Lingua italiana e social network

La nostra lingua sta dimostrando ottima capacità di adattamento ai nuovi media. Piuttosto, gli Italiani mostrano una regressione culturale che riversano sui social.

da una articolo di Vera Gheno
Agenda Digitale, 20 giugno 2018

… nella percezione comune, ciò che sembra succedere alla lingua in rete è visto come un processo di distruzione dell’italiano “come lo conosciamo e come l’abbiamo studiato”, una sua corruzione rispetto a un’età dell’oro in cui invece le persone conoscevano bene la norma, la applicavano, usavano il congiuntivo e, in generale, erano più acculturate ed educate di oggi.

… per secoli, l’italiano è stato la lingua d’uso quotidiana solo di una piccolissima minoranza; si consideri che al tempo dell’unità d’Italia gli italofoni erano calcolati tra il 2,5% e il 10% dell’intera popolazione. Questo ha fatto sì che si sia preservato praticamente immutato nel corso dei secoli, senza subire le modifiche che derivano normalmente dall’uso vivo di una lingua da parte di un largo numero di parlanti. Occorre arrivare agli anni Sessanta del Novecento per l’italofonia piena, raggiunta di fatto grazie ai mezzi di comunicazione di massa, soprattutto la TV.
Il maestro Alberto Manzi, in quegli anni, svolse un’incommensurabile opera di alfabetizzazione delle fasce della popolazione che per questioni anagrafiche non avevano avuto accesso alla scuola ed erano rimaste quasi completamente analfabete, attraverso il suo popolarissimo programma Non è mai troppo tardi.

[…] Solo quando gli italiani sono diventati davvero italofoni, sono iniziati i cambiamenti linguistici che, in altri idiomi, hanno avuto luogo gradualmente nel corso di molto più tempo. In altre parole, l’italiano ha iniziato a cambiare velocemente da poco più di mezzo secolo, senza che la norma, e la scuola, riuscissero a stare davvero al passo.
Questo ha comportato che la competenza linguistica delle persone sia stata portata a polarizzarsi su due estremi. Da una parte la norma alta, imparata a scuola, quella che serve per leggere i classici del passato e magari per fare bene i temi; dall’altra parte, invece, la “lingua della strada”, quella parlata quotidianamente, con tutte le deviazioni dallo standard ben note a tutti.

[…]
Questa lingua “deviata dalla norma” non ha trovato a lungo riscontro nelle grammatiche scolastiche; tuttavia, negli anni Ottanta, i linguisti hanno sentito il bisogno di definire un nuovo standard linguistico, per non lasciare l’idea che tutto quanto esuli dalla norma scolastica sia errato tout court: questo italiano non standard, ma nemmeno sbagliato, è stato chiamato italiano neostandard (da Gaetano Berruto), italiano dell’uso medio (da Francesco Sabatini) o italiano tendenziale (da Alberto Mioni)…
Un italiano che è stato esposto a cambiamenti sin troppo veloci per essere metabolizzati pacificamente dai suoi parlanti, ma che dimostra la sua salute nella capacità di adattarsi ai nuovi media.

Gli italiani, in compenso, da molti decenni mostrano una regressione culturale esplicitata ad esempio dai rilevamenti ISTAT. Questo porta a un’incertezza comunicativa che talvolta si esprime attraverso il fastidio, l’irrigidimento su posizioni antistoriche e la paura del cambiamento.

… Ciò che per il linguista è dunque un’evoluzione, o perlomeno un cambiamento comprensibile, provocato sulla lingua dal grande e inedito numero di parlanti, per il parlante stesso è fonte di perplessità e di preoccupazione nei confronti del proprio idioma.

[…]
È comunque di fatto impossibile parlare di una “lingua della rete”; gli ambienti comunicativi online sono ormai talmente variegati che anche solo nei differenti contesti social si possono ricreare tutti i registri e gli stili che si riscontrano in contesti comunicativi più tradizionali.
Il primo aspetto da considerare è che tutto il sistema linguistico delle lingue social poggia sull’italiano neostandard, con una particolarità: mentre siamo abituati alla ricorrenza di tutta una serie di elementi che si discostano dallo standard nel parlato, lo siamo molto meno nello scritto. Insomma, leggere scritte certe costruzioni, certi usi verbali, certe frasi apparentemente sciatte provoca più di una perplessità, che non avremmo nei confronti di una comunicazione parlata.
[…] c’è una grande libertà ortografica e sintattica nella costruzione del messaggio (“l’importante è che si capisca”, si difendono molti), ma anche altrettanta libertà nei contenuti: ci si permette di scrivere cose che forse sarebbe meglio non mettere per iscritto, dato che, nonostante la sensazione di volatilità, ciò che digitiamo in rete ha non solo una vita lunghissima, ma anche un’altissima e facilissima replicabilità, sotto forma di inoltro oppure di screenshot: insomma, digitata manent.


