Riguardo al Che

di Mario Benedetti

Poema dedicato a Ernesto “Che” Guevara, scritto dopo la sua morte. 

Costernati, rabbiosi

‘Andiamocene,
sconfiggendo affronti’

Ernesto “Che” Guevara
Siamo così
costernati
rabbiosi
benché questa morte sia
uno degli assurdi prevedibili
è
una vergogna guardare
i quadri
le poltrone
i tappeti
tirare fuori una bottiglia dal frigorifero


digitare le tre lettere mondiali

del tuo nome
con la rigida macchina
che mai
mai hai avuto
il nastro così pallido

vergogna avere freddo
e accostarsi alla stufa come sempre
aver fame e mangiare
questa cosa così semplice
aprire il giradischi
e ascoltare in silenzio

soprattutto se è un quartetto di Mozart

è vergognoso il comfort

e l’asma è una vergogna
quando tu comandante stai cadendo
mitragliato
favoloso
nitido
sei la nostra coscienza crivellata
dicono che ti hanno bruciato

con quale fuoco
bruceranno le buone
le buone nuove
l’irascibile tenerezza
che portasti e ti riportasti via
con la tua tosse
col tuo fango
dicono che hanno incenerito
tutta la tua vocazione
tranne un dito
basta per mostrarci la strada
per accusare il mostro e i suoi tizzoni
per premere di nuovo i grilletti
Così siamo
costernati
rabbiosi
certo che con il tempo la plumbea
costernazione
pian piano se ne andrà
la rabbia rimarrà
diventerà più limpida
sei morto
sei vivo
stai cadendo
sei nube
sei pioggia
sei stella
ovunque tu sia
se ci sei
se stai arrivando
approfitta finalmente
per respirare tranquillo
per riempirti di cielo i polmoni
ovunque tu sia
se ci sei
se stai arrivando
sarà un peccato che non esista Dio
ma ci saranno altri
certo che ci saranno altri
degni di riceverti
comandante.


Nota sulla traduzione: ascoltando la poesia (qui sotto, il video da YouTube) recitata dall’autore stesso, mi sono accorta che alcune – poche – traduzioni in italiano disponibili in rete non erano complete o erano… un po’ bislacche.
Sul sito americalatina.net ho finalmente trovato la poesia in spagnolo con la traduzione in italiano a fronte. Non so lo spagnolo, ma mi intendo di traduzioni perciò so (abbastanza bene) come verificarle, ovviamente avvalendomi di fonti qualificate per i termini che non conosco o non capisco bene.
Ho fatto qualche piccolo ritocco e ho scelto la traduzione proposta dal sito, anche se non sono sicura che le strofe siano riportate in modo corretto. Ho visitato molte pagine, sia in italiano che in spagnolo, e ho notato una forte ‘oscillazione’ nella metrica.

Mario Benedetti, Acerca del Che

Questo “sarebbe”, e spero che lo sia, il link a un mio post precedente su Italo Calvino e la sua ammirazione per Ernesto Guevara
https://faminore.home.blog/2019/05/18/qualsiasi-cosa-cerchi-di-scrivere/(si apre in una nuova scheda)


Mario Benedetti
(14 settembre 1920 – 17 maggio 2009)

dall’introduzione a Tutte le poesie di Mario Benedetti
I Grandi Libri Garzanti Poesia 

“Il legame tra poesia e biografia in Benedetti è fortissimo in quanto componente del suo, e nostro, esistenzialismo di fondo. Non, dunque, nel senso già ungarettiano di una esaltazione mitica della propria vita in scrittura né (devo ricordarlo?) sotto un profilo confessionale o intimista. Il testo è legato alla persona che l’ha scritto non in quanto individuo “storico”, ma proprio in quanto essere umano a-storico, antropologico. La tensione massima in Benedetti è nello sforzo di far coincidere, nella lingua, il proprio io storico con questo individuo antropologicamente determinato: «È successo un tempo / ma è come fosse adesso / perché anche adesso è un tempo». Sono le istanze dell’esistenza contro le istanze della storia. È la consapevolezza di appartenere a una specie che nei secoli ha dovuto fare i conti con la stessa precarietà. […] Affinché i due personaggi di cui sopra, individuo storico e individuo antropologico, si incontrino o almeno si affaccino sul medesimo orizzonte, è necessario non barare con la lingua, non assumere atteggiamenti reattivi e tantomeno demiurgici. La lingua è la cosa meno soggetta alla storia che abbiamo, non dobbiamo assaporarla ma accettarla ed es porci in essa. La scrittura è il luogo della verità.” (Stefano Dal Bianco)

“Per Benedetti, fin dagli esordi, essere fedeli alla realtà è stata sempre una condizione imprescindibile. In un certo senso umile e antiretorica, ma molto concentrata, da lì in avanti la sua scrittura in versi è cresciuta seguendo sempre una tenace fedeltà alle cose, soprattutto le più comuni e dimesse, quelle che entrano a fare parte dell’esperienza di un individuo nel tempo che gli è dato in sorte, accumulata giorno dopo giorno, anno dopo anno.
I testi di Benedetti non documentano o fotografano in modo oggettivo la realtà. Non c’è mai realismo, in senso stretto. Troviamo piuttosto le impressioni e gli insegnamenti (le abrasioni, anche) che lascia in un individuo l’esperienza vissuta, fluida, mobile, variabile. Se è vero che la caratteristica di maggior rilievo di ogni autore è di saper rielaborare in una poetica la propria esperienza, quella di Benedetti si distingue in modo incisivo perché pone due problemi essenziali: come si può rappresentare nella scrittura in modo autentico l’esperienza vissuta da un individuo, senza trasfigurarla in pose eroiche, istrioniche, profetiche, o attribuirle una vaticinante investitura civile; e come la poesia possa essere uno spazio etico di conoscenza e di insegnamento attraverso la rappresentazione dell’esperienza stessa…”
(Antonio Riccardi)

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