Paul Klee, docente al Bauhaus: 3.900 pagine di taccuini online

I Paul Klee Notebooks raccolgono i suoi saggi sull’arte moderna e le lezioni tenute dal 1921 al 1931 al Bauhaus, fondato a Weimar nel 1919 da Walter Gropius.

da ReteINDACO (*)

Il Bauhaus (Istituto superiore di istruzione artistica) nacque per promuovere un nuovo metodo educativo in grado di superare l’antinomia arte-artigianato. Tale metodo era inoltre finalizzato all’unità e armonia tra le diverse attività artistiche.
Nel 1920 fu proprio il fondatore, l’architetto Walter Gropius, a chiamare al Bauhaus come docente Paul Klee. Lì ebbe modo di lavorare al fianco di artisti come Johannes Itten, Lyonel Feininger, László Moholy-Nagy e Vassily Kandinsky. Il pittore svizzero insegnò al Bauhaus occupandosi di una grande varietà di corsi.
Nella scuola Klee svolse una forte azione equilibratrice, tanto che Gropius lo definì «l’estrema istanza morale del Bauhaus».

Nel 1925 il Bauhaus, osteggiato dagli ambienti più conservatori, fu costretto a concludere la sua attività a Weimar. Riaprì a Dessau e nel 1926 gli fu riconosciuto il titolo di Hochschule für Gestaltung (Istituto superiore di figurazione). Nella sede di Dessau, dall’aprile del 1927 Klee tenne il corso di pittura da lui fortemente richiesto. Nell’ottobre dello stesso anno cominciò a insegnare “teoria della composizione” nel laboratorio di tessitura.
Dopo il 1931, assunse la docenza presso l’Accademia di Düsseldorf ma fu costretto ad abbandonarla nel 1933 su pressione del regime nazista. Il regime giudicava infatti la sua produzione, insieme a quella degli artisti a lui contemporanei e vicini d’esperienza, come “arte degenerata”.

Nel suo approccio all’arte, Klee ha tentato di evitare qualsiasi tipo di dogma e questo si riflesse anche nella sua esperienza al Bauhaus. Per via del suo modo gradevole ma certo non superficiale di insegnare, era noto nella scuola come il ‘mago’. Dai suoi allievi venne soprannominato anche il Buddha: era, infatti, molto distaccato da tutte le attività sociali svolte all’interno dell’istituto e veniva considerato, sempre dai suoi studenti, alla stregua di un oracolo.
Come lui stesso ebbe a dire, non insegnò ad artisti emergenti, ma a «creatori, professionisti che lavorano». Come Walter Gropius era convinto che l’arte stessa non può essere insegnata, ma che possa nascere solo attraverso l’intuizione.

Durante il periodo al Bauhaus, Paul Klee era solito scrivere annotazioni, schemi e schizzi su quaderni, taccuini e fogli sparsi che poi servivano come base per la sua attività di docente.
Questo preziosissimo lascito si è fortunatamente tramandato fino a noi sotto forma di 3.900 pagine di appunti delle lezioni, conservate e digitalizzate dal Paul Klee Zentrum di Berna.
Il critico Herbert Read li definì “la più completa presentazione dei principi del disegno mai fatta da un artista moderno, costituiscono i Principia Aesthetica della nuova era dell’arte in cui Klee occupa una posizione paragonabile a quella di Newton nel campo della fisica”.
Questi documenti rivelano il suo metodo di insegnamento innovativo e inusuale, attraverso il quale forniva agli studenti un approccio per sviluppare l’espressione artistica passo dopo passo. La promozione di un approccio teorico al fare arte.


Il Paul Klee Zentrum è un museo privato destinato all’opera del grande pittore, realizzato alla periferia di Berna dal Renzo Piano Building Workshop in collaborazione con ARB architects e con il sostegno della Fondazione Maurice E. & Martha Müller, committente dell’intero centro culturale.
Si tratta di un enorme spazio espositivo di oltre 4.000 mq, suddiviso in tre padiglioni a guscio, ognuno dei quali ospita le testimonianze di ciascuna delle altrettante specifiche tappe caratterizzanti l’iter professionale dell’artista tedesco e della sua maturazione; a questi grandi contenitori sono anche affiancati un auditorium, stands per bookshops, bar, sale congressi e aree interattive per bambini.
Il museo contiene la preziosa collezione di Paul Klee, formata da oltre 4.000 opere, donate da Paul-Klee Stiftung e dagli eredi del figlio Felix Klee, cioè circa la metà della sua intera produzione.
Alla base del progetto doveva esserci un principio fondativo, in cui l’opera d’arte doveva tornare protagonista e, quindi, l’artista, mentre l’architettura doveva solo accompagnare il fruitore nel percorso di conoscenza della più ampia porzione della vastissima produzione di Klee.
La risposta dello studio di Renzo Piano è stata la discreta sagoma esterna della copertura, morbidamente fluttuante nelle tre onde dei padiglioni, tra il giallo dei campi circostanti. È, questa, l’unica emergenza del museo visibile sul territorio, poiché l’intera struttura si sviluppa al di sotto di questo organico e compatto guscio di legno. Le sale espositive, infatti, sono dislocate al di sotto della linea di terra, confondendosi con le viscere del sottosuolo.
Abbandonata la gioiosa inquietudine tecnologica del Beaubourg, la forma generale dell’involucro esterno scaturisce da un processo di metamorfosi con la natura e di mimesi tra le curve delle montagne circostanti; mentre, all’interno, dislocate nelle basamento dei padiglioni, le sale espositive si sviluppano in una graduale sequenza che accompagna il visitatore, inducendolo alla concentrazione estetica con la loro semplice essenzialità.
Il Paul Klee Zentrum, tuttavia, è molto di più di questo, perché, pensato per essere principalmente un centro di studio e di ricerca.
A livello percettivo, come si è detto, il manufatto architettonico rifugge la spettacolarità della forma esterna e innesca un rapporto con la città antica, quella storicamente stratificata, la periferia in sviluppo, le arterie di scorrimento automobilistico e le montagne circostanti.

Da archimagazine, “Architettura vs paesaggio.”, di Elena Manzo
(Architetto, Professore Associato di Storia dell’Architettura presso la Facoltà di Architettura “Luigi Vanvitelli” della Seconda Università di Napoli)


La quasi intera totalità dei taccuini del pittore tedesco è conservata a Berna, al Zentrum Paul Klee, il museo nato per promuovere e far conoscere l’opera dell’artista; oltre a conservare i suddetti manoscritti, si è occupato anche della loro digitalizzazione.
In questo modo sono stati resi liberamente disponibili in una banca dati sia il libro di lezioni ed esercitazioni sia le stesse 3.900 pagine manoscritte, utilizzate dal pittore come fonte per il suo insegnamento al Bauhaus.

(*) ReteINDACO è una grande biblioteca digitale, una straordinaria raccolta di risorse a disposizione degli utenti delle biblioteche che scelgono di aderire al progetto.

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