Natura del linguaggio nell’Antica Grecia

I risultati raggiunti dai Greci antichi nelle loro indagini linguistiche diedero inizio in Europa a quegli studi del linguaggio che si possono definire, in lato sensu, la scienza linguistica. 

brani estratti da un articolo di Luigi Bonetu
MITHOS & LOGOS, 9 giugno 2018

Immagine: Achille Dardano

[…]
Dire che fu la Sofistica antica a porre a tema il problema della comunicazione mediata dal mezzo linguistico non è esatto. Eraclito, Parmenide, Empedocle e Democrito avevano già presente tale problema e non ne nascondevano le difficoltà.

Per Eraclito e Parmenide il fatto che pensare – dire – essere fossero tre piani, o due, distinti ma non separati, voleva dire cercare di comprendere come la comunicazione intersoggettiva potesse riguardare allo stesso tempo contenuti di pensiero individuali, la comunicazione linguistica stessa come relazione sociale e la realtà che comprendeva entrambe le prime due cose.
Pensare voleva dire per loro affermare la realtà in modo immediato, anche nella sua dimensione sociale; l’incomprensione era ritenuta non una difficoltà cognitiva ma una cecità, una mancanza naturale dell’anima in difficoltà nello scorgere la originaria e comune relazione tra pensare – dire – essere.
Per Empedocle era già presente la componente retorica e per Democrito quella convenzionale della comunicazione linguistica.


Raffaello (Raffaello Sanzio), Scuola di Atene, cartone, carboncino e biacca bianca. © Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Mondadori Portfolio.


Scuola di Atene, part., Parmenide (in primo piano al centro)
© Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Mondadori Portfolio.


Eraclito, Johannes Moreelse.


Empedocle. Incisione di Jéröme David da un disegno perduto di C. Vignon.


Demócrito, Diego Velázquez.


Con la Sofistica tale problema si problematizza, usando una espressione involuta, nel senso che comincia a scollarsi quel collegamento esistente e dato per certo tra parola e cosa; la realtà stessa diventa un problema alla seconda potenza (problema che si ri-problematizza). L’uomo si scopre in possesso di una tecnica manipolativa della percezione/cognizione della realtà; Gorgia afferma addirittura che la parola possiede un potere divino, persino taumaturgico.
L’alleanza tra pensare – dire – essere si rompe e appare il rapporto, linguisticamente mediato, del pensiero nei confronti di una realtà separata. Con la problematica del rapporto nomos/physis, l’uomo comincia a pensare che ciò che pensa, cioè la realtà, è indeterminato, sfuggente, relativo; è necessaria una tecnica che medi e consenta la visione delle cose come sono nella loro natura, non come sono convenzionalmente pensate in base ad abitudini apprese acriticamente.
… Il passaggio dalla filosofia pre-classica (pre-sofistica) alla filosofia classica consiste, secondo noi, in questo: l’inizio dell’età della techne.

[…] Ha una certa rilevanza anche considerare che i Sofisti, Protagora e Gorgia in particolare, si pongono all’inizio degli studi di grammatica e di dialettica. Per entrambi gli aspetti bisogna tuttavia precisare che quanto sappiamo di quei primi studi proviene soltanto da testimonianze indirette risalenti per lo più a Diogene Laerzio, nella sua breve trattazione della vita e le opere di Protagora. Qui viene detto che egli sarebbe stato il primo innovatore anche della forma dialogata che poi verrà chiamata dialogo socratico.
Cicerone, nel Brutus, riferisce che Protagora avrebbe composto addirittura un’opera sui luoghi comuni, che tradizionalmente si pensa sia invenzione propriamente aristotelica (cfr.Topici).
Solo per quanto riguarda Gorgia possiamo dire di possedere testimonianze sufficienti per farci un’idea di che cosa egli intendesse per ricerca dialettica… La dialettica gorgiana sembra strutturata su una innovativa concezione della funzione del linguaggio, in rapporto ai tempi in cui fu pensata, cioè quella di apportare un cambiamento di opinione nei confronti della realtà, reagendo alla contraddizione tra impressione sensoriale e immagine mentale di essa, piuttosto che rispecchiare la realtà nel modo più referenziale e preciso.