… una volta la lingua usata in queste interazioni si discostava maggiormente dallo standard, dato che i mezzi usati avevano molti più limiti tecnici di adesso in termini di spazio, tempo e costo del messaggio e quindi richiedevano più ingegnosità di adesso per comunicare.

In particolare, tutto il campo dell’acronimia (ASAP per as soon as possible, LOL per laughing out loud, anche coniugato come verbo, lollare, spesso senza avere più coscienza dell’origine acronimica del termine), della tachigrafia* (nn per non, l’uso della per il ch, di per per, del numero 6 per sei, voce del verbo essere, e così via) e delle abbreviazioni (asp per aspetta) era di fatto motivato dalla scarsità di caratteri a disposizione e dal costo della chiamata per connettersi alla rete.
È anche vero, del resto, che l’uso di questi esperimenti linguistici è tipico anche dei linguaggi giovanili. Il parallelismo non è certo un caso, dato che tradizionalmente i giovani sono i primi fruitori di ogni nuova tecnologia. 
Le somiglianze, dunque, tra le varietà di neoitaliano e quelle giovanili sono ben note e motivate.

[* Non sono una novità, dato che le tachigrafie di questo tipo erano già usate dagli amanuensi nel Medioevo, e Giacomo Leopardi, per fare solo un esempio, usava scrivere, nelle lettere, i nomi dei mesi come 8bre9bre e Xbre]

Gli emoticon prima e gli emoji poi sono estremamente diffusi, impiegati spesso come un codice “di supporto” alle parole, dato che permettono, se usati bene, di chiarificare il senso di una frase o di esplicitare una battuta. Non è affatto raro l’uso passivo-aggressivo: si pensa di annullare la carica offensiva di un post aggiungendo una faccina.

È molto comune l’uso di parole inglesi:
– tecnicismi ormai storici dell’informatica e della rete
(downloadare, screenshottaggare);
pseudotecnicismi legati ai vari canali di comunicazione (whatsappareinstagrammare);
– anglismi “di lusso”, usati solo perché sentiti come più espressivi, o perché manca un corrispettivo sintetico italiano.

Si nota la presenza di elementi dei dialetti (si pensi alla spolverata di siciliano letterario di Camilleri, al balengo della Littizzetto o al romanesco daje, che in molti contesti sostituisce il “vecchio” ok).

L’invenzione più o meno giocosa di termini che spesso hanno vita assai breve, ma atri sopravvivono più a lungo (perculare ‘prendere in giro’ o cuorare ‘apporre un cuore con il doppio tap su Instagram’).

Da contraltare alla creazione di parole completamente nuove, sono molto comuni anche le risemantizzazioni funzionali, provenienti in particolar modo dalla traduzione in italiano delle varie piattaforme. Si pensi solo a Facebook e a come abbia contribuito a modificare il significato di parole come bacheca postareprofilo e commentoamicizia togliere (nel senso tombale di ‘togliere come contatto dai social’: l’ho tolto).

Sono molto comuni anche i cosiddetti riferimenti pop, frasi fatte o polirematiche derivanti da film, telefilm, sitcom, talent show, fumetti ecc.: Vuoi che muoro?, da Masterchef; Per me è un sì, da X-Factor. Anche i giovanissimi usano frasi di film “antichi”, come Ti spiezzo in due (Rocky) o Novantadue minuti di applausi (Fantozzi),, magari anche senza conoscere il riferimento originario: la frase-meme sopravvive anche all’oblio del tempo.

Vige l’uso della scriptio continua, come nelle iscrizioni romane, cioè la scrittura di più parole senza spazi nel mezzo, magari registrando i raddoppiamenti fonosintattici come (abbestiavabbuonochettelodicoaffà ecc).
Questo uso, peraltro, è favorito dagli hashtag, che richiedono per l’appunto una scrittura senza spazi.

Le maiuscole hanno assunto il ruolo di URLARE (dagli albori della comunicazione social), mentre in molti contesti, soprattutto l’instant messaging, sono ritenute quasi superflue: per indicare la fine del periodo, è più immediato premere INVIO e spezzettare il messaggio in invii multipli.

Infine, merita un cenno la punteggiatura: è noto che tende a polarizzarsi sui segni di maggiore espressività, come il punto esclamativo (a raffica) o il punto interrogativo (ugualmente reiterato), o magari i due segni in combinazione. Molto popolari anche i puntini, solitamente in sovrannumero rispetto ai tre previsti dall’attuale norma; spesso sono usati come intercalare per riprodurre, in questo strano genere di scritto, le esitazioni del parlato.


