Chiudete internet! Ma il vero problema siamo noi…

Le sfide e i rischi della rete: non è un caso che due giornalisti esperti di internet, Christian Rocca e David Puente, siano usciti quasi in contemporanea con un libro che ne denuncia i limiti.

Angela Azzaro
da Il Dubbio, 10 maggio 2019

Christian Rocca ha pubblicato Chiudete internet e il cacciatore di fakenews David Puente Il grande inganno di internet. Non sono due bacchettoni che auspicano il ritorno al passato, al tempo che fu, quando non c’era internet e tutto, ma proprio tutto, andava bene. Né sono moderni luddisti che vogliono spaccare tutto.
Sono due esperti che con i nuovi linguaggi hanno a che fare quotidianamente e proprio per questo lanciano l’allarme.

Puente si concentra sul tema delle bufale – si diceva un tempo – che stanno avvelenando la comunicazione social e il giornalismo. Ci aiuta a capire come decostruirle, come risalire a chi le produce e perché.
«Cui prodest?», è infatti la sua domanda.
Internet è entrato a far parte della nostra quotidianità. Non c’è parte della vita – on line e off line – che non sia condizionata dai suoi meccanismi. Non sicuramente la politica, non il populismo o il sovranismo, processi complessi che senza i social non sarebbero però comprensibili.
La crisi della rappresentanza, la disintermediazione, lo ‘hate speech‘, le aggressioni che diventano pane quotidiano del confronto, l’odio per il diverso: sono tutti temi che attraversano la modernità e che vanno risolti al più presto.

Ma non si può fare, sottolineano giustamente Rocca e Puente, se non capiamo e affrontiamo il mondo del web. «Le innovazioni – scrive Rocca – le devi governare». «La sfida del nostro tempo è quella di trovare un modo di regolamentare le grandi piattaforme digitali, come si è fatto in passato con i mezzi di comunicazione di massa e con le telecomunicazioni, o con l’energia e le infrastrutture, altrimenti non ci saranno più rimedi contro la fine del mondo…».
È un impegno che non possiamo rinviare, è la sfida del presente, anche e soprattutto per chi fa politica. O si affronta questo tema o non ne usciamo vivi. Del resto nel passato è stato così. Anche con le altre rivoluzioni industriali (e questa lo è) o si reagiva come i luddisti o si subiva il cambiamento, oppure – ed è quello che vorremmo fare noi – bisogna governarlo.
Lo stesso, sottolinea Rocca, andrebbe fatto per internet, invece non accade. Ma se non lo si fa, se non si capisce il grave rischio che stiamo correndo, tanto vale – è la “modesta proposta” di Rocca – chiudere internet. Dire basta. Arrendersi. Una provocazione, che Rocca aveva già lanciato quando era direttore de “Il Magazine” del Sole 24ore, e che oggi sembra ancora più attuale.

Eppure c’è qualcosa che resta fuori. E siamo noi. La cultura che abbiamo introiettato, quello che siamo diventati. Internet ci è talmente entrato dentro, ci ha talmente cambiati, che non basterebbe – anche se è necessario – regolamentarla.
La sfida che va parimenti lanciata è quella culturale. La società del rancore, ora vero e proprio odio, descritta dal Censis, corre parallela al web: se ne nutre, si rafforza sui social, succhia il sangue di internet ma poi agisce nella realtà, sfoga nella vita reale il rancore accumulato.

Prendiamo ad esempio il processo mediatico che qui sul Dubbio abbiamo sviscerato e continueremo a farlo: non sempre si tratta di false notizie, ma di notizie date male, di un linguaggio che invece di chiarire, confonde, istigando le persone all’odio, ai processi sommari, alla gogna. Non basta regolamentare.
È necessario disinnescare un meccanismo ormai troppo ben oliato, smontare un linguaggio ormai diffuso, pensare i diritti fuori dalla logica dei confini, della discriminazione. Non è facile. Ma necessario.
Altrimenti la provocazione di Rocca diventa una realtà e oltre a chiudere internet, si chiude tutto, arrendendosi alla barbarie.

Immagine: Emilio Vedova, Immagine del tempo (Sbarramento), 1951.

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