Scuola di Atene (particolare con Platone e Aristotele)
© Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Mondadori Portfolio.


Ci sembra interessante porre una certa attenzione anche alle posizioni di Platone ed Aristotele in tema di filosofia del linguaggio, riferendone solo le linee generali.

Incominciando a trattare della filosofia del linguaggio di Platone, diciamo subito che le nostre analisi sono partite sì dalla lettura dei testi, ma hanno incontrato una definizione soddisfacente di come in generale questo pensatore poneva il problema della comunicazione semantico – linguistica in alcuni autori contemporanei che ci è capitato di leggere e studiare. Non vogliamo porre in evidenza tanto gli autori, quanto la sintesi che sono riusciti a compiere e che rispecchia, con buona approssimazione, quella che gli studiosi moderni hanno tentato di raggiungere. Tale sintesi si può riassume in nove tesi riguardo alla teoria platonica del linguaggio verbale:

1. La parola singola è l’unità di minima del significato (Cratilo, 385C1-D1; 387C6-7);
2. Ogni nome è immagine del proprio referente (Cratilo, 430-434);
3. Il significato dell’enunciato è funzione del significato delle singole parole contenute nell’enunciato; la denotazione dell’enunciato dichiarativo è funzione delle denotazioni dei nomi presenti nell’enunciato: la correttezza referenziale dei nomi e la correttezza nell’uso di una parola (verità delle parole) è un concetto cardine nell’analisi del linguaggio (Cratilo, 385C1-9; Sofista, 261D-262D);
4. La verità è una qualità che un’espressione linguistica assume rispetto alla realtà (Sofista, 262E5-263B7);
5. Le categorie sintattiche sono anche categorie semantiche: le operazioni di strutturazione semantica del significato degli enunciati corrispondono alle operazioni di strutturazione sintattica degli enunciati (Sofista, 261D-263D);
6. Ogni parola referenziale (nome) ha dei referenti possibili e il parlante possiede delle conoscenze di ciascun referente: queste conoscenze, che possono essere espresse mediante definizioni, contribuiscono a fissare il riferimento dei nomi e in base ad esse gli enunciati hanno correttezza semantica (Sofista);
7. È l’uso condiviso dai parlanti a garantire l’uniformità dei significati delle singole parole nella comunicazione, ma i nomi hanno anche una correttezza naturale, sono cioè legati ai loro referenti anche tramite descrizioni sinonime (Cratilo);
8. I nomi sono strumenti naturali per fissare i riferimenti e, nel momento in cui vengono organizzati in enunciati, per interagire linguisticamente con gli altri parlanti, ciò non implica che il linguaggio sia strumento (Cratilo, 388B-C);
9. Il significato dei nomi è una dynamis, una possibilità (Cratilo, 394A).

Non è possibile esporre più brevemente quanto Platone ha effettivamente pensato sulla teoria del linguaggio verbale…
Non è possibile discutere della filosofia di Platone, del suo agire comunicativo, senza mobilitare l’intera e grande ricchezza di un pensiero sfaccettato e difficilmente sistematizzabile.
Platone è figlio di Parmenide; anche per lui pensare ed essere sono ciascuno l’identico, implicandosi reciprocamente.
[…]
… per Platone è possibile attingere la realtà per via ipotetica, avendo come punto di riferimento la struttura di un mondo ideale (invisibile) che funge da modello del mondo apparente (visibile), del quale possiamo avere effettiva esperienza sensibile. Dunque: le parole del linguaggio, i nomi, hanno un duplice significato, uno riferito al mondo ideale ed uno riferito al mondo apparente; per questo motivo il rapporto tra essere – dire – pensare in realtà si gioca tra cinque elementi, come riferito dalla Settima Lettera (342A-B):

