L’Agenzia, o la ‘fabbrica dei troll’

Da un anonimo edificio di San Pietroburgo, un’armata di troll ben pagati lavorano con turni di 12 ore per avvelenare ogni discussione su internet e condurre campagne di disinformazione

da un articolo di Adrian Chen
The New York Times Magazine, 2 giugno 2015
a seguito di un altro, sul ‘rapporto Mueller’, pubblicato qui il 22 aprile scorso.

Immagine: Esther Erkelens, via ‎Minimalism.

L’11 settembre del 2014, Duval Arthur, direttore dell’Ufficio per la Difesa Nazionale e la gestione delle emergenze della contea di St. Mary, in Louisiana, ricevette di primo mattino un inquietante messaggio a proposito di fumi tossici provenienti dall’impianto della Comumbia Chemicals.
La zona ospita molti impianti di lavorazione di prodotti chimici, e il lavoro di Arthur è quello di prevenire incidenti e prendere urgentemente le misure necessarie quando si verificano, ma quella mattina non aveva ricevuto alcun comunicato. Dalla Columbian Chemicals non gli era pervenuta alcuna notizia. Con l’accumularsi degli stessi messaggi, Arthur pensò che qualcuno dei suoi impiegati avesse diffuso un allarme senza informarlo.
Se avesse controllato su Twitter, avrebbe notato che centinaia di account parlavano di una potente esplosione accaduta presso quell’impianto .
Decine di giornalisti, testate e politici, dalla Louisiana a New York City, trovarono i loro account Twitter inondati di messaggi sul disastro. C’era uno screenshot della Home Page di CNN, col quale si intendeva mostrare che la notizia era già stata diffusa dai media e perfino un video di YouTube in cui l’attacco veniva rivendicato dall’ISIS.
Ebbene, era tutto falso. Se qualcuno si fosse preso la briga di controllare il sito di CNN non vi avrebbe trovato alcuna notizia di un altro spettacolare attacco dell’ISIS organizzato proprio il giorno dell’anniversario delll’11 settembre.
Duval Arthur scoprì che nessuno dei suoi impiegati aveva lanciato l’allarme e che la Columbian Chemicals non aveva avuto alcun problema ai suoi impianti.
La truffa faceva parte di una campagna di disinformazione accuratamente preparata e messa in atto, per ore, attraverso decine di falsi account che, per ore.
Un tale dispiegamento di forze lasciava presupporre il lavoro di una squadra di programmatori e generatori di contenuti.
Chi c’era dietro a tutto questo? Poi mi venne un’idea. Stavo già investigando su un’organizzazione fantasma di San Pietroburgo, in Russia, che diffonde false informazioni su Internet: la Internet Research Agency (IRA), nota per operazioni di propaganda favorevole al Cremlino. Spesso è stata chiamata “fabbrica dei troll”. Più andavo a fondo con le mie indagini, più emergevano collegamenti tra l’agenzia e la truffa della Columbian Chemicals e altre simili.

Ad aprile sono andato a San Pietroburgo per sapere qualcosa di più sull’agenzia e le sue strategie di guerra informatica contro oppositori politici interni, nemici esterni della Russia e, recentemente, anche contro di me.
Dalla finestra di un anonimo ristorante di quella città, osservavo un fabbricato di uffici situato all’ultimo indirizzo noto dell’agenzia. Dietro alle porte a vetri, un paio di tornelli e una piccola rampa di scale. Alle nove di sera, a parte scale e atrio, l’edificio era completamente buio.
Ero con Ludmila Savchuk, una ex dipendente dell’agenzia. Per due mesi e mezzo, aveva lavorato con turni di 12 ore, in quell’edificio, dalle nove del mattino fino alle nove di sera in punto, guadagnando quasi 800 dollari al mese. Alle nove di sera in punto, lei e i suoi colleghi uscivano tutti insieme. Un giornale russo ha calcolato che ci fossero 400 dipendenti. Secondo le stime di un impiegato, l’attività richiedeva l’uso di quaranta stanze.
Il lavoro all’agenzia era praticamente lo stesso ogni giorno. Appena arrivata, Savchuck riceveva un elenco di compiti che era tenuta a svolgere nel corso della giornata: pubblicazione di post e commenti da diffondere online. Insomma, era un troll.
Come testimoniano Savchuck e altri ex dipendenti, l’IRA aveva fatto dell’arte del trolling un’industria. Gli amministratori erano ossessionati dalle statistiche (visualizzazioni, numero di post, indicizzazioni) e i dipendenti erano molto ben pagati.
Ma i ritmi di lavoro estenuanti sono stati insostenibili per Savchuk. Ha copiato decine di documenti, ha girato, di nascosto, un video dell’ufficio e, a febbraio, ha consegnato tutto a un reporter di Moi Raion, Andrei Soshnikov, giornalista d’inchiesta in una testata locale famosa per i suoi reportage indipendenti.
Poi, appena i suoi resoconti sono stati pubblicati, ha lasciato l’agenzia, ma ha continuato a tenerla sotto controllo dall’esterno.
Quando ci siamo incontrati al ristorante, aveva con sé una videocamera, nella speranza di documentare i cambi di turno.
Dalle 21.30, almeno 30 perone sono entrate e Savchuk ha filmato la scena, convinta che l’agenzia avesse cambiato gli orari per depistare i giornalisti.

