L’inglese e la comunicazione scientifica

Se l’inglese è ormai, per comune ammissione, e forse anche per generalizzata resa, la lingua della comunicazione scientifica, è lecito chiedersi quale ne sia l’effetto sulla nostra pratica linguistica.

Brani tratti da
“L’inglese, la linguistica, e il livello del colesterolo. Sulla questione dei prestiti nel linguaggio scientifico”
di Pier Marco Bertinetto (*)

Immagine: Shirin Abedinirad, Torre di Babele; installazione interattiva, in collaborazione con Gugo Torelli.

[…]
Il linguista osserva ed interpreta i dati, senza arrogarsi il diritto di giudicarli. Poiché la lingua appartiene a tutti, sarebbe assurdo che prendesse posizione in favore dell’esigua minoranza di persone talmente rispettose del proprio idioma, da farsi scrupolo di apportare ad esso la minima modifica. Agli occhi del linguista, un processo di contaminazione, una perdita di connotati, diciamo pure un corrompimento della struttura, sono assai più interessanti di un’immutata conservazione.
In questo, il linguista assomiglia al biologo, che osserva compiaciuto le trasformazioni, le battaglie, i cannibalismi degli organismi viventi in provetta. A voler essere maliziosi, si potrebbe anzi dire che il gusto del linguista per le trasformazioni, comunque innescate, nasconde un conflitto di interessi, perché l’assenza di mutamento, riducendo la poliedricità del suo oggetto di studio, toglierebbe forza al suo ruolo accademico. Ma ovviamente sappiamo che non è così: le dinamiche sociali, inclusi quindi gli scambi linguistici e ciò che ne consegue, sono fenomeni molto complessi e assolutamente degni di interesse in sé e per sé. Tuttavia, poiché non è illecito spogliarsi talvolta dell’abito curiale (o della toga) e partecipare anche emotivamente alle questioni che hanno rilevanza sociale e culturale, spero che si vorrà guardare con benevolenza al mio coinvolgimento nella materia.

Se ho dunque detto che nell’interscambio linguistico il consumatore, ossia l’utente, ha sempre ragione, ciò non va inteso nel senso che questi faccia sempre le scelte più appropriate. Del resto, neppure nel commercio il consumatore è esente da pecche: talvolta, i gusti espressi dalla maggioranza sono addirittura pessimi.
Lo stesso accade nell’evoluzione delle lingue, se decidiamo di considerare il fenomeno da un punto di vista estetico (o, diciamo pure, con ottica elitaria).
Assistere senza reagire al corrompimento della propria lingua denuncia, in fondo, una certa incultura. Che questo sia il frutto – come per lo più accade ed è accaduto – della pressione, anche legata al numero, di classi sociali svantaggiate e quindi escluse dalla cultura dei ceti economicamente dominanti (siano essi i poveri/ignoranti, o semplicemente le generazioni più giovani, in naturale competizione con quelle più anziane), lo si può facilmente capire. Che invece ciò avvenga per l’inerte complicità, o addirittura con il fatuo compiacimento, dei membri di cultura medio-alta della società, i quali accolgono a man bassa prestiti immotivati dalla lingua egemone con l’illusoria convinzione di poter esibire in questo modo la propria eccellenza intellettuale, ebbene questo è un fatto che si ha tutto il diritto di considerare indisponente.

Dire, dunque, che il consumatore linguistico ha sempre ragione non presuppone una presa di posizione né morale né estetica. È semplicemente una constatazione. L’utente ha ragione per il semplice fatto che, alla lunga, la lingua si modella secondo la pressione imposta dai più.
Di questo principio si potrebbe anzi allegare una formulazione ancora più caustica, ispirata ad una disarmante formula di Fruttero e Lucentini: nell’evoluzione linguistica si esercita la “prevalenza del cretino”. Ovvero, smorzando i toni, si potrebbe dire che, nella circolazione linguistica, la parola “cattiva” scaccia quella “buona”; il che non è sempre vero, ma al vero si avvicina. Tuttavia, sappiamo bene che, una volta metabolizzato il cambiamento, gli uomini finiscono sempre per amare la propria lingua, qualunque sia l’assetto che essa presenta.
Per quanto avventuroso sia stato il percorso attraverso cui si è giunti alla nuova fase, ci saranno sempre piccole schiere di puristi, pronti a sostenere che quel determinato stadio di sviluppo rappresenta il punto d’arrivo perfetto, da cui non ci si dovrà mai più scollare. Ma il cretino, pardon l’utente, resta sempre in agguato, per la gioia del linguista. (1)