1. Il nome (onoma, es. cerchio), il cui significato è la cosa materialmente sensibile (instabile);
2. Il discorso (logos, il cerchio è), formato dal nome e dal verbo, il cui significato è la determinazione essenziale della cosa, che dipende dal significato materialmente sensibile del nome e del verbo, entrambi instabili;
3. L’immagine (eidolon), la rappresentazione materiale della cosa (contraddittoria e instabile); 
4. La conoscenza (epistheme), che è intuizione immediata della cosa e vera opinione su di essa da parte dell’anima (stabile);
5. L’oggetto del conoscere in quanto realmente esistente, il cui significato è l’oggetto ideale, l’idea invisibile.

Il metodo dialettico di Platone, che è scienza cioè vera filosofia, agisce a quest’ultimo livello, quando cioè tutte le ipotesi sulla realtà sensibile sono state vagliate e non è rimasto che considerare le relazioni tra le varie essenze ideali che l’anima è arrivata ad intuire in modo immediato e di cui ha vera opinione.
L’errore, sempre possibile e fonte di grande perplessità anche emotiva per Platone, consiste nel non riuscire a considerare come sono realmente le cose, cioè nella impossibilità che esista una dimensione ideale, la sola veramente esistente, che funga da modello alla corrispondente realtà sensibile, per il tramite dei discorsi.

Per quanto riguarda la riflessione di Aristotele sul linguaggio, dobbiamo subito dire che essa è molto più articolata e complessa di quella di Platone…

Aristotele, attraverso il linguaggio, si rivolge ad una fisica della realtà, come sostenuto da W. Wieland, il quale afferma:
“La filosofia aristotelica è una filosofia del logos in quanto è una filosofia della doxa. Questa non solo non è una contraddizione, ma addirittura una chiara esigenza. Troppo facilmente si dimentica che anche per Platone doxa logos appartengono allo stesso genere. Fintantoché si parla infatti in generale, ci si trova sempre nell’ambito della doxa (cfr. Sofista, 264A).
Mentre tuttavia questo dato di fatto è in Aristotele una ragione per fondare la filosofia, che deve servirsi della forma dell’enunciato, sulla pre-comprensione universale e sul parlare delle cose, in Platone conduce alla relativizzazione di ogni affermazione, e anche della filosofia in generale, e al rifugio nell’indicibile. Con ciò può essere spiegata anche la provvisorietà nella quale permane secondo Platone ogni filosofare. 
La filosofia di Platone culmina in ciò di cui non è più possibile parlare. Aristotele si occupa invece espressamente di ciò di cui si può parlare. Le sue domande non sono rivolte al di là, ma sempre e soltanto a ciò di cui si parla. Per questo motivo la filosofia teoretica è in Aristotele una “fisica”.
I princìpi non sono dunque in Aristotele nulla che stia al di là della doxa, ma, in quanto concetti di riflessione, servono soltanto ad ordinarne in sé l’ambito; vale a dire, proprio, a spiegarla nel suo carattere”.

Aristotele in un manoscritto della Historia naturalis del 1457.


Quanto dice Wieland, con il quale concordiamo in parte, è rilevante per riuscire a comprendere come mai Aristotele si sia tanto adoperato per trovare una formulazione linguistica adeguata alle sue tematiche filosofiche, fino a costruire tutto un preciso lessico della filosofia (cfr. Metafisica, ).
[…]
Ad ogni parola è necessario trovare un significato preciso e determinato. Questo perché per avere scienza di una cosa e della realtà delle cose, bisogna conoscerne le cause e, in particolare, bisogna conoscere la posizione che tale cosa possiede nei confronti della sostanza, che è causa prima.
[…]
Aristotele studia anche la natura del concetto (cfr. Categorie), e quindi la strutturazione del discorso enunciativo in grado di affermare e negare (cfr. De Interpretatione), e del sillogismo dialettico, che nasce da opinioni ritenute vere dagli esperti (cfr. Topici).
Compie una ascesa da ciò che è più noto per noi, attraverso il ragionamento razionale basato su una formulazione linguistica nel discorso, a ciò che è più noto per natura, i principi primi che non hanno un principio che li fondi a loro volta ma sono oggetti reali di cui avere una intuizione immediata pre-discorsiva.
[…]
Le parole sono operatori cognitivi che riconducono ad unità discrete una molteplicità complessa e indefinita di cose nella realtà: sono cioè “simboli”. Leggiamo ora il testo di capitale importanza riguardo alla concezione centrale del linguaggio secondo Aristotele: 