Dizionario (Pixabay)

[…]
Mentre quanto elencato sopra può essere considerato segno di creatività di lungo corso, pur in manifestazioni variabili, la caratteristica forse più trasversale a ogni tipo di comunicazione social è l’apparente scarsa attenzione per l’ortografia, come se il contenuto contasse smisuratamente di più del contenitore. Il pressappochismo linguistico è uno degli aspetti della lingua dei social di cui si discute maggiormente, e contemporaneamente quello che svela più particolari sulle idiosincrasie degli italiani nei confronti della loro lingua.
Il fenomeno sembra collegato anche alla scarsa propensione degli italiani alla lettura, rilevata chiaramente dalle rilevazioni Istat nel corso degli anni. Se non si legge, diventa più difficile la decodifica corretta del testo e anche la sua produzione. Il pressappochismo linguistico, del resto, corrisponde spesso al pressappochismo delle idee. 
Chi non sa scrivere bene, spesso non pensa bene; basta fare un giro sui social network per notarlo: i post più distanti dalla norma per ortografia, sintassi, punteggiatura e lessico sono quelli che professano idee superficiali, o condividono notizie false, o esternano odio assolutamente fine a sé stesso, senza alcuna attenzione per il contesto e per il pubblico.
[…] La correlazione tra modo di esprimersi e l’idea che gli altri si formeranno di noi è diretta e molto forte. Nello spazio comunicativamente spartano della rete, noi siamo le parole che scegliamo di usare, nel bene e nel male. Sembra una vera banalità, ma la sensazione è che non siano poi molte le persone che manifestano piena consapevolezza dell’importanza della parola nella costruzione del sé

Forse è rinfrancante pensare che queste tendenze sono, in realtà, riscontrabili un po’ in tutte le lingue. La minore attenzione rivolta alla lingua scritta, anzi digitata, la tendenza al pressappochismo, la visibile difficoltà nel gestire le proprie competenze linguistiche e comunicative nell’iperconnessione, i problemi legati al mancato filtro tra faccia pubblica e faccia privata si riscontrano indipendentemente dall’idioma usato nelle relazioni in rete: sono delle tendenze tutto sommato trasversali, ma che nel complesso portano a pensare che la questione dello “stare bene in rete“ tramite l’uso accorto delle parole sia da analizzare e affrontare a livello globale, non limitando lo sguardo al proprio “orticello”, pur tenendo conto dell’enorme variabilità.
Negli anni recenti, come già accennato, i più grossi cambiamenti rispetto al quadro presentato sono dovuti al passaggio da un’utenza di élite a una “rete delle masse”. E i cambiamenti vanno in una direzione tutta da scoprire, ma molto interessante. 
Con la massificazione della rete e con l’evoluzione tecnologica, questo modo “zippato” di comunicare ha perso via via di rilevanza sia come segno distintivo dell’élite connessa che come modo per aggirare le limitazioni tecniche.
Non a caso, assistiamo negli ultimi anni a una vera e propria normalizzazione della scrittura, nella direzione di un riavvicinamento a un qualche tipo di norma linguistica. In fondo, tolti i limiti di spazio e di tempo, e grazie alla presenza dei correttori ortografici e dei sistemi di inserimento predittivo del testo, anche “giocare con la lingua” è diventato quasi una perdita di tempo.


Che si sia in una fase di normalizzazione si nota anche da altri due aspetti:

la tendenza ad abbandonare il nickname rispetto all’uso del proprio nome, provocata in parte dalle politiche delle piattaforme, ma anche dal fatto che oggi in molti contesti si tende a dare più credito a un interlocutore che si firma con il proprio nome piuttosto che a uno che usa un soprannome. Via via che ricreiamo in rete la nostra società reale, insomma, ecco che ridiventa normale presentarsi come sé stessi, senza quella che ad alcuni può dare l’impressione di essere una maschera;

il ritorno del lei: nei decenni passati, il tu telematico, derivato certamente dall’uso sovraesteso dello you inglese, è stato la principale forma di appellativo di cortesia in rete, anche tra perfetti sconosciuti: in fondo, finché gli utenti erano in numero limitato, chi navigava si sentiva parte di un gruppo in cui tutti erano amici di tutti per il semplice motivo di stare online. 


L’uso della lingua sui social, dunque, è profondamente cambiato nel corso del tempo e continua tuttora a essere in evoluzione. Abbiamo visto alcune tendenze, ed è probabile che con il tempo le persone volgano sempre più attenzione alla loro reputazione in rete, curando di conseguenza di più la lingua usata. In più, dal momento che siamo costantemente messi di fronte alla diversità (di opinione, di vedute, di convinzioni, di educazione…) occorre imparare ad argomentare, ossia a dissentire senza scivolare perennemente nel litigio: di nuovo, una competenza antica che oggi ci serve più che mai.


Vera Gheno è una sociolinguista specializzata in comunicazione digitale e traduttrice dall’ungherese. Docente a contratto presso l’Università di Firenze, collaboratrice Zanichelli.

Articolo completo:
https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/lingua-italiana-cosi-evolve-sui-social-network/

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