[…]
Ci sono vari aspetti che meritano di essere segnalati. Innanzi tutto, poniamoci nei panni di uno studente che si accosti alla disciplina, ed abbia bisogno di comprendere e metabolizzare i concetti di base. Costui potrebbe facilmente imbattersi in un manuale che gli propone scelte terminologiche idiosincratiche o linguisticamente scorrette…
Possiamo tranquillamente escludere che l’apprendimento tragga giovamento dall’incontro con scelte lessicali peregrine. Nei casi peggiori, lo studente potrebbe addirittura tardare a rendersi conto che le nozioni sottostanti a due termini scientifici, appresi durante la lettura di due manuali propedeutici, sono in realtà la stessa cosa chiamata con nomi diversi. Non è soltanto una perdita di tempo; è uno spreco delle altrui risorse intellettuali
Si obietterà che le scelte idiosincratiche esistono anche indipendentemente dal fatto che si agisca di rimessa, utilizzando una terminologia originariamente proposta in un’altra lingua. Assolutamente vero. Il problema sta però nel fatto che coloro che intendono introdurre scelte terminologiche personali ne sono normalmente consapevoli, e sono quindi portati a giustificare le proprie proposte. Non di rado, colui che lo fa ha anche valide ragioni per farlo, nel qual caso ci si rammarica qualora il suo punto di vista non prevalga. Quando invece l’idiosincrasia riguarda ambiti terminologici già sufficientemente standardizzati, si finisce quanto meno per gravare inutilmente la memoria del discente, complicandogli un processo di apprendimento già in partenza tutt’altro che agevole.

Ma il problema, in realtà, esiste anche per chi studente non è. Ed anche a voler concedere che, per costoro, il rischio di fraintendimenti sia scongiurato dall’accumulo di esperienza e conoscenze, si dovrà pur riconoscere che la sovrapposizione di serie terminologiche alternative costituisce quanto meno un intralcio.
[…]
Ma ciò che soprattutto mi preme sottolineare è il fatto che la coniazione non debitamente sorvegliata di terminologia tecnica, nel momento in cui genera inutili “doppioni”, può giungere al punto di rendere instabili le stesse fondamenta teoriche di importanti nuclei concettuali, complicando l’elaborazione e il trattamento di nozioni basilari.

Si pensi soltanto al caso di sentence reso talvolta come ‘frase’, talaltra come ‘enunciato’. Siamo davvero sicuri che questi fatti siano innocui, quando sappiamo che ‘frase’ ed ‘enunciato’ sono esplicitamente definiti come oggetti diversi da vari studiosi? Si rifletta senza preconcetti, ma anche (è importante) senza indebite semplificazioni. È ben vero che di nessun termine tecnico si può dare una definizione ultimativa: ciascuno di essi subisce una costante evoluzione, ossia è oggetto di incessante riformulazione e rifocalizzazione. Tuttavia, nel momento in cui gran parte della letteratura scientifica è di fatto veicolata in lingua inglese, l’incertezza terminologica nel tradurre costituisce un impaccio non trascurabile, che si somma alle normali difficoltà dell’elaborazione concettuale. La subalternità linguistica – che è poi lo specchio, e di ciò bisogna essere consapevoli, di una subalternità culturale – finisce in tal modo per riflettersi in un costo valutabile, se non proprio in termini di maggior difficoltà nella riflessione teorica (il che non è peraltro da escludersi, data l’accresciuta babele), certamente in termini di maggior impaccio nello scambio informativo. Ossia, di rallentata propagazione della conoscenza. (2)


Dato che lottare contro la cultura e la lingua dominanti è un po’ come combattere contro i mulini a vento, è sicuramente preferibile rivolgere in altra direzione i propri sforzi. Sempre ammesso che, in relazione ai problemi sopra esposti, si voglia non solo prendere coscienza del fatto, ma anche cercare una soluzione. È molto diffusa infatti – specie tra i linguisti – l’idea che nulla debba essere fatto, perché qualunque intervento si configurerebbe come un’ingerenza dal sapore puristico che, oltre ad esser vista con fastidio, risulterebbe per giunta inutile. Io credo tuttavia che tra il noncurante laissez faire e il velleitario dirigismo ci sia spazio per interventi dalla portata limitata e di natura ragionevole.
Sono senz’altro d’accordo di scartare la soluzione verticistica, consistente nell’istituire implausibili commissioni per la “difesa della lingua”, tanto care ad una certa destra italiana. Erigere barriere contro l’avanzata impetuosa dell’uso linguistico non potrebbe che sortire effetti penosi per l’incauto geniere.
Ritengo più utile immaginare soluzioni di carattere minimalista ed ecologicamente compatibili, consistenti nell’istituire non già commissioni centralizzate, ma strutture di servizio ad opera delle associazioni scientifiche di settore. Di ciascun settore, intendo dire. Solo i linguisti possono ragionare, ed eventualmente intervenire, sul lessico tecnico della propria disciplina, così come solo i medici o gli ingegneri potrebbero farlo per gli ambiti di propria competenza.
Ma questa non sarebbe che la premessa, tanto indispensabile quanto ovvia. Essenziale è definire la modalità di funzionamento di un simile organismo. Non dovrebbe, né potrebbe, trattarsi di comitati con potere decisionale ed impositivo, poiché le soluzioni da essi eventualmente proposte rischierebbero di rivelarsi meno felici di quelle escogitate all’esterno dei comitati stessi. L’efficacia sarebbe pertanto nulla. Poiché il mercato ha le sue leggi, è da supporre che le proposte migliori avrebbero le migliori probabilità di imporsi, qualunque ne fosse la fonte. Dovrebbe invece trattarsi di strutture leggere, con funzione di documentazione e ricircolo dell’informazione. Nella forma più blanda, e probabilmente più proficua, ogni associazione scientifica potrebbe predisporre la compilazione, ed il periodico aggiornamento, di apposite liste relative alla terminologia della disciplina, cui potrebbero utilmente riferirsi tutti gli addetti ai lavori. Liste, aggiungo, possibilmente corredate dai riferimenti alle opere in cui ciascun traducente è stato inizialmente proposto; una cosa che, con la collaborazione degli interessati, si potrebbe riuscire ad ottenere.

