Platone: Cratilo (sulla correttezza dei nomi)

… chi in qualche modo non conosce la correttezza dei primi nomi, è impossibile che comprenda quella dei derivati… (Socrate)

da “Platone, Tutti gli scritti”, a c. di Giovanni Reale

Per ragioni di spazio, ho riportato solo gli interventi di Socrate.
Da [426 D], dove si descrivono le lettere che, a seconda del tipo di suono, riproducono specifici concetti, queste non sono riportate nella grafia greca ma solo nella traslitterazione fornita nel testo, affiancata dalla traduzione.
Per un approfondimento, alla fine delle citazioni, c’è un articolo intitolato “Alètheia e Orthòtes nel Cratilo di Platone” pubblicato sul sito ritirifilosofici.it dal quale ho estratto alcuni brani.

[389 D] … il nome, che per natura si addice ad ogni oggetto, quel legislatore [‘artefice dei nomi’, v. 389 A] deve saperlo comporre con i suoni e con le sillabe, e, fissando ciò che è nome in sé, deve creare e disporre tutti i nomi, se vuole essere un’autorità nell’istituire nomi.

[390 E] … E Cratilo dice la verità, affermando che i nomi convengono agli oggetti per natura e che non è da tutti essere artefice dei nomi, ma solo di colui che fissa lo sguardo sul nome per natura di ciascun oggetto e riesce ad imprimere l’Idea nelle lettere e nelle sillabe.

[397 B] … Forse, i nomi assegnati agli eroi ed agli uomini ci potrebbero ingannare: molti di essi, infatti, sono stati stabiliti secondo la denominazione degli antenati… Molti, invece, vengono dati per augurio, come… Teofilo, ‘caro al dio’.

[423 B] … il nome è, a quanto pare, un’imitazione per mezzo della voce di ciò che viene imitato, e colui che imita denomina per mezzo della voce ciò che imita.

[423 D] … Intendo dire questo: ciascuna cosa ha suono e figura, e molte cose hanno anche colore? … Sembra, quindi, che non si eserciti l’arte onomastica quando si imitano queste proprietà…

[424 C] … Dato che l’imitazione dell’essenza avviene per mezzo di sillabe e lettere, il modo più corretto non sarà forse quello di distinguere dapprima gli elementi…

[424 D] … occorre distinguere bene tutti gli esseri, ai quali si devono attribuire nomi… si deve saper attribuire ciasun elemento secondo la somiglianza…

[424 E] … riporteremo gli elementi alle cose, a volte uno solo ad una, ove sembri necessario, oppure molti, insieme, formando quelle che vengono appunto denominate sillabe e, a loro volta, mettendo insieme le sillabe, [425 A] da cui sono composti i nomi, e i verbi; di nuovo, poi, dai nomi e dai verbi, costruiremo, infine, qualcosa di grande, di bello e di unitario, come, là, la figura per mezzo dell’arte del dipingere, qui il discorso per mezzo dell’arte onomastica, o retorica…

[426 A] … chi in qualche modo non conosce la correttezza dei primi nomi, è impossibile che comprenda quella dei derivati…

[426 D] … la lettera ‘rho’ sembrò essere un bello strumento del ‘movimento’, per riprodurre il ‘moto’…

[426 E] la lingua su questa lettera non resta per nulla ferma, ma vibra moltissimo…, lo ‘iota’ in relazione a tutto ciò che è leggero, che può passare attraverso ogni cosa in modo particolare. Per questo [427 A] ha imitato l’azione dell’andare e dello slanciarsi attraverso lo ‘iota’, come attraverso il ‘phei’, lo ‘psei’, il ‘sigma’ e lo ‘zeta’, perchè sono lettere spiranti… E quando colui che pose i nomi vuole imitare in qualche modo ciò che soffia, allora, sembra utilizzare per lo più tali lettere. Inoltre, sembra che abbia considerato la forza che viene dalla compressione e dall’appoggio della lingua nel ‘delta’ e nel ‘tau’ [427 B] utile per imitare il ‘legame’ e la ‘quiete’. Avendo poi notato che la lingua ‘scivola’ soprattutto nel ‘labda’, per imitazione stabilì i nomi delle ‘cose levigate’, lo stesso ‘scivolare’, ‘unto’ e ‘vischioso’ e tutti gli altri di tale tipo…

[433 D-E] … se i nomi primi devono essere segno di alcuni oggetti, hai un modo migliore di farli diventare rappresentazioni, che renderli quanto più possibile simili a quelli che devono indicare? Oppure ti soddisfa di più il modo sostenuto da Ermogene, ed anche da molti altri, secondo cui i nomi sono delle convenzioni e sono un’indicazione per quelli che hanno stabilito tale convenzione, ma conoscono gli oggetti già da prima?

[434 A-B] … qualcuno avrebbe mai potuto comporre, come dicevamo poco fa, un dipinto simile a qualcuno degli esseri, se non esistessero per natura dei colori, con cui vengono realizzate le pitture, somiglianti a quegli oggetti che l’arte del disegno imita? … Pertanto, allo stesso modo, anche i nomi non potrebbero mai essere simili a nulla, se non vi fossero, innanzitutto, quegli elementi da cui i nomi sono composti, e che hanno una certa somiglianza con ciò di cui i nomi sono imitazioni.


