Flannery O’Connor #2. Nel segno della brevità: Tutti i racconti

La mia copia “spartana”

Il filo comune che lega i racconti di Flannery O’Connor è la volontà costante di presentare al lettore personaggi con i quali è certamente possibile identificarsi, ma solo mettendo da parte un’istintiva repulsione iniziale.

da altrianimali.it
8 settembre 2016

È necessario accantonare ogni velleità di appagamento personale o istantaneo e lasciarsi sopraffare gradualmente dalla caratterizzazione dei personaggi e dal ritmo della scrittura. La complessità della lettura non è dettata dal modo di scrivere, ma dal fatto che un lettore assuefatto a scritture confortanti e a scrittori accondiscendenti tenterà a tutti i costi di resistere ai modi brutali e diretti della penna di O’Connor. La singolarità dello stile dell’autrice infatti risiede nell’abbondanza di simboli e metafore che rappresentano sempre una realtà crudele e immediata.

[…]
«Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica. È un fatto, tanto vale dirlo a chiare lettere» scrive nel 1955 in una lettera per A., aggiungendo in un’altra lettera del 1958, «tutti i miei racconti parlano dell’azione della Grazia

Letteratura e religione convivono in lei sprigionando una risposta disorientante, soprattutto per quel lettore, già noto, che si aspetterebbe una risoluzione conciliante. Questi elementi animano in vari modi ognuno dei racconti dell’autrice statunitense e producono in ogni storia lo stesso imprevedibile e spiazzante epilogo.

È un gioco lacerante in cui i personaggi incarnano continuamente questa sintesi. Si mostrano come grotteschi burattini alle prese con orribili vicende dettate da un’ineluttabile Provvidenza divina: le calamità naturali, le malattie, i comportamenti feroci e irrazionali degli uomini; a questi eventi i suoi personaggi reagiscono con rabbia cieca, tentano di negare quella che per O’Connor è l’evidenza dell’intervento divino ma alla fine, sfiancati, se ne lasciano ammaliare e trovano nel mistero del sovrumano il senso della vita: una fonte di consapevolezza inesauribile e non negoziabile. In fin dei conti lo stesso destino sembrerebbe toccare al lettore dei suoi racconti: prima irritato dalla superficialità dei protagonisti, poi spaventato dal loro cinismo di fronte alla crudezza degli eventi e in fin dei conti profondamente ammirato dagli esiti imponderabili o quantomeno affascinato dall’inafferrabilità del mistero in cui tutto si risolve.

L’autrice, infatti, aspetta al varco non solo chi legge, ma anche il suo personaggio. I due sono destinati allo stesso modo a non vedere realizzate le rispettive certezze e aspettative, perché l’irruenza della Grazia divina arriva puntualmente a spazzar via tutto.
È in questo modo, per riprendere le riflessioni di Marisa Caramella che cura l’introduzione del volume Bompiani, che ogni storia di O’Connor «scuote, fa a pezzi, il lettore razionale». «Perché [di uomini e] di donne cieche e presuntuose, di intellettuali ironiche e grintose che si trovano improvvisamente a fare i conti con il mistero, la raccolta è piena.»
In questo commento si ritrovano alcune tracce per leggere la dura critica che O’Connor muove alla società in cui ha vissuto e in modo particolare ai cosiddetti interleckchuls (intellettualoidi). Ciò che osteggia è quel «buon senso» vagamente laico, razionale e illuministico degli intellettuali.

… il caleidoscopio dell’autrice ricompone in un’unica immagine letteratura e religione laddove scrivere e credere sono allo stesso modo un walking in darkness. Da queste premesse scaturisce l’analisi sferzante dell’umanità che popola gli Stati Uniti tra gli anni venti e cinquanta del Novecento e che non risparmia certo la comunità cattolica; anzi è proprio nel ventre del fedele medio che affonda il bisturi critico, come si evince da questo estratto citato Nel territorio del diavolo (raccolta di saggi di O’Connor tradotta da Ottavio Fatica per minimum fax):

«Se si arrivasse a snidare il lettore cattolico medio attraverso le paludi di “lettere al direttore” e altri luoghi dove esce per un attimo allo scoperto, ci si accorgerebbe che è più manicheo di quanto la Chiesa non gli permetta. Separando quanto più è possibile natura e grazia, ha ridotto la sua concezione del soprannaturale ad un pio cliché e ormai è capace di riconoscere la natura della letteratura in due sole forme: il sentimentale e l’osceno».

O’Connor è la scrittrice che ha ispirato e ammaliato tra gli altri Bishop, Barthelme, Carver fino ai nuovi talenti della letteratura americana; un’autrice che ha tratto ispirazione dal suo «caro vecchio lurido Sud», fucina di grandi Southerners come Faulkner o Capote; una scrittrice che affonda le proprie radici nel cattolicesimo proprio lì, in uno dei feudi della Bible Belt protestante dove la Chiesa di Roma è una minoranza; in una cittadella come Milledgeville che oggi conta poco meno di ventimila abitanti e che fu capitale della Georgia dal 1804 al 1868. Un luogo che incarna in modo esemplare la struttura e la meccanica di una società, quella a sud degli States per l’appunto, troppo complessa per essere ridotta a covo di bifolchi e bigotti integralisti religiosi.

«Tutto ciò che proviene dal Sud verrà chiamato grottesco dal lettore del Nord, tranne nel caso in cui sia davvero grottesco, e allora sarà chiamato realistico.»

La lente di ingrandimento di O’Connor in questo senso è privilegiata. Gran parte della sua esistenza la passò studiando, scrivendo, allevando gli animali della sua fattoria, soprattutto pavoni e polli che amava dipingere, e tenendo conferenze tutte le volte che riusciva a viaggiare, nonostante la gravità della sua malattia. Ma soprattutto spese il suo tempo a osservare la propria comunità con occhio vigile e acuminato, riproducendo con dovizia di particolari e sfumature, tra le altre, la narrazione del country come to town.

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[…]
O’Connor riempie i suoi personaggi di una materia grezza che attinge dall’asprezza della realtà e, allo stesso tempo, li fa risplendere di una luce che ne dilata sguardo e pupille come quando gli occhi, al buio, sono costretti a sforzarsi per far entrare quel po’ di luce disponibile; e ciò anche, e soprattutto, di fronte alla loro lapalissiana grossolanità. L’autrice infatti è alla continua ricerca del crossroads, un incrocio, il punto di contatto dove terreno e divino si incontrino.

«Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero. Naturalmente, può essere che lo riveli a se stesso, oltre che al suo pubblico. E può anche essere che non riesca a rivelarlo nemmeno a se stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza.»

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