Ciò produrrebbe un duplice vantaggio.
In primo luogo, chiunque dovesse tradurre, o semplicemente usare, il linguaggio settoriale della propria disciplina avrebbe accesso ad un repertorio completo di scelte preesistenti, che gli eviterebbero la fatica ed il rischio della neoconiazione. Questo scongiurerebbe se non altro – e non sarebbe cosa da poco – il fastidioso neologismo d’accatto, spesso dovuto alla fretta del tradurre piuttosto che al meditato intervento dello specialista.
In secondo luogo, chiunque desiderasse integrare o correggere le scelte terminologiche esistenti, avrebbe a propria disposizione uno strumento per diffondere la propria proposta, purché si preoccupasse di darne comunicazione ai redattori dell’elenco.
È da supporre che, avendo agio di confrontarsi con un inventario completo delle scelte già fatte, le innovazioni verrebbero meditate per bene, col risultato di contenere la proliferazione incontrollata ed indesiderabile di doppioni ingiustificati.
Ma quand’anche così non fosse, sarebbe comunque giovevole, sia per il proponente sia per la comunità scientifica nel suo complesso, poter accedere ad un repertorio esauriente di nomenclatura tecnica. Avere sotto gli occhi il quadro completo delle scelte aiuta comunque il nostro agire, rendendoci maggiormente consapevoli. Non escludo, ovviamente, che un’associazione di settore possa anche spingersi a suggerire delle scelte preferenziali, allo scopo di accelerare la standardizzazione terminologica. Se questo avvenisse con la debita souplesse, e con doveroso senso dei limiti, ossia con la consapevolezza che le scelte possono essere tutt’al più suggerite, non certo imposte, ciò potrebbe anche avere un senso ed ottenere risultati. Ma questo, aggiungo subito, è un fatto sul quale non insisterei, e che dovrebbe essere lasciato alla libera, purché concordata, interpretazione delle singole associazioni disciplinari.
Quello che davvero considero irrinunciabile, per ottenere quell’obiettivo di ecologia intellettuale che ho additato, è la predisposizione di strumenti di informazione diffusa e partecipata. Perché se c’è un lato positivo, nella perenne vittoria del consumatore/utente linguistico, esso sta proprio nel suo carattere inerentemente democratico. Su questo occorre dunque far leva, se si vuole porre un freno all’effetto destabilizzante dell’anarchia.
Per ciò che riguarda la linguistica, in effetti, qualcosa esiste già, ed ha tutta l’aria di essere la cosa cui io stesso avevo pensato. Quando stavo per congedare questo testo per la stampa, ho ricevuto il volume curato da Franco Lorenzi, in cui si dà notizia del Dizionario del Lessico Metalinguistico; un’iniziativa che prevede la costituzione di un sito elettronico, concepito proprio per la documentazione del lessico tecnico della disciplina. Dunque, forse i tempi sono davvero maturi, e la speranza non andrà delusa. (3)


