Per difesa e per amore

Calvino aveva ragione a temere il dilagare dell’«antilingua», del «burocratese» come modello trainante che promuove forme neutre e distanti dall’uso corrente.

di Gian Luigi Beccaria

Al burocrate ottemperare pare più appropriato di rispettare, diniego di rifiuto, condizione ostativa di impedimento.
È caratteristica dell’uomo di scrivania il buttarsi, quando può, sui termini più complicati.
… non esistono tipi e problemi, ma tipologie e problematiche.
Tra fare ed effettuare o eseguire (nella vetrina di un bar della mia città ci sta scritto “Si eseguono panini”!), tra marcia indietro e retromarcia, tra andare e recarsi, tra arrivare e pervenire, tra lode ed encomio, tra parlare e interloquire, la scelta cade regolarmente sulla seconda delle due possibilità.

Esondare sembra più appropriato di straripare, farmaco di medicina, terapia più prestigioso di cura, sedativo o analgesico più efficaci di calmante.
Il burocrate tende al lessico paludato, sopra le righe. Obliteratrice guarda come a un parente povero la macchinetta per annullare il biglietto.
È il doppio binario appunto sul quale corre la nostra lingua oggi.
Da un lato ha largo corso un più libero italiano familiare, dall’altra preme un italiano succubo di un modello ufficiale, un tipo di linguaggio al quale i francesi hanno affibbiato (prima al politichese, quello di sinistra, poi a ogni tipo di linguaggio colmo di luoghi comuni) l’etichetta di langue de bois, ‘lingua di legno’, calco dal russo dubovyi jazuk, ‘lingua di quercia alla lettera, formula che in origine bollava il linguaggio convenzionale della burocrazia zarista, per definire poi il gergo dell’apparato comunista sovietico.

Come dicevo, il burocrate (è la regola) ha sempre amato buttarsi sulle formule solenni («è fatto obbligo a chiunque di» invece di «tutti devono»), sul termine che sembri il più dotto possibile, ritenuto tanto più adeguato quanto più distante dall’uso comune.
Espressioni non strettamente necessarie alle esigenze della denotatività sono preferite ad altre più usuali: esercente a negoziante, transitare a passare, avvalersi a servirsi, rinvenire a trovare, usufruire a usare, conferire a dare. Sembrano parole analgesiche librate in un centro immateriale. Noi agli “assi viarii” preferiamo le “strade”…
Il modello cui si ispira è quell’altezza colta del linguaggio giuridico colmo di latinismi che incutono rispetto (e riescono immediatamente incomprensibili al comune parlante).

I linguaggi ufficiali sterilizzano l’enunciato, lo fanno avanzare con passo prudente, circospetto, ma perentorio: modi come procedere all’arresto rispetto ad arrestare, procedere a un controllo rispetto a controllare, sembra che facciano riferimento ad atti più ponderati, a decisioni più meditate. Questo lasciar colare la lingua come in stampi prefabbricati, questo adagiarsi nel formulismo, nell’impersonale routine di provata ufficialità, più che alla volontà di essere chiari e precisi, è quasi sempre dovuto all’umana pigrizia.
Un signore di Genova mi ha raccontato di aver perduto il treno alla stazione Termini per un equivoco linguistico tra recapito di viaggio per l’Eurostar e biglietto: gli chiedevano di esibire quel dannato recapito, rispondeva di non averlo, aveva soltanto il biglietto, che per la verità è la stessa cosa… ma intanto nel tergiversare verbale il treno è partito. 

La lingua delle istituzioni e dell’amministrazione continua a restare distante dai suoi naturali destinatari, spesso non riesce a raggiungerli.
Non è un problema di oggi, si tratta di un male secolare: la troppa distanza dalla parlata comune. Recentemente si è cercato di correre ai ripari.
Nel 1993 l’ex ministro Cassese ha fatto redigere un Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso delle amministrazioni pubbliche, e l’ha mandato a tutti gli uffici perché lo usassero. Già l’avevano fatto Francia (con L’administration au servite du public, Parigi 1987) e Spagna (con il Manual de estilo del lenguaje administrativo, Ministerio para las administraciones públicas, Madrid 1990, 1991).
In seguito il nostro Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio dei ministri ha pubblicato un Manuale di stile. Strumenti per semplificare il linguaggio delle amministrazioni pubbliche (Bologna 1997), a cura di Alfredo Fioritto, volumetto che contiene una raccolta di regole utili e di suggerimenti per aiutare le amministrazioni a comunicare meglio con i cittadini.

«Burocratese» è dizione coniata da giornalisti. È difficilmente definibile. Ha comunque dei caratteri particolari.
Alcuni li abbiamo già indicati. Intanto è un linguaggio ridondante («gli appositi cartelli», che non possono che essere appositi, «un elenco debitamente firmato», «prendere buona nota», «la richiesta documentazione»).
Tipici i participi assoluti, del tipo atteso +sost. in luogo di «per» («attese le peculiari esigenze del…»), o fatto salvo +sost., nel senso di ‘tranne’ («fatti salvi i primi dodici mesi…»).
Tipici ancora i verbi derivati da sostantivi (il già ottocentesco attergare, disdettare, referenziare, notiziare, addirittura turnare), e altri denominali audaci, come i recenti turnazione, zonizzazione. 
Abbondano i sostantivi a suffisso zerobonifico, subentro, storno, condono, esborso, scorporo, sfuso, la lettera di accompagno e non «di accompagnamento»; leggo in Re 11.12.02, nella cronaca di Milano «…come recita la ‘determina dirigenziale’ dello scorso giovedì 5»: si voleva dire deliberazione o delibera, o decisione.

Utilizzo è oggi universalmente esteso dal «burocratico-bancario» («l’utilizzo di un fido») ad altri ambiti e ad altri registri: sento dire correntemente anche dal più raffinato degli studenti di Lettere «L’utilizzo dell’endecasillabo da parte di Leopardi…». E perché non uso, impiego o simili? Ma utilizzo ha sbaragliato ormai i concorrenti. Non stride più come un tempo. Alla mia generazione in realtà suona ancora come elemento estraneo. Come quell’estirpo di piante, vigneti ecc., che i tecnici dell’agricoltura stanno accogliendo: ai loro orecchi estirpazione suona vetusta.
Ai miei stride invece il verbo posizionareora di largo impiego. Più che dal burocratico, ci giunge da ambiti tecnici. È di uso quasi generale. Eppure a me sembra che si deturpi il capolavoro di Van Eyck ogni volta che qualcuno accenna al barboncino «posizionato» ai piedi dei coniugi Arnolfini. Ma perché non «collocato»?
E mi cala di botto l’appetito quando la cameriera ti dice di voler «posizionare», e non più posare, il piatto sul tavolo!

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