Diverse testate giornalistiche hanno affermato che l’agenzia è finanziata dall’oligarca Evgeny Prigozhin, ‘ristoratore’, chiamato dalla stampa indipendente “lo chef del Cremlino” per via dei suoi vantaggiosi contratti con il governo e la sua amicizia con Putin.
La catena che lega la truffa della Columbian Chemicals all’Internet Research Agency inizia con un attacco informatico condotto dai suoi nemici in rete. La scorsa estate, un gruppo chiamato Anonymous International – che si pensa essere autonomo rispetto al ben noto gruppo di “hacktivist” Anonymous – ha pubblicato centinaia di mail apparentemente rubate da dipendenti dell’agenzia. È solo uno di una lunga serie di attacchi informatici che questo gruppo ha condotto contro il Cremlino negli ultimi mesi.
Le mail indicavano che l’agenzia aveva iniziato a trollare in inglese. Un documento descriveva un progetto chiamato “World Translation”. Una mail conteneva un tabulato con la lista di alcuni dei falsi account che l’agenzia stava usando nel web in lingua inglese. In seguito alla rivelazione, data da BuzzFeed, ho usato il tabulato per iniziare a mappare la rete di falsi account su Facebook e Twitter.

A San Pietroburgo, infine, sono riuscito a incontrare Andrei Soshnikov, il giovane giornalista del Moi Raion al quale Ludmila Saychuk aveva passato i suoi documenti riservati. Un reporter infaticabile, uno dei primi a pubblicare rivelazioni sull’IRA dopo essersi infiltrato e aver lavorato all’agenzia nel 2013. Da quel momento, ha seguito l’agenzia di troll con la stessa ossessione con cui io seguivo le tracce delle loro controparti anglofone.
La squadra di troll che parlava inglese era un gruppo speciale e segreto.

L’ultimo giorno in città, sono tornato all’indirizzo dell’agenzia. Pochi minuti prima delle 10, io e il mio traduttore abbiamo aspettato sul marciapiedi di fronte all’entrata, sperando di imbatterci in qualche troll a inizio turno. Ma, comprensibilmente, tutti i dipendenti che si avvicinavano non avevano tempo per parlare con un giornalista. Alle 10 in punto, il flusso di ingressi si fermò e io decisi di provare a entrare. Avevo letto di un giornalista che era stato buttato fuori immediatamente, quindi entrai con una certa trepidazione. Due uomini erano a guardia dei tornelli. Io e il traduttore ci avvicinammo a una receptionist e chiedemmo di parlare con qualcuno dell’agenzia. Ci rispose che loro sede era cambiata. Un paio di mesi prima erano stati allontanati perché stavano compromettendo la reputazione dell’intero edificio.
Ci mostrò un tabellone improvvisato sul quale apparivano i nomi degli attuali occupanti dell’edificio.
Tra questi, ne riconobbi uno: FAN (Federal News Agency). Avevo letto degli articoli che ne parlavano come parte di un network di siti d’informazione pro-Cremlino, gestiti nella stessa sede dell’IRA, e ancora finanziati di Evgeny Prigozhin. Allora chiesi di poter parlare con qualcuno della FAN e, con mia sorpresa, la receptionist alzò il telefono, parlò qualche secondo e ci informò che Evgeny Zubary, il direttore, ci avrebbe ricevuti.
Era un uomo sulla cinquantina, coi capelli brizzolati e un viso stanco. Ci accompagnò nel suo ufficio, due stanze al primo piano, insolitamente tranquillo per un’attività online che, secondo Zubarev, aveva 40 dipendenti. La sala stampa era attrezzata con circa una dozzina di computer tutti neri, uguali, appoggiati su scrivanie marroni tutte uguali, ma erano presenti solo due giovani reporter. Le tende erano chiuse e i mobili sembravano a malapena disimballati.