[…]
L’inglese, o per lo meno un inglese non adeguatamente metabolizzato linguisticamente, ossia non debitamente ripensato secondo le possibilità espressive della lingua in cui viene trasposto, comporta per tutti noi un aggravio di attenzione, un surplus di cautela interpretativa, un costante stato di allerta esegetica che appesantisce la nostra digestione intellettuale. Esso rischia di intorpidire l’attività del pensiero, come in un dopopranzo inasprito dall’eccesso di grassi.
Mi rendo conto della delicatezza del tema trattato. Quando si riflette sull’argomento dei prestiti, ci si lascia talvolta prendere dallo sgomento, sbandierando il rischio dell’imbarbarimento della lingua. Niente di più sbagliato. I prestiti, se opportunamente gestiti, non solo non impoveriscono, ma semmai arricchiscono la lingua che li accoglie.
L’inglese, proprio lui, è una lingua che ha subito una profonda ibridazione – e non solo a livello lessicale – in una certa fase della propria storia, annacquando i propri originari connotati germanici in un prolungato bagno romanzo. Tant’è vero che se oggi cerchiamo di applicare i collaudati criteri di classificazione, ci rendiamo conto dell’anomalia di questa lingua, difficilmente inquadrabile negli abituali canoni tipologici. L’inglese è infatti una strana lingua flessiva, che presenta talune caratteristiche tipiche delle lingue isolanti.
Se dovessimo trattare la cosa nei termini allarmistici tanto consueti quando si parla dell’italglese, o itangliano che dir si voglia, dovremmo considerare l’inglese il classico esempio della lingua infiacchita dalle aggressioni esterne. Invece, proprio questa profonda ibridazione ha molto contribuito a fare di questa lingua lo straordinario strumento di conquista che oggi è divenuto. Se gli americani parlassero uno di quegli idiomi dalla struttura fonologica complessa, con molte terminazioni casuali e magari un complicato sistema di accordo pronominale, come si osserva in tante lingue naturali, c’è da credere che la diffusione della loro lingua non sarebbe altrettanto prorompente.

È bene dunque distinguere i piani.
Riserverei il fastidio, e magari l’indignazione (senza mai giungere all’allarmismo), ai casi di stucchevole esibizionismo linguistico di cui ho parlato sopra, a proposito di quella modalità comunicativa che consiste nello scimmiottare l’inglese mentre si parla in italiano. Di fronte ad essa, provo un forte disagio; sia per lo sbandieramento di un presunto spirito cosmopolita di cui non riesco a convincermi; sia per l’incultura che traspare in chi non prova affetto non dico per la propria lingua, ma per le lingue in generale. Cosmopolita è semmai colui che cerca di parlare appropriatamente l’italiano, l’inglese, o qualsiasi altra lingua (come il protagonista di quel bel racconto di Joseph Roth, intitolato Il busto dell’imperatore).
Se proprio si vuole invocare la “difesa della lingua”, riserverei il concetto a questa sfera di comportamenti. In effetti, mi piacerebbe che i modelli linguistici esibiti da politici, giornalisti, artisti ed intellettuali fossero tali da contribuire alla diffusione di una lingua espressiva ed elegante al tempo stesso.
Tuttavia, l’argomento di cui mi sono occupato in questo scritto, parlando del linguaggio scientifico, ha ben poco a che vedere con il tema della “difesa della lingua”: si tratta piuttosto del problema della “standardizzazione” dei linguaggi tecnici. Un processo indubbiamente complesso, ma che non dovrebbe di per sé suscitare il benché minimo allarmismo.
Rispetto ad esso, mi parrebbe giusto adottare un atteggiamento di cauto interventismo, con lo scopo precipuo non già di imporre e modellare, bensì di assistere il processo di standardizzazione, mirando a renderlo più efficiente e più veloce. Ed anche (perché no?) cercando di migliorarne il risultato sul piano estetico.
Se la situazione qui descritta per la linguistica si presenta anche, come io ritengo, nelle altre discipline, credo che ci sarebbe molto da guadagnare e nulla da perdere nell’adottare la modesta proposta che ho sopra illustrato; e che possiede se non altro il pregio di suscitare un atteggiamento democraticamente partecipativo da parte degli addetti ai lavori, senza deleghe a presunti esperti o detentori della legalità puristica. Si tratterebbe di un intervento non invasivo ed ecologicamente sostenibile. Resta da vedere se si avrà il coraggio, nei diversi ambiti disciplinari, di lasciar da parte le remore e di darvi corso. (4)

(1) dal paragrafo 4: L’inglese e la “prevalenza del cretino”.
(2) dal paragrafo 5: L’inglese e la linguistica: conseguenze babeliche.
(3) dal paragrafo 6: Una modesta proposta di intervento per la standardizzazione terminologica.
(4) dal paragrafo 7: L’inglese e il colesterolo: seconda interpretazione.

Testo completo


(*) Pier Marco Bertinetto insegna Linguistica Generale presso la Scuola Normale Superiore.
È direttore di: Italian Journal of Linguistics /Rivista di Linguistica, che ha cominciato le pubblicazioni nel 1989.
Dal 2006 è membro della Suomalainen Tiedeakatemia (Finnish Academy of Sciences), della Academia Europaea dal 2010 e della Österreichische Akademie der Wissenschaften dal 2012.
È stato eletto presidente della Societas Linguistica Europaea per il 2009.

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