Stare tra le lingue

di Federica Arnoldi
Doppiozero, 9 ottobre 2014

Alcuni brani tratti dal resoconto della XII edizione delle Giornate della traduzione letteraria e da un colloquio col traduttore Norman Gobetti.

Calarsi nella poetica di un autore significa anche imparare a riconoscere i tratti che caratterizzano le diverse varietà d’uso della lingua che si combinano e si annodano all’interno del sistema dei personaggi. Il traduttore, con il suo lavoro d’intarsio, ne è il primo interprete: a lui spetta il compito di scomporre e ricomporre nella lingua d’arrivo i suoni, ma anche le reticenze, quando non i silenzi, di ogni personaggio, attraverso l’ascolto e una presa di possesso per trasmutazione.


Stare tra le lingue significa collocarsi tra la conflittualità e la negoziazione, tra ciò che è familiare e ciò che è straniante, arricchendo quella d’arrivo con gli echi, i riverberi e le corrispondenze di altre lingue non direttamente implicate nel processo ma nelle quali si è fatto più di uno scalo durante il tragitto. 


In questa prova il senso di smarrimento davanti al testo è estremo, totale. Si è chiamati a fare delle scelte interpretative muovendosi tra le vie e le biforcazioni di una storia che è un sogno ricorrente fatto da un’infinità di storie di fronte alle quali bisogna imparare a cavarsela nell’impossibilità di dire l’ultima parola.


… orientarsi in quel territorio sconosciuto che è il testo da tradurre, di cui è necessario sapere fare una cartografia per riuscire a interpretarlo senza imporre il proprio immaginario e le proprie aspettative. La lingua accoglie ogni tipo di invenzione e di esercizio, ma, per non abusare della sua ospitalità, è bene interrogarsi sul senso della strada intrapresa ogni volta che ci si incammina verso deviazioni ardite.



Norman Gobetti, traduttore, tra gli altri, di Philip Roth, ama molto i dizionari e la cara vecchia carta, per questo tende a lavorare in biblioteche dove può consultare molti strumenti diversi, convinto che i dizionari monolingue (sia inglesi sia italiani) siano altrettanto, se non addirittura più, utili di quelli inglese-italiano. Poi, naturalmente, ci sono i dizionari analogici, le enciclopedie, gli atlanti e tutto il resto. E poi, in second’ordine, quando questo non basta, il mondo sconfinato e a volte disorientante che si apre dietro lo schermo di un computer collegato alla Rete.

… di solito, quando traduco un libro, a un certo punto (spesso dopo diverse settimane) scatta qualcosa, e in qualche modo sento che da quel momento la voce che parla nel testo che sto scrivendo è davvero quella dell’autore e dei suoi personaggi, e non più solo un vago tentativo di riprodurla, il che naturalmente non mi mette al riparo da errori, goffaggini e bruttezze varie. Ma prima di arrivare a quel punto devo essere entrato in una profonda intimità col testo originale, e per far questo ci vuole tanta pazienza, e tanto lavoro dedicato alla comprensione del testo ai suoi vari livelli di significato.


Le “note del traduttore”

mi sembra stiano diventando sempre meno necessarie, almeno per due motivi. Il primo è che, non esistendo più una “cultura generale” condivisa, è impossibile prevedere che cosa il lettore italiano del libro sarà o non sarà in grado di capire da solo. Il secondo è che, qualunque dubbio possa avere, presumibilmente il lettore sarà in grado di risolverselo da solo in pochissimo tempo rintracciando le informazioni necessarie. Rimangono le note a cui il traduttore ricorre quando non riesce a trovare una resa soddisfacente (talvolta, ad esempio, nel caso di giochi di parole cosiddetti “intraducibili”). Questa, come è ovvio, è sempre una sconfitta. Ma a volte sconfitti lo siamo, e allora sì, meglio ammetterlo.


La revisione

Il revisore è indispensabile, sempre e per tutti, anche per il traduttore più bravo del mondo, e secondo me è una vergogna che il nome del revisore non compaia quasi mai da nessuna parte (fanno eccezione, che io sappia, i libri di minimum fax). Chiunque traduca sa quanto il revisore interviene sul testo; quasi sempre, nella mia esperienza, in modo utile e opportuno.


L’attenzione

Serve poi, più d’ogni altra cosa, l’attenzione. Ma l’attenzione è uno stato mentale faticosissimo sia da raggiungere sia da mantenere, ed è a questa difficoltà che vanno innanzitutto attribuite, io credo, le goffaggini, e anche i veri e propri errori, dei traduttori.


L’azzardo

... traducendo un testo gli si porta via tanto di prezioso. Però credo che non esista, e non possa esistere, lettore più profondo, attento e amoroso di un traduttore. Se fossi uno scrittore, io sarei molto contento di avere fra i miei lettori almeno qualcuno di quei ladri innamorati che sono i traduttori di un libro.”

Immagine: Trad & CO.

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