale è diventato fondamentale, perciò è stato successivamente condiviso da tutto il settore museale, comprese le istituzioni artistiche di storia e scienza e le istituzioni artistiche. Ormai è diffuso l’idea che il museo debba essere un luogo di incontro, un contesto di diversità e di dialogo.
Nei musei etnografici, ridefiniti come istituzioni d’arte e cultura mondiale, si è avuta una costante evoluzione da progetti specifici verso più ampie e profonde forme di co-produzione, focalizzate non solo sugli allestimenti ma sugli obiettivi centrali dell’ampia gamma di attività museali: dalle acquisizioni, alla conservazione, alla gestione delle collezioni per estenderne la visibilità anche attraverso i social media.

Non c’è da stupirsi che sia sempre più sentita l’urgenza di ridefinire il museo, né che il progetto si dimostri controverso. Ciò che ora è in primo piano è la democratizzazione, il dialogo critico, la giustizia sociale e il benessere del pianeta. L’obiettivo è quello di far sì che i musei “garantiscano pari diritti e pari accessi per tutti al patrimonio artistico”, sebbene diritti e accessi dipendano dalla costituzione delle società, alcune delle quali sono intensamente inique, autoritarie o dichiaratamente discriminatorie.
La definizione ha espresso valori e aspirazioni; era una dichiarazione non su cosa sono i musei, ma di come alcuni vorrebbero che fossero.

La spinta a rendere i musei più aperti, diversi e responsabili può rafforzare le istituzioni stesse, ma è necessario che la comprensione del beneficio sociale e l’impegno rispondano a ciò che i musei sono realmente. Al centro delle loro attività ci sono le collezioni, vaste e diversificate, da quelle sull’ambiente naturale, a quelle sulla storia umana, al mondo dell’arte e alla creatività contemporanea. Sono spesso sorprendentemente ricchi, eclettici, complessi nella loro formazione e nella loro storia, solitamente non “rappresentativi” nel senso stretto del termine, spesso scarsamente compresi, eppure rivelatori e fonte di ispirazione in molti sensi.
Definizione dei musei che non contemplino la centralità delle collezioni rischiano di creare confusione sulla particolare costituzione e la straordinaria importanza, seppur peculiare, dei musei come istituzioni.
Sappiamo riconoscere un museo quando ne vediamo uno. Se lo identifichiamo con la grande istituzione metropolitana, i frequentatori dei musei sono ben consapevoli dell’eterogeneità di antiche e nuove collezioni, delle molti piccole istituzioni, alcune gestite su base volontaria, in piccoli centri fuori mano, così come nelle capitali.
E diamo anche per scontata la diversità dei musei, aspettandoci qualcosa di diverso da collezioni di arte, scienza e storia, qualcosa che superi i confini dei generi proposti.
Sarebbe strano se un museo locale di storia non fosse manifestamente modellato sugli abitanti del luogo. Se tutti i musei sono idealmente spazi di partecipazione, questo vale in modo particolare per le istituzioni locali: una comunità desidera essere coinvolta nella rappresentazione della sua storia, che è ben diversa rispetto al Louvre o alla Tate.

Per circa 15 anni, ho avuto il privilegio e la responsabilità di dirigere un museo universitario: il Museum of Archaeology and Anthropology di Cambridge, un museo etnografico (sebbene disponga di importanti reperti archeologici), che è stato oggetto delle stesse discussioni che hanno riguardato analoghe istituzioni di tutto il mondo. In un modo o nell’altro, chi lavora al MAA deve riflettere continuamente su cosa sia un museo, a cosa serve, e cosa fa. Ma siamo consapevoli che le collezioni sono straordinariamente significative: riflettono, in primo luogo, la storia umana attraverso il mondo abitato, le culture del mondo nei secoli recenti e le “storie difficili” dell’espansione coloniale, dei conflitti e della scienza. In secondo luogo, riflettono sforzi importanti per documentare la cultura e il patrimonio culturale. I valori e le potenzialità delle collezioni di oggi sono molto diversi da quelli che erano in origine.

Courtesy: Museum of Archaeology and Anthropology, Cambridge.


Come ogni altro professionista, potrei offrire una definizione di “museo”, ma il Museum of Archaeology and Anthropology è troppo fluido per poter essere definito: a volte abbiamo dato priorità all’obiettivo di diventare un vero museo pubblico per Cambridge e tutta la regione; altre volte – come istituzione di un’università di ricerca – abbiamo cercato di sostenere lo sviluppo della conoscenza e rafforzare le nostre collaborazioni con accademici e studenti, a livello nazionale e internazionale.
Ciò che ci ha sempre distinto, con grande soddisfazione, è stato il nostro impegno con i membri della comunità, gli anziani, i ricercatori, i curatori, gli artisti e altri provenienti dalla straordinaria gamma di luoghi rappresentati dalle collezioni storiche, che certamente includono i “bottini” coloniali, ma nelle quali ci sono vaste e riccamente documentate collezioni raccolte da ricercatori (in generale, si tratta di materiali acquisiti non “legittimamente”, ma spesso con il sostegno attivo di enti locali che, per qualche ragione, hanno deciso di investire nell’idea di rappresentare la loro cultura in una università britannica).
Mentre una volta le visite di gruppi del luogo erano eventi rari, ora non è più così e ci sono settimane in cui ospitiamo singoli ricercatori e gruppi provenienti da paesi dell’Asia, del Pacifico e dell’Africa uno dopo l’altro.

Siamo abituati a vedere un museo come una costruzione, un’area particolare, un’istituzione e una collezione. I musei sono certo degli spazi di tipo particolare, ma il tipo di visite internazionali, prestiti, e progetti di ricerca suggeriscono che, fondamentalmente, i musei sono delle reti, fatte di relazioni così come di luoghi fisici e oggetti. Siamo ben consapevoli che le relazioni che hanno consentito la realizzazione dei musei sono state in alcuni casi tese e difficili: la storia del mondo ha visto molti fatti di violenza e appropriazione ed è inevitabile che anche questo venga rappresentato nelle collezioni storiche.
Ma ora abbiamo l’opportunità di costruire relazioni più proficue attraverso le risorse straordinarie che, come risultato del processo storico, sono custodite nei musei. La vera sfida non sta nella definizione, ma nell’azione.

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