Cratilo fu un filosofo presocratico del V secolo a.C., seguace estremista di Eraclito di Efeso. Secondo Aristotele (Metafisica, I 6, 987 A), Platone fu amico di Cratilo prima di incontrare Socrate.
Nel Cratilo viene presentato come un sostenitore della correttezza per natura dei nomi; non sembra consapevole delle difficoltà che derivano dalla combinazione di questa tesi con l’Eraclitismo (v. dottrine in connessione con le etimologie).


Alètheia e Orthòtes nel Cratilo di Platone

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di Saverio Mariani
ritirifilosofici.it, 28 aprile 2019

La coincidenza fra nome e cosa, ovvero la loro intrinseca natura, è la tesi che sostiene Cratilo nell’omonimo dialogo platonico. Ermogene, insieme a Socrate, invece sostiene la tesi opposta: che fra la cosa e la parola vi sia estrinsecità, ovvero che fra la cosa segnata e il segno vi sia un distacco, una separazione, della cui natura lo stesso Ermogene si interroga.

Socrate, in questo dialogo che precede ed è in un certo qual modo preparatorio al Sofista, si trova all’interno di due estremi. La consueta operazione socratico-platonica conduce l’argomentazione dapprima a rendere insostenibile la tesi di Ermogene, e successivamente mostra le criticità interne alla teoria di Cratilo. Nella prima parte del dialogo infatti Socrate assume la posizione di Cratilo per controbattere Ermogene, ed infine si porterà al di là anche delle posizioni del primo di questi due.

Cratilo alla fine del dialogo non risulterà pienamente convinto dalle argomentazioni di Socrate (il dialogo si chiude con queste parole di Cratilo: «E sia, Socrate, ma anche tu prova ancora a comprendere queste cose», ovvero le idee che Cratilo siano vere), mentre Ermogene sembra inizialmente seguire Socrate nella sua argomentazione dialettica e infine quasi perdersi all’interno di una sua incertezza generale.

Tuttavia l’intero dialogo ha un obiettivo polemico ben più profondo, ed è certamente l’eraclitismo di Cratilo e le tesi di Eraclito stesso (oltre alle dottrine sofiste e più esplicitamente quelle di Protagora)…
Platone, attraverso questo dialogo sul linguaggio, sulla natura del nome e quindi della cosa, intende mostrare la necessità di un fondamento ontologico che assuma su di sé l’onere di “giustificare” il Mondo. Sia nella tesi dell’estrinsecità di nome e cosa, che in quella dell’intrinsecità, Socrate-Platone riconosce una debolezza ontologica che rende fragile anche la sua applicazione più direttamente linguistica. Sì, perché entrambe le posizioni non si fondano su una stabilità del presupposto che è invece garantita dalla dottrina delle idee.

Dal punto di vista drammatico, ma anche più specificatamente speculativo, la posizione di Socrate emerge candidamente nella distinzione fra Alètheia Orthòtes. Possiamo tradurre il primo termine con «verità», il secondo con «correttezza».
L’asimmetria fra questi due concetti è specchio dell’asimmetria fra il linguaggio e la cosa, o meglio fra la fondatezza del linguaggio e il fondamento della cosa. Orthòtes, infatti, deve sottostare ad Alètheia, e questa entra in gioco nel momento in cui si intende collegare il nome all’essenza della cosa. L’atto linguistico si dà anche senza verità, è un atto falso di per sé però linguisticamente corretto. La verità di un nome, dunque, non è la correttezza dello stesso, perché la prima si rivolge all’essenza della cosa.

Sta in questo scarto il nodo teoretico che Platone consegna al lettore con il Cratilo, riscrivendo il rapporto fra correttezza e verità che venivano, per lo più, schiacciate l’una sull’altra. L’Orthòtes è un’attività umana, che non dipende dalla realtà delle cose, e riguarda piuttosto la “costruzione” di un nome, il suo affidarlo alla cosa in maniera del tutto arbitraria.

La parte finale del dialogo, dunque, quella in cui Socrate si sposta decisamente verso un piano ontologico, non può essere vista come una deviazione. Lì, infatti, si è raggiunto il cuore dell’interesse platonico: lo studio del linguaggio è un banco di prova per la dottrina delle idee, e in un senso più ampio un modo per Platone per sfuggire alla dicotomia fra naturalismo presocratico e soggettivismo sofistico, dando ragione di una fondazione ontologica.

perché sia possibile un nome è necessario che vi sia un’altra realtà al di fuori del nome stesso, la realtà stessa delle cose alla quale i segni si riferiscono. Questa essenza è un’immutabile a cui è impossibile rinunciare, un Dio, un Ente supremo la cui verità emerge dall’analisi della realtà. Eppure quella che Platone definisce come la realtà stessa delle cose, ovvero l’idea di ogni cosa, si mostra a noi unicamente attraverso la sua corruzione nel mondo. E del linguaggio noi uomini abbiamo esperienza solo in termini “umani”, appunto, ovvero solo all’interno di questo mondo che è corruzione di una verità stabile e immutabile.

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