“Le articolazioni della voce umana e le operazioni logico-cognitive dell’anima umana sono tra loro differenti e complementari così come lo sono le articolazioni scritte e quelle della voce. Come le unità minime con cui e in cui la scrittura si articola non sono le stesse per tutti gli uomini, non lo sono nemmeno le unità minime con cui e in cui la voce linguistica si articola. E invece sono le stesse per tutti gli uomini le operazioni logico-cognitive di cui unità vocali e grafiche sono i naturali segni fisiognomici e sono anche gli stessi per tutti gli uomini i fatti con cui le operazioni logico-cognitive dell’anima umana sono in relazione di similarità”

“Or dunque, i suoni della voce sono simboli delle affezioni che hanno luogo nell’anima e le lettere scritte sono simboli dei suoni della voce. Allo stesso modo poi che le lettere non sono medesime per tutti, così neppure i suoni sono i medesimi; tuttavia suoni e lettere risultano segni, anzitutto, delle affezioni dell’anima che sono le medesime per tutti e costituiscono le immagini di oggetti già identici per tutti”

(De Interpr. 16a, 1-8)

Sull’Interpretazione di Aristotele. Copia in latino (XV sec.)


Certo la traduzione può essere discutibile, però ci sembra piuttosto giustificata anche da un punto di vista filologico; il testo tratta tutti i temi con attenzione e precisione. Aristotele sembra dire che la lingua è un fenomeno biologico, un oggetto ben specifico, che si struttura in base a tre dimensioni distinte: la voce, la scrittura e le operazioni logico-cognitive dell’anima. Voce e scrittura sono variabili da uomo a uomo e formate da segni naturali; le operazioni logico-cognitive sono invece costanti. 

Sull’Interpretazione di Aristotele. Copia in arabo (prob. X sec.)


Infine Aristotele sembra sostenere che tra operazioni logico-cognitive e cose nella realtà vi è una relazione di similarità; infatti, come dicevamo, l’anima è in certo modo tutti gli esseri. Non a caso Aristotele rimanda ai suoi studi sull’anima.
La posizione di Parmenide sembra svolgere una sua funzione nascosta anche in Aristotele; Parmenide diceva che pensare ed essere erano degli identici allo stesso modo, un modo immediato.
Ora Aristotele afferma che quel modo è del tutto mediato, una relazione di similarità, in base alla quale come tutti gli uomini possiedono le stesse operazioni logico-cognitive nell’anima, così tutti gli uomini sono posti di fronte agli stessi fatti che corrispondono a quelle precise operazioni. Ciò che è variabile tra uomo e uomo non è dunque il contenuto di pensiero o di realtà, ma la forma espressiva superficiale; la parola “sostanza” è una ma le sue forme, i suoi significati, molteplici, in base ad una relazione di similarità. 

[…]
Quest’interesse per il linguaggio affonda le radici in tempi molto antichi, per la curiosità che i suoi aspetti e i suoi fenomeni hanno da sempre suscitato nell’uomo, i risultati raggiunti dai Greci antichi, il loro interesse per un’indagine linguistica diede inizio in Europa a quegli studi del linguaggio che si possono definire in lato sensu, la scienza linguistica. 

(da L. Maffiotti)

Articolo originale completo

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