Quando ci sedemmo, raccontai a Zubarev degli articoli che avevo letto e che accusavano FAN di essere un ufficio di propaganda del Cremlino. Lui scosse la testa indignato. Dal suo computer ci mostrò che la FAN era ufficialmente registrata come agenzia di stampa. Lui stesso era stato giornalista e aveva seguito l’annessione della Crimea per l’agenzia di stampa Rosbald, prima di arrivare alla FAN. “Mi rendo conto che stare in questo edificio può screditarci, ma non possiamo permetterci di traslocare”, ha detto in un sospiro. “Quindi dobbiamo continuamente affrontare situazioni in cui giornalisti come lei, Mr. Chen, vengono a farci domande”.
Poi ha aggiunto che è convinto che la FAN sia vittima di una campagna diffamatoria.

Sono partito da San Pietroburgo il 28 aprile. Il giorno dopo, FAN ha pubblicato un articolo con questo titolo: “Cosa ha in comune un giornalista del New York Times con un nazista di San Pietroburgo?” Avevo incontrato in un ristorante cinese fuori mano una certa Katarina Aistova, ex dipendente dell’IRA, che si era presentata, per sicurezza, con un improbabile fratello, membro di un gruppo di skinhead di San Pietroburgo, che aveva passato nove anni in prigione per aver accoltellato a morte un uomo. La polizia, un mese prima che lo incontrassi con la ‘sorella’, aveva già investigato su di lui a causa di pestaggi di immigrati nei dintorni della città, e nel suo appartamento aveva trovato armi ed equipaggiamenti nazisti.
L’articolo non faceva alcuna menzione della presenza di Katarina. In compenso, suggeriva che io avessi incontrato quell’uomo per aiutarlo nelle sue provocazioni contro la Russia. Lui dichiava a FAN che gli avevo chiesto di incontrarlo perché ero “molto interessato alle operazioni di nazionalisti russi”. Non solo: “Non è la prima volta che mi arrivano richieste di questo genere da parte di giornalisti occidentali, ma non intendo aiutarli. Molti vogliono vedere nei nazionalisti russi una ‘quinta colonna’ che obbedisca agli ordini dell’Occidente e spazzi via il Cremlino”.
L’articolo era corredato da foto del mio incontro con i due ‘fratelli’… scattate ad arte per far sembrare proprio che io fossi impegnato in un’accesa conversazione con lo skinhead davanti a una tazza di caffè.
C’è da ammirare la sfrontatezza dello schema.

In pochi giorni, la storia sensazionale circolava in tutta la rete dei piccoli blog pro-Cremlino. Il caso in effetti era stato montato da un sito chiamato People’s News che, stando a quanto aveva detto Soshnikov, il giornalista di Moi Raion, operava al solito indirizzo dell’agenzia. E mentre si diffondeva, diventava qualcosa di più allarmante. Un sito web disse che io lavoravo per la C.I.A., un altro per la National Security Agency. Un canale YouTube, Russia Today, non la nota televisione di stato ma una sorta di copia, postò un losco video dell’incontro con tanto di colonna sonora. Il video aveva migliaia di visualizzazioni, e decine di troll su Twitter avevano condiviso il link.
I troll avevano fatto la sola cosa che sapevano fare, ma stavolta l’avevano fatta bene. Mi erano entrati nella testa.

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